Chi sta di là non sta di qua

Liberarsi dall'equivoco che nel Pd ci sia ancora un benché tenue spazio per la rappresentanza politica del lavoro è divenuta un’esigenza primaria. Ecco perché bisogna essere intransigenti e rompere con tutti i papocchi consociativi: chi sta di là non sta di qua.


Chi sta di là non sta di qua

Liberarsi dall’equivoco che nel Pd ci sia ancora un benché tenue spazio per la rappresentanza politica del lavoro è divenuta un’esigenza primaria. Ecco perché bisogna essere intransigenti e rompere con tutti i papocchi consociativi: chi sta di là non sta di qua.

Lo scontro sociale in atto intorno alla deriva ottocentesca che sta rapidamente portando alla cancellazione del diritto del lavoro in Italia propone anche risvolti, sul piano della moralità politica e personale, che illustrano, su un piano diverso ma non meno eloquente, quanto profonda sia la degenerazione cui si è abbandonato quel pezzo di ceto politico sino a ieri in plancia di comando nella Cgil ed oggi comodamente accasatosi nel Pd renziano.

Il riferimento, per nulla casuale, è a Guglielmo Epifani (già segretario generale della Cgil) e a Cesare Damiano (già segretario generale della Cgil piemontese) i quali con stupefacente disinvoltura non hanno trovato contraddittorio con la loro storia dell’altro ieri approvare la cancellazione dello Statuto dei lavoratori contenuta nel jobs act, non negandosi, contemporaneamente, la facoltà di aderire allo sciopero generale del prossimo 12 dicembre che a quel progetto si oppone. Meglio ha fatto Valeria Fedeli, anche lei ex segretaria generale dei tessili della Cgil ed ora vicepresidente del Senato che, se non altro, ha voltato la gabbana senza pentimenti né rimorsi, né grottesche giravolte, dopo avere sposato con rampante entusiasmo il nuovo corso renziano.

Ora, non meriterebbe indugiare su un episodio così miserabile se un gruppo di delegati che aveva scritto ad Epifani per chiedergli un incontro non si fosse visto negare persino uno straccio di risposta. Ne è nata una ruvida polemica con la richiesta dei delegati a Susanna Camusso di “prendere provvedimenti” nei confronti dei celebri “ex” ancora iscritti alla Cgil.

La cosa interessante è la risposta della segretaria, sempre solerte ed efficace nel reprimere il dissenso interno, ma questa volta teneramente “garantista” nel tutelare quella che ha definito – udite udite! – “libertà di pensiero”. “La Cgil è una organizzazione che ha sempre fatto del suo pluralismo una ricchezza e una risorsa” – ha detto – per cui “non ci può essere nessuna volontà di trasformarla in una setta di omogenei".

Dunque battersi per difendere i diritti fondamentali dei lavoratori e  lavorare per la soppressione di essi è per Camusso niente più che l'espressione della libera dialettica interna. Sostenere poi, che "non esiste nemmeno per statuto la possibilità" di togliere la tessera ad un membro del sindacato è una plateale bugia: alla lettera d) dell'articolo 26 lo statuto della Cgil prevede l'espulsione dall'organizzazione per comportamentii che si configurino come "collusione con la controparte". E, francamente, la collusione qui c'è e nel modo più grave, dimostrata non dalle opinioni, ma dai fatti.

Preoccupa alquanto questa pelosa copertura di indifendibili opportunismi, questa singolare lettura della lotta di classe, per cui le ragioni delle due parti in conflitto possono trovare riparo sotto lo stesso tetto.
Forse perché da troppo poco tempo riemersa da un letargo interminabile, fatto di collateralismo al Partito democratico e di eclissi del conflitto sociale, la Cgil fatica a ricostruire il proprio progetto e la propria autonomia.

Lo sciopero imminente e il movimento che da qualche tempo riempie le piazze incoraggiano a riafferrare il bandolo della matassa smarrito, ma la mobilitazione può reggere nel tempo se alla guida c’è una mano sicura, se la battaglia non si risolve nel sussulto di un giorno, se la risposta viene portata al livello dell’attacco che le classi dominanti stanno scatenando contro il lavoro, contro la democrazia e l’architettura costituzionale del paese.

La possibiltà che dalla crisi si esca con una svolta politica reazionaria di dimensioni storiche è infatti tutt’altro che peregrina. La novità è che a farsi interprete di questa impresa è direttamente il Pd, “scalato” dal gotha industriale e finanziario e dall’italica massoneria.

Liberarsi dall’equivoco che da quelle parti ci sia ancora un benché tenue spazio per la rappresentanza politica del lavoro è divenuta un’esigenza primaria. Ecco perché – tornando alle considerazioni iniziali – bisogna essere intransigenti e rompere con tutti i papocchi consociativi: chi sta di là non sta di qua.

03/12/2014 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Dino Greco

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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