Smith Bits di Saline di Volterra, 200 lavoratori rischiano il posto di lavoro

Questo 1 maggio c'è poco da festeggiare e molto da lottare. Il jobs act conclude (o almeno si spera, perché al peggio non c'è limite) la controriforma del mercato del lavoro, iniziata la notte di San Valentino di craxiana memoria e proseguita con lo smantellamento della scala mobile, le deroghe al contratto nazionale di lavoro, l'introduzione di una selva di contratti precari, fino a giungere all'esclusione – col contratto a tutele crescenti – dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori nei confronti dei nuovi assunti, e quindi, nel tempo, di tutti i lavoratori.


Smith Bits di Saline di Volterra, 200 lavoratori rischiano  il posto di lavoro

Il jobs act visto da vicino, dietro i falsi annunci il dramma di chi sta perdendo il lavoro. Il caso emblematico della Smith Bits di Saline di Volterra. 

di Ascanio Bernardeschi

Questo è stato un 1 maggio di lotta e di lutto. Il jobs act conclude (o almeno si spera, perché al peggio non c'è limite) la controriforma del mercato del lavoro, iniziata la notte di San Valentino di craxiana memoria e proseguita con lo smantellamento della scala mobile, le deroghe al contratto nazionale di lavoro, l'introduzione di una selva di contratti precari, fino a giungere all'esclusione – col contratto a tutele crescenti – dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori nei confronti dei nuovi assunti, e quindi, nel tempo, di tutti i lavoratori. Un'opera cui hanno concorso, con pari merito, centrodestra e centrosinistra. Un simile attacco viene giustificato con la tesi secondo cui liberare l'impresa dai vincoli nei confronti dei lavoratori incentiverebbe le assunzioni e quindi l'uscita dalla crisi. Pazienza che nessuno studio ha dimostrato che rendendo più facili i licenziamenti si aumenta l’occupazione e la crescita; peccato che tutte le ricerche empiriche ci dicono che non c'è nessun nesso di casualità tra la riduzione delle tutele dei lavoratori e i livelli occupazionali. Recentemente, con un grave ritardo, perfino quei bolscevichi del Fondo Monetario Internazionale hanno dovuto ammetterlo [1].
Sempre per stare ai fatti e non alle fantasie, la stampa arruolata ha dato poco risalto alla magra figura del presidente del Consiglio e il ministro Poletti che pochi mesi fa annunciarono con enfasi la crescita di una percentuale “a 2 cifre” dei nuovi contratti di lavoro e che praticamente eravamo fuori dalla crisi. Non ci avevano detto però che alla crescita a dei nuovi contratti si univa una crescita dei licenziamenti e che il risultato netto di questi cambiamenti era nullo. A questa omissione supplì quell'impertinente e comunista Istituto nazionale di statistica (ISTAT). 

Recentemente Poletti aveva diffuso nuovi dati, ma questa volta Renzi – memore della precedente figuraccia – ha invitato alla prudenza: 641mila assunzioni e 549mila cessazioni. La differenza supera le 90mila, non certamente il balzo che ci si aspettava, tanto più che altri dati economici ci dicono che la ripresa ha ancora da venire. La solita rompiscatole dell'ISTAT ci fa sapere ora che la disoccupazione è ulteriormente salita al 13% (43,1 per i giovani) con un balzo del 0,4% in due mesi, che significa 138mila disoccupati in più rispetto al marzo 2014.
Gli imprenditori si sono limitati ad alcune assunzioni programmate in passato ma ritardate in attesa del jobs act e dei relativi benefici fiscali previsti in favore di chi attiva i cosiddetti contratti a tutele crescenti. Effettiva è invece la trasformazione di circa 40mila contratti a tempo determinato nel nuovo istituto contrattuale. Infatti l'incidenza del tempo indeterminato passa dal 17,5% del 2014 al 25,3%. Quest'ultimo dato è stato invocato – come da manuale – a conferma della bontà del provvedimento governativo che avrebbe determinato una significativa stabilizzazione del lavoro. Si trascura però il fatto che i contratti a tempo indeterminato sono meno “stabili” del passato in quanto il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa è previsto in casi del tutto eccezionali. Ma l'aumento ha anche un'altra spiegazione: per un datore di lavoro è più conveniente assumere a tempo indeterminato e poi licenziare, invece che attivare un contratto a termine. Infatti il contributo di 8mila euro annue per tre anni, che intascherebbe con l'assunzione, supera ampiamente il risarcimento che dovrebbe sborsare in caso di licenziamento. Per la stessa ragione è conveniente oggi trasformare tutti i contratti precari in questa nuova forma di semi-precariato. Tanto più che i vecchi contratti a termine prevedono ancora il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa, mentre i nuovi a tutela fasulla danno una maggiore libertà di licenziamento. 

E una volta finite le risorse stanziate di 1 miliardo per il bonus di 8mila euro? Al ritmo attuale i soldi finiranno nel giro di 6 mesi. C'è da attendersi l'esaurimento della corsa alla trasformazione dei contratti. 

