Dal Rwanda alla Siria

La retorica umanitaria e le guerre


Dal Rwanda alla Siria Credits: https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Inisheer

Nelle prime tavole di Kobane Calling, il reportage a fumetti del 2015, scritto da Zerocalcare dal fronte tra Kurdistan e Turchia, il protagonista parla con un anziano curdo che gli spiega i bombardamenti, come riconoscere quelli turchi, quelli americani, quelli dell’ISIS. E poi, “i nostri”, i colpi delle forze armate curde.

Mentre i mezzi di comunicazione sono pieni di notizie terrificanti provenienti da Aleppo, vengono in mente quelle tavole: di sicuro, da qualche parte nel mondo, esistono dei media che parlando dei bombardamenti delle forze armate curde come “atrocità contro la popolazione civile”. Ed effettivamente, basta una rapida ricerca su internet per scoprire che le YPG – le Unità di Protezione Popolare operative nel Rojava – sono accusate dalla Turchia di “pulizia etnica”, di uso di bambini soldato dalle Nazioni Unite e di deportazioni da parte di Amnesty International.

Quest’articolo non vuole essere uno dei tanti che assegnano i ruoli di cattivi e di buoni nella terribile guerra siriana, questo articolo vuole parlare di altro: dell’interventismo dei paesi occidentali e degli argomenti “umanitari” a sostegno dell’interventismo.

Il Rwanda non ci ha insegnato nulla”

Puntualmente, negli ultimi giorni della battaglia di Aleppo, è partito il coro di chi vuole evitare un genocidio. In particolare, evitare un genicidio con un intervento diretto dei paesi occidentali, come non si fece in Rwanda permettendo l’atroce genocidio. Peccato che l’Occidente in Rwanda sia intervenuto. E abbia fatto danni.

È noto che una missione ONU assistette impotente alle primi fasi del genocidio, che il Generale Dallaire fosse nelle condizioni di colpire i depositi d’armi usate nel genocidio. Ciò che viene spesso dimenticato è che la missione ONU venne mal sopportata dagli stessi tutsi – vittime del genocidio – e dal Fronte Patriottico Ruandese che vedeva le richieste internazionali di tregua come una richiesta di disarmo di fronte a un nemico che non aveva nessuna intenzione di seguire le pressioni umanitarie internazionali. Questo anche perché la missione ONU era comandata dal Belgio, l’ex paese coloniale che anche dopo l’indipendenza ha continuato a intervenire e ha avuto un grande ruolo nel creare le premesse del genocidio. L’intervento del paese ex coloniale dovrebbe far suonare qualche campanello d’allarme nel momento in cui la Francia scalpita per intervenire nella sua ex colonia, la Siria.

Ancora più oscuro al grande pubblico è stato l’intervento francese in Rwanda: l’Operazione Turquoise. Avviata con la retorica di agire dove la precedente missione delle Nazioni Unite si limitava a osservare, l’Operazione Turquoise doveva creare una zona sicura in cui i perseguitati potessero rifugiarsi e stare al sicuro. La retorica ufficiale francese ha sempre considerato l’Operazione Turquoise – sostenuta sia dal presidente socialista Mitterand sia dal governo gaullista - un successo. Eppure sono molte le ombre che gravano su quella missione, il non aver agito contro Radio Mille Colline che incitava al genocidio trasmettendo dalle zone sotto il controllo francese, l’aver minato il lavoro delle Nazioni Unite e l’aver di fatto sostenuto le milizie hutu autrici del genocidio, milizie che di fatto erano state sostenute dal governo francese contro il Fronte Patriottico Ruandese negli anni precedenti al genocidio.

Sull’Operazione Turquoise è stata formata una commissione d’inchiesta in Francia che si è conclusa con l’ammissione di alcuni errori ma la negazione di ogni responsabilità maggiore. È significativo che l’allora ministro degli esteri francese sia Juppé, sia stato candidato alle primarie della destra gaullista per le presidenzali del 2017. La commissione d’inchiesta istituita in Rwanda ha invece accusato i francesi di essere stati pienamente coscienti della preparazione del genocidio e di aver dato sostegno politico, militare, diplomatico e logistico alle milizie Hutu. Tra i principali accusati si trova proprio Juppé. La reazione francese è stata di ignorare i lavori della commissione ruandese, considerandoli puramente una ripicca politica contro il tentativo francese di processare il Presidente del Rwanda Kagame e altri leader Tutsi per responsabilità nell’avvio del genocidio a danni dei tutsi stessi.

Pensando alla Siria oggi, dovrebbe scattare un secondo campanello d’allarme: paesi che proclamano di voler intervenire in base a un “imperativo morale” in una situazione di guerra civile che in realtà stanno già intervenendo da anni fomentando fazioni armate, seguendo pulsioni imperiali. Verrebbe da dire che è proprio vero: il Rwanda non ci ha insegnato nulla. Ma non, come si dice sui grandi giornali e anche su qualche media “alternativo”, perché l’Occidente resta impassibile di fronte alle atrocità. Perché di fronte alle atrocità l’Occidente indossa la maschera cinica delle preoccupazioni umanitarie mentre sottobanco fomenta le fazioni e la guerra. Chi ha a cuore davvero il destino dei popoli della Siria, dovrebbe porsi delle domande prima di aderire alla fanfara dell’intervento militare con motivi umanitari.

31/12/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Paolo Rizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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