Ballata Napolitana

Un militante di altri tempi: nove anni di onorato servizio in qualità di agente per il capitale.


Ballata Napolitana

 

Un militante di altri tempi: nove anni di onorato servizio in qualità di agente per il capitale.

di Dino Greco

Quando nel dicembre del 2011, raggiunto il culmine del discredito politico e morale, Silvio Berlusconi si recò al Quirinale per rassegnare nelle mani del Capo dello Stato le dimissioni da Presidente del Consiglio, molti pensarono (e altri più prudentemente si augurarono) che il devastante ventennio fosse ormai tramontato e che una fase nuova si schiudesse sulla politica italiana.

Pochi – e noi fra questi – temettero già in quei giorni che altre e più dense nubi stavano per addensarsi sul cielo del Belpaese.

Fu in quel frangente cruciale che Giorgio Napolitano cominciò a giocare un ruolo di fondamentale importanza nella vicenda politica italiana ed europea.

Il Partito Democratico, retto allora dall’esangue Bersani, avrebbe potuto legittimamente rivendicare nuove elezioni e candidarsi ad un successo che si annunciava come una sentenza inesorabile, se non altro per l’assenza di credibili competitori. Ma questo non accadde.

Sul tavolo era giunta – con stupefacente tempismo – la lettera che portava la firma congiunta del presidente uscente e di quello entrante della Banca centrale europea, di Trichet e di Draghi. La missiva era un vero e proprio diktat economico-politico-sociale confezionato ad arte per tracciare l’identikit programmatico del governo destinato a raccogliere l’eredità del Caimano: una violazione plateale della sovranità nazionale, un’edizione in salsa europea del “manifesto” con cui un anno e mezzo dopo, nel maggio del 2012, la banca d’affari J. P. Morgan avrebbe intimato ai paesi del vecchio continente di liberarsi delle costituzioni democratiche nate dopo nel secondo dopoguerra dopo la sconfitta del nazismo e dei fascismi perché sovraccariche di democrazia, di welfare e inquinate da ideologismi socialisteggianti.

Fu qui che il protagonismo demiurgico di Napolitano si sviluppò con geometrica precisione.

Egli estrasse dal suo cilindro la figura “autorevole e neutrale” di Mario Monti (già rappresentante europeo nel board della Trilateral commission e membro del comitato esecutivo del gruppo Bilderberg) sul cui capo pose l’aureola di salvatore della patria, munito di poteri provvisori e tuttavia “speciali”, per “guidare fuori dall’emergenza” il paese ormai “sull’orlo del baratro”.

Il “capolavoro” di Napolitano fu di ottenere che questa delega di potere straordinaria avvenisse con il consenso bipartisan delle forze di governo e di quelle di opposizione.

Il tremebondo Bersani protestò flebilmente, ma poi abbozzò. Non lo fece soltanto per limiti propri, ma per la più solida ragione che il Pd non aveva da spendere una propria autonoma linea strategica, tanto meno una propria idea alternativa al liberismo da tempo divenuto l’orizzonte culturale condiviso dall’insieme del gruppo dirigente di quel partito. La tesi secondo cui “non c’è alternativa” ai rapporti sociali esistenti (“there is no alternative”, sentenziava la famosa formula di cui Margareth Thatcher detiene il copyright) era ormai consolidato patrimonio comune, dalla destra ai post-post-post-comunisti.

Da quel momento l’austerity diventa la politica ufficiale del governo, il monetarismo antikeynesiano il verbo da cui non discostarsi: Monti ne è l’esecutore per nome e per conto dell’oligarchia politico-finanziaria a capo dell’Ue e Napolitano l’inflessibile guardiano dei binari.

Quando, ormai prossimo alla scadenza del suo mandato, Monti si recherà negli Stati Uniti per incontrare il “gotha” del capitalismo mondiale, davanti ai presidenti delle più importanti banche, ai proprietari dei più potenti hedge fund, ai top manager delle maggiori imprese transnazionali, ai cattedratici, agli spin doctors, ai direttori delle più influenti testate giornalistiche e agenzie mediatiche, spiegherà di avere lavorato con profitto affinché chiunque avesse governato dopo di lui – centrodestra o centrosinistra che fosse – avrebbe dovuto seguire i binari tracciati, perché ormai al comando era saldamente posto il “pilota automatico”.

Lo stallo seguito al successivo esito elettorale, con l’affermazione di tre forze di quasi pari consistenza elettorale (M5S, Pd, Forza Italia) sembrò per un istante compromettere quel disegno. A maggior ragione di fronte all’incognita rappresentata dal nodo dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Ma non fu così. IL Pd prima bruciò la candidatura di Rodotà avanzata dal M5S, poi fece fuori, uno dopo l’altro, i propri stessi candidati (Marini e, soprattutto, Prodi). A questo punto andò in onda il colpo di scena sapientemente preparato: a Napolitano, benché giunto a conclusione del settennato, venne richiesto di restare. Lui, acclamato a dritta e a manca come un moderno Cincinnato, dopo una teatrale resistenza che gli consentì di alzare la posta, accettò volentieri di rimontare in sella.

Il potere consegnatogli a furor di stati maggiori e fuori da ogni legittimità costituzionale diviene da quel momento enorme. E lui lo esercita con totale determinazione e con un preciso obiettivo politico: dare struttura organica al “governo delle larghe intese”, per il momento senza Berlusconi, messo momentaneamente fuori gioco da una sentenza della magistratura.

Siamo qui al terzo e decisivo passaggio della più solenne commedia trasformistica dell’Italia post-costituzionale.

Enrico Letta, Presidente del Consiglio per un giorno, viene travolto dall’astro nascente, dal rottamatore fiorentino, da Matteo Renzi, neppure in dovere di abiurare ad un passato comunista che non ha mai avuto, essendo egli prodotto ed espressione del medesimo blocco sociale e della medesima cultura politica di Berlusconi. Con un di più di adrenalinica arroganza rivolta ai tiepidi avversari, non meno che all’anemica e inconsistente minoranza interna. Nessuno può resistergli ed egli “scala” (il termine è suo) il Pd come una qualsiasi SpA. Lo può fare con grande facilità perché in quel partito non c’è più argine che regga. Passa tutto: dalla più ipermaggioritaria e incostituzionale delle leggi elettorali che abolisce per via legale le minoranze e mette la mordacchia al Parlamento, fino ad un pacchetto di interventi che cronicizzano il precariato, liquidano il diritto del lavoro e colpiscono mortalmente il potere di coalizione dei lavoratori. Lui le chiama “riforme”, con la erre maiuscola, secondo l’aberrante semantica di questa neo-lingua. Ma la parola è “malata” e spaccia una politica apertamente reazionaria.

Neppure Berlusconi – ormai cooptato nella maggioranza attraverso il “patto del Nazareno” – riesce a competere con l’uomo (e il partito) che gli ha ormai rubato la scena e la politica.

Napolitano, da parte sua, difende tutto e si scaglia, di volta in volta, contro chi vi si oppone, si tratti di magistrati o di sindacati, tutti accusati di conservatorismo. Fino all’ultimo.

Ho conosciuto Napolitano nel Pci, ai tempi del duro scontro che lo oppose ad Enrico Berlinguer. Da comunista fece male. Da comunista pentito, come accade a tutti i transfughi, molto peggio.

02/01/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Dino Greco

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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