Come chiarisce già bene Gramsci, nella società capitalista la grande maggioranza tende a interessarsi di politica in prossimità delle elezioni, anche perché nella democrazia formale borghese la sovranità popolare si riduce alla delega, una volta ogni tot anni, della sovranità a un deputato, che la esercita senza nessun vincolo di mandato. In altri termini, una volta eletto il parlamentare non deve rispondere del proprio operato agli elettori. Questi ultimi se non sono simpatizzanti di un certo partito politico e se non cedono al voto di scambio votano sulla base delle problematiche in senso lato politiche che conquistano il centro della scena nel periodo precedente alla tornata elettorale. Diventa dunque decisiva la lotta per l’egemonia sulla società civile. Più che mirare a conquistare il limitato numero di indecisi, che tenderanno a votare o per i moderati di centrosinistra o per i moderati di centrodestra, le componenti radicali debbono motivare i propri elettori e ostacolare la mobilitazione dei potenziale elettori del proprio avversario politico che insieme costituiscono la maggioranza quanto meno relativa degli aventi diritto. Se prevalgono i contenuti delle forze che si battono per la disemancipazione del genere umano, al centro della campagna elettorale verrà posta la sicurezza dell’individuo e della sua proprietà privata. Ciò favorirà la lotta non alla povertà ma ai poveri, che si traduce, nel modo più immediato nella lotta contro i lavoratori stranieri. Sul piano della politica estera se dominerà il dibattito elettorale la paura dell’aggressione di potenze o organizzazioni politiche straniere prevarrà l’economia di guerra, che favorisce la deriva verso una terza repubblica bonapartista regressiva. In questi casi saranno le forze della destra radicale o della destra estrema a dettare i temi del confronto politico. In tal modo, in tutte le democrazie borghesi tenderanno a prevalere le forze che si battono per la disemancipazione del genere umano, a meno che non siano le forze progressiste a imporre all’ordine del giorno i diritti economici e sociali, la lotta all’economia di guerra, alla guerra imperialista e a forme di Stato sempre più autoritarie.
Perciò nel panorama italiano a dettare i temi su cui si svilupperà il dibattito mainstream rischia sempre più di essere il progetto radicalmente disemancipatorio del generale Vannacci, visto che le casematte funzionali a governare con il consenso dei governati lo pubblicizzano in modo sempre più vergognoso. Il suo progetto non solo è quello che mira in modo più sfacciato a portare a termine la transizione alla terza repubblica bonapartista, funzionale all’economia di guerra che comporta l’affossamento dello Stato sociale, dal momento che a causa della crisi la classe dominante gestisce il potere sempre più con il monopolio della violenza legalizzata e sempre meno con la capacità di egemonia. Non a caso ogni tentativo, anche il più marginale, di mettere in discussione il monopolio della violenza legalizzata, ad esempio da parte degli attivisti climatici o da chi protesta contro il genocidio in Palestina, viene represso in modo sempre più implacabile e sproporzionato.
Vannacci può presentarsi come il meno compromesso con le politiche antipopolari dell’ordoliberismo dominante e come spauracchio più efficace per far apparire un nuovo governo di larghe intese, del presidente o tecnico come il meno peggio. Anche un governo del campo largo e/o larghissimo, in cui le forze centriste ultraliberiste e filoimperialiste saranno l’ago della bilancia, in quanto indispensabili alla sopravvivenza dell’esecutivo, non potrebbe che rafforzare ancora da più quella che si vuole spacciare come sola realistica alternativa, cioè lo sfacciato progetto disemancipatorio di Vannacci.
Questo nefasto scenario non può essere sensibilmente modificato se l’unica credibile alternativa all’attuale governo della destra radicale resta il campo largo e/o larghissimo. Quest’ultimo per governare da solo mira a farsi considerare affidabile dai poteri forti e, perciò, da una parte frena i movimenti di opposizione non solo contro le politiche ultraliberiste del governo, ma persino verso il suo supporto alla guerra imperialista, dall’altra evita che sia veramente possibile confrontarsi su dei nodi programmatici che siano realmente alternativi a quelli del governo. Quest’ultimo aveva vinto le passate elezioni proprio perché guidato dalla forza politica che più appariva alternativa al governo Draghi, mentre la forza che egemonizza il campo largo era stata la grande sconfitta proprio perché si era posta in completa continuità con esso.
Per poter governare con il beneplacito dei poteri forti l’attuale esecutivo, per quanto egemonizzato dalla destra più radicale, ha fatto propria in tutto e per tutto l’agenda Draghi. Ciò non poteva che che rendere sempre più impopolare il governo. Di ciò non approfitta il campo largo che – per farsi accettare dalla classe dominante, le sezione italiana del capitale monopolistico finanziario transnazionale, proprio in pieno dibattito elettorale, quando la maggioranza di cittadini si interessano un po’ di politica – non fa nulla per mettere seriamente in discussione l’agenda Draghi.
