Il populismo progressista, il giano bifronte del Presidente Conte

Dopo il referendum, il confronto a sinistra sulle elezioni del 2027 si intreccia con le mobilitazioni sociali, il dissenso sulle politiche di guerra e la crescente insofferenza verso le disuguaglianze. Per i comunisti, la sfida è trasformare le contraddizioni del Campo Largo in un terreno di conflitto sociale, senza rinunciare alla propria autonomia politica e programmatica.


Il populismo progressista, il giano bifronte del Presidente Conte

Il dibattito politico sulle elezioni del 2027 in Italia sta entrando sempre più nel vivo, connettendosi indirettamente con tutti i problemi ed i conflitti che hanno attraversato l’Italia in questi ultimi due anni. Dopo l’importantissima vittoria nel referendum costituzionale di aprile, le forze di opposizione rappresentate in Parlamento – galvanizzate eccessivamente dalla sconfitta temporanea del Governo – hanno cominciato a confrontarsi sulle ipotesi di programma di Governo per le elezioni del 2027. 

Inizialmente il dibattito appariva modulato esclusivamente sulle architetture barocche tipiche del Partito Democratico: un confronto tra amministratori locali e burocrati di partito finalizzato ad un vuoto programma che non disturbasse minimamente le élite sociali al potere in questo paese. Nonostante questa miseria di fondo che caratterizza la gestione politico-amministrativa in Italia negli ultimi anni, non era possibile eludere due anni di forti mobilitazioni sociali e di partecipazione popolare incentrata sulle questioni internazionali (la lotta in sostegno della Palestina) ma anche sulle dinamiche di difesa democratica contro il crescente autoritarismo. 

A questo piano di partecipazione attiva va connessa una insoddisfazione generale per le politiche sociali ed internazionali del Governo Meloni. La maggioranza degli italiani ha potuto constatare come il clima di guerra scatenato dall’entità sionista, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea ha prodotto diverse impennate dei prezzi che, a partire dai carburanti, si è riversato in una perdita di potere d’acquisto dei salariati ma anche in un impoverimento progressivo della piccola borghesia. In sostanza, negli ultimi quattro anni la forbice sociale tra ricchi e poveri si è ulteriormente approfondita ed il Governo Meloni non ha voluto intaccare minimamente gli extra profitti né toccare o far finta di toccare privilegi insopportabili e diseguaglianze profonde che si vanno accentuando in maniera sempre più acuta. L’apparente follia dell’Unione Europea che propone di uscire dalla crisi di sovrapproduzione sempre più irreversibile – soprattutto nei paesi occidentali – attraverso un gigantesco piano di riarmo finalizzato all’accaparramento delle risorse energetiche della Federazione Russa non può che allarmare milioni di cittadini che, di fronte a queste follie imperialiste non possono che provare un sentimento di angoscia, sbalordimento e confusione.

La natura populista del Movimento Cinque Stelle, sollecitata dal suo gruppo dirigente pensante – dal suo think tank esterno – il Fatto Quotidiano – non poteva rimanere del tutto immune a queste spinte sociali, a queste tendenze di fondo della società italiana che scaturiscono immediatamente dai bisogni più profondi di riproduzione dell’essere umano in una fase di crisi. Il modo in cui questo processo d’interpretazione della crisi è stato elaborato risponde chiaramente alla natura populista ed interclassista del movimento stesso. Da questo punto di vista non si può imputare a questa formazione politica ciò che non gli appartiene: lo schema di lettura della società di questo movimento non è marxista ma si fonda su una contrapposizione sociale tra strati popolari produttivi e impoveriti ed élite finanziarie. L’assenza di una sinistra comunista organizzata e di un conflitto forte sui posti di lavoro negli ultimi anni non ha permesso di esprimere il conflitto di classe nella sua forma più autentica e marxista, cioè conflitto tra capitale e lavoro di cui il capitale finanziario rappresenta uno sviluppo inevitabile – ma anche la sua componente più reazionaria – ma nell’ottica populista, interclassista e socialdemocratica di un’aspirazione alla giustizia sociale ottenuta attraverso l’armonia fra piccoli produttori e lavoratori.

