Grecia: tertium non datur

A poche ore dall’esito del referendum sale la tensione per il futuro di Atene; o sarà ancora (e più di prima) austerità oppure il Paese dovrà cogliere l’occasione di spezzare la gabbia dell’Unione Europea.


Grecia: tertium non datur

A poche ore dall’esito del referendum sale la tensione per il futuro di Atene; o sarà ancora (e più di prima) austerità oppure il Paese dovrà cogliere l’occasione di spezzare la gabbia dell’Unione Europea.

di Selena Di Francescantonio

Mentre le banche greche hanno ancora le saracinesche abbassate, in questa settimana infiamma il dibattito attorno al referendum sulla proposta dei creditori internazionali. La situazione in Grecia risulta essere molto confusa: i prelievi sono bloccati, si alternano le manifestazioni che suffragano posizioni opposte e, stando alla fonte Gpo (società che lavora per conto della tv privata MegaTv), i sondaggi renderebbero una situazione di testa a testa tra il fronte del “si” (attorno al 47%) e quello del “no” (43%), con una marea di indecisi, considerata la delicatezza del momento.

Capire cosà accadrà in Grecia a partire dalla prossima settimana non è certo impresa semplice, anche perché sarebbe quantomeno riduttivo (per non dire estremamente errato) considerare la questione come riguardante esclusivamente la penisola ellenica; non è un caso, infatti, che non solo l’Europa ma il mondo intero si sta mobilitando, in ambo le direzioni, sulla vicenda ateniese. Dal Venezuela, ad esempio, il Presidente Maduro ha voluto diffondere, anche a nome dell’ALBA, una dichiarazione di solidarietà al Paese, schierandosi contro i suoi strozzini ed asserendo che la Grecia debba battersi per il suo diritto ad un’esistenza dignitosa ed allo sviluppo. Singolare, invece, il fronte comune a sostegno del “no” promosso, in Italia, da una pluralità di soggetti e partiti tra cui, curiosamente, M5S e Lega Nord (forse loro malgrado ma) assieme: mentre Salvini sfodera la solita goffa retorica tanto cara al Carroccio, alla quale appare perfino generoso accennare, non meno goffamente Grillo afferma che si recherà ad Atene il giorno delle elezioni per sostenere in piazza il fronte del “no”; per quanto sia nota, ormai, la posizione ingenuamente antieuropeista assunta dal Movimento 5 Stelle (dal momento in cui non pone in discussione né il neoliberismo, figurarsi il capitalismo), risulta ad ogni modo imbarazzante notare come, nello stesso Parlamento Europeo, il M5S che oggi inneggia a Tsipras sieda nel settore ad esso diametralmente opposto, tra le fila del noto xenofobo inglese Nigel Farage, ed accanto ad ex esponenti del Front National.

Se ad Atene sia Tsipras che Varoufakis continuano ad insistere sul fatto che il referendum rappresenta una scelta, rimessa alla popolazione, in merito alla proposta della Troika sottolineando come, in caso di vittoria del “no”, si procederà comunque ad una trattativa finalizzata ad ottenere la rinegoziazione del debito, è dalla controparte europea che si alza, inaspettatamente, il livello della posta. Mentre Matteo Renzi, in visita a Berlino mercoledì, ha ammesso, a suo modo, che l’austerity non ha reso i risultati sperati ma che comunque il referendum in Grecia rappresenta un errore e che il Paese deve rispettare le regole del gioco ed attuare le riforme strutturali, al di là delle Alpi sia Hollande che Schulz radicalizzano la questione molto più di quanto facciano le stesse autorità greche: il primo paventando un periodo di grave “turbolenza” in caso di vittoria del “no”, mettendo in guardia la popolazione greca sull’assunzione di questo rischio sulle proprie spalle; il secondo, presidente del Parlamento Europeo, dipingendo la scelta di domenica in termini di uscita o permanenza nella moneta unica.

La tattica evidente è quella di cavalcare l’emotività di una popolazione che non è stata adeguatamente preparata dal proprio governo a ragionare su questo tema, sfruttando la paura del “tempestoso futuro”, del “baratro”, che si parerebbe davanti al Paese nella sua sfida scellerata alla sacralità dell’Unione Europea e dei suoi meccanismi intrinseci. Meccanismi che, a quanto pare ( fatto, questo, poco sorprendente a dire il vero) i suoi difensori non sono affatto disposti a “rinegoziare”, ad ammorbidire né a modificare; meccanismi che da Bruxelles, Parigi e Berlino, vengono preservati con le unghie e con i denti, ad ogni costo, e che saranno, presumibilmente, ancora più crudemente riconfermati, irrigiditi e rafforzati in caso di vittoria nel braccio di ferro con Atene.

È questo forse il momento più evidente in cui le criticità del programma di governo di Syriza emergono; lungi dal voler misconoscere il carattere ugualmente propulsivo che la vicenda greca sta, ad ogni modo, incarnando da molti mesi a questa parte, è doveroso altresì sottolineare come, sin dai tempi del programma di Salonicco, fosse necessaria un’analisi un poco meno aprioristicamente entusiastica, e disincantata, invece, quel tantino in più da permettere di presagire e comprendere talune incongruenze che oggi si manifestano concretamente. L’incrollabile fiducia mostrata da Tsipras nella riuscita dell’impresa di estorcere una ristrutturazione del debito greco (sulla base della quale dare attuazione alle, sulla carta, ottime proposte di governo), non ha mostrato sinora altro risultato all’infuori di un estenuante rimpallo di proposte tra Atene e Bruxelles, giocato costantemente al ribasso ai danni della penisola ellenica. Nonostante gli sforzi ed il sostegno all’intento, la strategia del compromesso ad ogni costo – che ha ridimensionato talune correnti più radicali all’interno della stessa Syriza ed ha battuto il chiodo sulla fattibilità di una battaglia intransigente con la Troika- sembra essere, oggi più che mai, esclusa proprio dagli stessi FMI,BCE e CE che ribaltano la frittata ricattando gli originari ricattatori: alla minaccia che la sfidante Grecia doveva rappresentare (e rappresenta) per il sistema-europa, l’Unione Europea stessa sta ora rispondendo con ancora più violenza e calcolato sangue freddo, aiutata in questo, suo malgrado, anche dalle convinzioni del leader di Syriza sulla possibilità di “umanizzare” l’Europa, dall’ambiguità rappresentata dal fatto di voler restare nell’euro e, al tempo stesso, ripristinare la sovranità nazionale.

In tale situazione possono risultare forse meno incomprensibili, per quanto ampiamente criticabili, anche le posizioni espresse sul referendum da parte del KKE; ed, in generale, appare centrale (seppure, purtroppo, priva dell’adeguato tempo di analisi, data l’imminenza del referendum) una riflessione seria sul fatto che questa occasione possa rappresentare una fondamentale possibilità di allargare coraggiosamente il fronte del “no” ad una più definitiva rottura con le linee di austerità, con l’irrevocabilità della moneta unica e con l’Europa imperialista, che diversa non può essere se non a condizione di abbatterla prima. Sperando, a quel punto, nell’effetto del contagio politico verso gli altri Paesi d’Europa che, sul solco dell’apripista Grecia, dovranno farsi trovare preparati a non far scivolare tra i pericolosi tentacoli del populismo e delle destre questo nuovo vento di cambiamenti.

05/07/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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