Intanto, mentre ci avevano annunciato l'arrivo di investimenti grazie ai vantaggi del mercato del lavoro liberalizzato, si susseguono le notizie di aziende che scappano. «Quando ieri l'azienda ci ha preannunciato l'inoltro della procedura per la dichiarazione di mobilità per cessazione dell'attività dello stabilimento, per un attimo abbiamo sperato di essere immersi in un brutto sogno e invece ci troviamo dinanzi a una vera e drammatica “tragedia americana”». Così scrivono in un volantino i rappresentanti sindacali della Smith Bits di Saline di Volterra. Si tratta di 200 lavoratori che hanno davanti a loro l'incubo della disoccupazione. Per carità, non si tratta dei numeri dell'Auchan o della Whirlpool. Ma nel territorio di Volterra, un comune montano piuttosto isolato, con 10mila anime e in cui è difficilissimo tenere gli attuali livelli dei servizi essenziali, l'impatto sarebbe tremendo. Inoltre la vicenda ci sembra emblematica di come stanno andando le cose in questa fase di globalizzazione e di liberismo sfrenato. 

Quella fabbrica produce trivelle per le perforazioni delle rocce, usate prevalentemente per le ricerche petrolifere. Si tratta di un prodotto di alta qualità, realizzato con macchine a controllo numerico abbastanza flessibili. Uscirono da quella fabbrica le trivelle che permisero di salvare la vita di molti minatori cileni intrappolati nelle viscere delle rocce. L'andamento delle vendite, per ovvi motivi, è sempre stato strettamente legato al prezzo e alla domanda mondiale di petrolio, assai volatili. Alti e bassi della produzione, il ricorso agli ammortizzatori e ai contratti di solidarietà, sono stati quindi sempre all'ordine del giorno, ma nel complesso la fabbrica ha retto per molti decenni dando un lavoro di qualità a uomini e donne ben professionalizzati e sindacalizzati. Fino a un pochi anni fa il "cervello" della società proprietaria stava a Bologna e a Saline di Volterra stava il braccio operativo più importante, insieme a una buona dose di management. 

Il suo acquisto da parte di una multinazionale ha cambiato tutto. La nuova società, che ha sede in USA, ha decine di migliaia di dipendenti, stabilimenti e concessioni di ricerca/estrazione in tutto il mondo. Pertanto il fatturato dello stabilimento volterrano rappresenta per essa percentuale trascurabile del totale. In questo momento di collasso del prezzo del petrolio, dovuto a complesse vicende geopolitiche e speculative, anche il solo stabilimento americano dovrebbe lavorare molto al di sotto del suo potenziale. E la produzione di trivelle non è che un aspetto marginale della sua attività.
Qualsiasi ragionamento sensato ci porterebbe a prevedere che il prezzo del petrolio non resti a lungo così in basso e che lo stabilimento avrà ancora un interesse strategico per diversi anni. Ma un padrone così lontano e che opera su scala mondiale, rapportandosi con stati e gruppi di potere inimmaginabili, non ha nessun interesse a mantenere il vita il piccolo stabilimento volterrano. I lavoratori avevano ben presenti le difficoltà – erano da tre mesi in cassa integrazione ordinaria – ma contavano di superarle come altre volte, magari con qualche sacrificio e ristrutturazione in più. 

Inizia quindi un percorso di lotta, di confronto con le istituzioni per scongiurare il peggio o almeno per prendere tempo. Il 30 aprile a Saline c'è stato il primo sciopero con manifestazione che ha coinvolto tutto il territorio. Migliaia di persone, un numero che non si vedeva da 50 anni, hanno bloccato le strade statali sul cui crocevia è insediato Saline.
Altri momenti di mobilitazione e di confronto sono già stati programmati, a partire dal primo maggio. Ma prendere tempo deve servire a dare una prospettiva, mentre sappiamo bene che oggi l'orizzonte delle imprese non supera il breve periodo. Nella logica liberista vale la pena di chiudere una fabbrica tecnologicamente valida e strategica ma lontana dai propri interessi immediati, con lavoratori sindacalizzati e tutelati dall'articolo 18. Quando il mercato del petrolio riprenderà si potrà sempre aprire un'attività avvalendosi di contratti a tutele crescenti, o di appalti, o addirittura spostando la produzione dove la forza-lavoro costa una miseria. 

Serve allora un ruolo delle istituzioni pubbliche. In un paese normale esse si sostituirebbero al privato. Ma l'opera d'alemiana “per un paese normale” è andata in tutt'altra direzione e di questi tempi a sostenere la pubblicizzazione si viene tacciati da bestemmiatori. Temo che a quei lavoratori non resti che una possibilità: trovare un nuovo acquirente dando anch'essi uno sguardo ai problemi geopolitici globali e intercettando nazioni e interessi che si stanno muovendo in contrasto con il declinante l'imperialismo americano. Ma anche per questo servirebbe un supporto delle istituzioni.
Tornando al punto di partenza, al jobs act, quel provvedimento regala ai lavoratori attuali della Smith Bits, in caso di chiusura, la perdita per sempre del lavoro stabile: a questo punto, se andrà loro bene e ritroveranno una collocazione, li attende il precariato mascherato da contratto a tutele crescenti. 

 

 Note:

 [1] Per chi volesse documentarsi sull'argomento suggerisco di consultare il pregevole articolo di Riccardo Realfonzo e Guido Tortorella Esposito Gli insuccessi nella liberalizzazione del lavoro nella rivista online Economia e politica, 13 maggio 2014 (http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/gli-insuccessi-nella- liberalizzazione-del-lavoro-a-termine/#.VUDzijeY-0o). Per il “ripensamento” del Fmi si veda http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/10/lfmi-ci-ripensa-liberalizzare-mercato-non-spinge- leconomia/1577281/ 

01/05/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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