Lo spirito dell’intervento conclusivo di Conte alla consultazione di Nova era tutto incentrato sulla critica alle grandi piattaforme dell’intelligenza artificiale e ai monopoli finanziari nell’ottica di una difesa delle persone, dei lavoratori e delle piccole imprese produttive aggredite dalla crisi di sovrapproduzione. Non si tratta affatto di un programma socialista, tuttavia il semplice richiamo al tema del disarmo, alla giustizia sociale, ma soprattutto la messa in discussione del sostegno militare al Governo ucraino ed una netta presa di posizione sul medio oriente ha mandato completamente nel panico il partito lobbista presente nel PD, legato a doppio filo ai grandi gruppi finanziari ed industriali strutturalmente interessati alle dinamiche di guerra e riarmo.

Su questo punto è corretto essere chiari: il presidente del Movimento Cinque Stelle non si colloca apertamente contro l’imperialismo europeo sul conflitto ucraino, da giurista formale concentrato sul diritto internazionale non denuncia apertamente la NATO per aver utilizzato l’Ucraina come base d’attacco della NATO alla Federazione Russa. Ma nel rivendicare all’Italia una funzione negoziale e non un sostegno incondizionato al Governo ucraino, esprime una posizione condivisibile alla stragrande maggioranza degli italiani. Nonostante i suoi tratti moderati – primo fra tutti lo schema aggressore-aggredito che mistifica in parte il ruolo della NATO – l’ipotesi di un accordo negoziale con la Russia da proporre all’Unione Europea come posizione dell’Italia – non può essere accettabile dai gruppi lobbisti del PD che governano le grandi città italiane ed alcune Regioni. Differente è la sensibilità degli elettori del PD e di una parte dei militanti che, condividendo i problemi della maggioranza degli Italiani, si riconosce di più nelle posizioni di Conte che in quelle dei burocrati del loro stesso partito. Non è un caso che i gruppi lobbisti presenti nel PD siano gli stessi che si oppongono al cosiddetto DDL antisemitismo, ma non potendo farlo apertamente alla luce del sole (data l’impopolarità del sionismo) si concentrano esclusivamente sull’attività occulta e bizantina dei cavilli giuridici e sulle meschine forme di astensionismo imposte al Partito Democratico attraverso l’astensionismo.

Cosa dovremmo fare noi comunisti? Per prima cosa renderci conto delle nostre debolezze in un quadro in cui le regole del gioco sul piano istituzionale non le decidiamo completamente noi ma la controparte. Possiamo e dobbiamo denunciare il carattere antidemocratico e liberticida delle leggi in chiave maggioritaria imposte dalla grande borghesia che impediscono la formazione di una forza politica o un aggregato di forze politiche nuove o alternative a quelle esistenti, istituzionalizzando in maniera ancora più marcata la dittatura della borghesia nel nostro paese; ma nello stesso tempo non possiamo non riconoscere le difficoltà e l’astrattezza del linguaggio e della visione che contraddistingue buona parte delle forze politiche a sinistra del campo largo. Non si può bypassare o considerare irrilevante il progetto di far cadere il Governo Meloni teorizzando l’identità sostanziale di tutte le forze politiche esistenti in Parlamento, non è corretto, a mio parere, teorizzare che tra Vannacci, la Meloni, da una parte e Conte ed AVS dall’altra ci sia perfetta identità; tanto più se non si è costruito nel tempo, attraverso un processo di convergenza nelle lotte e nelle discussioni programmatiche, un terreno comune, una visione programmatica ed un messaggio unitario e coerente da proporre alle masse popolari. Si possono e si devono mettere in luce tutti i limiti e le contraddizioni del Campo Largo, evidenziando in maniera sempre più marcata come la lobby delle armi presente ed in parte egemone nel PD renda sempre meno riconoscibile la differenza tra i due schieramenti; si possono anche mettere in luce i limiti populisti del Movimento Cinque Stelle così come i tratti opportunisti della dirigenza di AVS ma bisogna fare anche i conti con sé stessi; capire dall’esperienza del passato. Approfondire le contraddizioni sulla politica internazionale e sociale nel campo largo affinché i temi della critica alle guerre imperialiste e della giustizia sociale vengano posti nella campagna elettorale è possibile e bisogna provare a giocarsi la partita; non per illusioni governiste ma per aprire un nuovo terreno di conflitto sociale con il Governo che verrà; come ci hanno dimostrato in questi ultimi due anni l’esperienza della Francia e della Spagna.

02/10/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Francesco Cori

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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