Controriforma contro gli interessi dei lavoratori

Se la controriforma costituzionale dovesse passare si produrrebbe un ulteriore accentramento dei poteri nelle mani del governo.


Controriforma contro gli interessi dei lavoratori

Cosa accadrebbe se la controriforma costituzionale dovesse passare? Si produrrebbe un ulteriore accentramento dei poteri nelle mani del governo, che le avrebbe più libere per rispondere solo agli interessi che rappresenta, cioè quelli delle classi sociali più forti. Approvare altri Jobs act diverrebbe per il governo molto più agevole. È esattamente il pericolo su cui Berlinguer metteva in guardia, ma che viene citato dal Pd con la stessa strumentalizzazione di Casapound che cita Guevara o Impastato.

di Carmine Tomeo

Sui referendum costituzionali Napolitano ha reso espliciti i motivi concreti che fanno di questi referendum un passaggio politico di estrema importanza. Ha detto l’ex presidente della Repubblica: «Se vince il no per le riforme è finita». Napolitano, in questo modo, ha messo (giustamente) in relazione la riforma costituzionale e le altre riforme (sul lavoro, in economia, ecc.), facendo emergere come la Costituzione, se venisse deformata secondo le intenzioni di Renzi e Boschi, potrebbe incidere sulla vita concreta di ognuno di noi.

Cosa accadrebbe se la controriforma costituzionale dovesse passare? Si produrrebbe un ulteriore accentramento dei poteri nelle mani del governo, insieme all'annullamento di fatto della rappresentanza parlamentare. In questo modo, con il Parlamento definitivamente esautorato del suo ruolo, l’esecutivo avrebbe mani più libere per rispondere solo agli interessi che rappresenta, cioè quelli delle classi sociali più forti. Approvare altri Jobs Act, altri Sblocca italia, altre pessime riforme della scuola, altre misure economiche che portano il segno dei memorandum, diverrebbe per il governo molto più agevole.

Per raggiungere questo obiettivo, che come si vede ha precisi interessi di classe, il Pd, in perfetto stile Casapound, ha scomodato anche Berlinguer. Come è abitudine dei "fascisti del terzo millennio" quando hanno usato per la loro propaganda personaggi come Guevara o Impastato, il Pd ha citato l’ex segretario del Pci in modo menzognero ed estrapolando quelle frasi dal loro contesto. È il caso di confutare questa ignobile propaganda da Minculpop e ristabilire la verità, non tanto per restituire Berlinguer ad una verità formale ed ipostatizzata, ma perché, rimettendo le cose al loro posto si noterà l’attualità del valore che il Pci dava alla riforma dello Stato proposta anni fa. Quel giudizio è tanto attuale e trova una così forte similitudine con le vicende contemporanee, che vale davvero la pena di riprenderle, ragionarci su e farne concreta prassi politica, dal momento che non perde di vista la lotta tra le classi.

La citazione che il Pd attribuisce a Berlinguer (“il bicameralismo appare come un ostacolo e come un appesantimento dei lavori parlamentari”), è in realtà una frase tratta da una proposta di riforma dello Stato del ??PCI, nella quale era sì prevista un'unica assemblea parlamentare, ma dentro un quadro completamente diverso da quello che vorrebbero imporre? ?Renzi e Boschi. Ad esempio: il Cnel assumeva un importante ruolo consultivo, mentre questo governo vuole abolirlo; il Parlamento assumeva un ruolo più ampio di controllo del governo, mentre ora ha una funzione notarile del governo e peggio sarà con la controriforma Renzi-Boschi; e mentre il governo attuale tende ad un pericoloso accentramento legislativo, la proposta del Pci andava in senso opposto, verso quello che Berlinguer chiamava delegificazione, per redistribuire poteri legislativi verso le autonomie locali e le regioni.

Quella proposta, lungimirante, era una risposta all’accentramento decisionale che già oltre 30 anni fa si andava prefigurando nei fatti. Era il 1984 e c’era il primo governo Craxi, vero ispiratore, quindi, di Renzi e Boschi. La giustificazione che, allora come oggi, veniva data della spinta verso un decisionismo fatto di accentramento dei poteri nel governo, era che bisognava stare al passo coi tempi che imponevano rapidità decisionale. A questa soluzione Berlinguer, in un’intervista a L’Unità del 27 maggio 1984, rispondeva che “Così si va ad una semplificazione del problema dell’efficienza, in una società estremamente complessa”. In questo modo, affermava il segretario del Pci, “si cerca una sovrapposizione dell’autorità al consenso”: una dinamica riscontrabile anche oggi nel governo Renzi. Ma in questo modo, secondo Berlinguer, non si fa altro che dare “una risposta non democratica a un problema reale e urgente”.

Qual era la ragione dell’accentramento dei poteri nelle mani del governo? Per Berlinguer non c’erano dubbi: il decisionismo “si manifesta soltanto quando si tratta di colpire gli interessi dei lavoratori, mentre c’è il massimo di assenza e lentezza quando si tratta di colpire gli interessi dei gruppi privilegiati”. Ecco svelato il ruolo che assume il decisionismo attraverso l’accentramento dei poteri nella lotta tra le classi sociali. Cos’è cambiato oggi e in questo senso, rispetto alla valutazione che Berlinguer dava del decisionismo? Nulla. E nulla in questo senso è cambiato da Berlusconi a Monti a Renzi. Basti pensare, per fare alcuni esempi: alla manovra di Ferragosto del 2011, che contiene il famigerato articolo 8 che permette alle aziende di derogare contratti collettivi e leggi dello Stato, alla riforma Fornero e infine al Jobs act. Tutti provvedimenti di attacco ai diritti dei lavoratori sui quali è stata posta la fiducia, è stata evitata la discussione parlamentare ed è stato sancito il decisionismo del governo.

Non è un caso, quindi, che il neopresidente della Confindustria, Boccia nel suo primo intervento in questo ruolo, abbia tenuto a sollecitare il governo a proseguire sulle riforme costituzionali, istituzionali ed economiche; e non è un caso che Boccia tenga insieme le riforme costituzionali e quelle istituzionali con quelle economiche, ammettendo che esse “toccano moltissimi aspetti della vita quotidiana di noi imprenditori”.

La controriforma Renzi-Boschi tende a far sparire qualsiasi contrappeso istituzionale al decisionismo di governo, che si risolve nell’attacco al mondo del lavoro ed in generale in favore dei ceti privilegiati, mentre si continua a lavorare per la frammentazione dell'opposizione sociale. Con la controriforma, quegli stessi ceti, insieme a Renzi e a Boschi vogliono registrare una volta per tutte la fine della possibilità di un contrappeso politico e sociale, così come Marchionne ha voluto liberarsi del contrappeso di rappresentanze sindacali.

In questo senso, la deforma costituzionale Renzi-Boschi rappresenterebbe una "marchionnizzazione" su una scala molto più ampia di quella della fabbrica e che coinvolgerebbe tutto il tessuto sociale nel suo complesso. Occorre fermarla. Concludendo con Berlinguer, dobbiamo opporci a tutto questo, e nel momento in cui lo facciamo “assolviamo il ruolo fondamentale che ci è stato proprio dalla liberazione in poi, e che costituisce una garanzia democratica” anche per quelli che “non avvertono ancora certi rischi” che la controriforma nasconde o che, “pur avvertendoli, non vi oppongono ancora la necessaria resistenza”. Può apparire una romanticheria, ma non lo è: in gioco c’è quel che rimane della democrazia e della possibilità di riscatto delle classi sociali meno abbienti.

01/06/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Carmine Tomeo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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