Le stesse componenti meno liberiste del campo largo: Avs, rappresentante della sinistra riformista e M5s, espressione dei ceti medi liberaldemocratici, per rimanere nel campo largo/larghissimo non riescono a rappresentare una reale alternativa di sinistra a Elly Schlein, indispensabile a far apparire il Pd come una forza non solo di governo ma anche di lotta.
In tal modo non riescono a conquistarsi né i voti di chi considera prioritario non continuare a essere governati dalla destra radicale, né di una parte consistente dell’astensionismo, che non individua nessuna reale alternativa alle politiche antipopolari dell’agenda Draghi.
Anzi, anche una parte significativa del Movimento 5 stelle, che esprime un voto di protesta nei riguardi dell’Agenda Draghi, difficilmente voterebbe per un candidato del campo largo/larghissimo che ne garantirebbe la continuità.
Ci sarebbe una prateria per le forze della sinistra radicale che dovrebbero rappresentare le classi subalterne maggioritarie nel paese, che hanno mostrato capacità di mobilitazione spontanea di massa tanto in occasione del genocidio in Palestina, quanto per contrastare il tentativo del governo di stravolgere in senso bonapartista la Costituzione.
Per poter tornare a essere il partito dei subalterni le forze della sinistra radicale debbono però necessariamente superare i gravi limiti che le hanno rese poco credibili agli occhi delle masse popolari. In primo luogo occorrerebbe contrastare il prevalere delle piccole ambizioni egoiste e individualiste, rispetto alle grandi ambizioni che mirano a una reale trasformazione radicale dello stato di cose esistente. Per cui la grande maggioranza degli intellettuali che dirigono la sinistra radicale hanno sempre più revisionato e perso fiducia nel socialismo scientifico, che rappresenta l’unica reale alternativa all’ideologia dominante, espressione delle classi dominanti. In tal modo, hanno di fatto rinunciato al loro scopo finale: una società capace di autogestirsi e di dirigere in modo collettivo lo sviluppo delle forze produttive, dopo aver costruito dei rapporti sociali volti a superare ogni forma di gerarchia classista e rapporti di proprietà fondati sulla socializzazione dei grandi mezzi di produzione.
Così l’ideologia dominante individualista ed egoista ha fatto breccia anche nel gruppo dirigente della sinistra radicale che, dinanzi alla sconfitta storica iniziata quasi mezzo secolo fa, ha cominciato a considerare prioritario rafforzare la propria organizzazione senza curarsi che, in tal modo, essa non più essere l’avanguardia dei subalterni, degli oppressi e sfruttati, cioè ha finito per abbandonare la sua stessa identità comunista. Anche perché rinunciando di fatto al fine anche il mezzo, la rivoluzione sociale, nel nostro caso la rivoluzione in occidente, non è più all’ordine del giorno. Persino i principali e indispensabili strumenti per rovesciare la dittatura della borghesia: il partito rivoluzionario, cioè il partito dei comunisti, e le strutture consiliari, cioè i soviet vengono considerati superati, il che non può che significare una ripresa delle diverse determinazioni del socialismo così detto utopista, le cui diverse componenti erano state già radicalmente criticate nel Manifesto del partito comunista.
Perciò, anche dinanzi a questa campagna elettorale la sinistra radicale invece di unire le forze per essere egemone sui riformisti e i sinceri liberaldemocratici continua a procedere in ordine sparso dal momento che l’essenziale resta dare il massimo di visibilità alla propria organizzazione. In tal modo, non possono che apparire inaffidabili agli occhi dei subalterni e dello stesso proletariato moderno.
Assistiamo così a chi spera di riconquistare visibilità attraverso il regresso alla malattia infantile del comunismo: l’estremismo. Come se bastasse l’anima bella, tutta presa ad autocompiacersi nel non accettare nessun compromesso con il corso del mondo, per riconquistare tutti quei subalterni che si sono mobilitati contro il genocidio e lo stravolgimento della Costituzione. Come se si potesse riconquistare la credibilità perduta con l’attitudine infantile di chi pretende che il mondo si adegui agli ideali astratti della legge del proprio cuore. Così facendo si rinuncia alla stessa base della politica moderna, cioè la sua autonomia dalla morale e dalle religione.
Dall’altra parte abbiamo quegli intellettuali tradizionali, che non hanno potuto/voluto divenire organici alla classe dominante, ma non hanno rinunciato alla loro aspirazione a svolgere un ruolo dirigenziale nelle istituzioni borghesi. A tale scopo si offrono come sponda istituzionale alle lotte sociali che i subalterni, a causa della loro condizione, spontaneamente dovrebbero portare avanti.
