Il superamento dialettico del capitalismo

Non ci si può limitare alla nichilistica negazione del precedente livello di sviluppo, altrimenti non si costruirebbe nulla di nuovo, ci si limiterebbe alla cieca distruzione del passato, senza distinguere gli aspetti progressisti che vanno ripresi e sviluppati e i momenti regressivi che devono essere definitivamente tolti.


Il superamento dialettico del capitalismo

Come ha insegnato Hegel, lo sviluppo storico avviene essenzialmente attraverso un superamento dialettico (in tedesco Aufhebung) del momento precedente. La necessaria negazione di ciò che precede, del precedente assetto storico è indispensabile altrimenti non vi sarebbe progresso storico. D’altra parte non ci si può limitare alla nichilistica negazione del precedente livello di sviluppo, altrimenti non si costruirebbe nulla di nuovo, ci si limiterebbe alla cieca distruzione del passato, senza distinguere gli aspetti progressisti che vanno ripresi e sviluppati e i momenti regressivi che devono essere definitivamente tolti. Allo stesso modo, risulta decisivo vagliare quali aspetti tesaurizzare e sviluppare a un livello più alto del passato e quali abbandonare in quanto oramai definitivamente superati dal punto di vista storico.

Proprio per questo è indispensabile distinguere, anche all’interno degli anticapitalisti, chi si limita alla mera negazione, puramente distruttiva e nichilista del capitalismo – come certe forme deleterie di anarchismo – chi punta a tesaurizzare proprio gli aspetti più conservatori e reazionari del capitalismo, cassandone gli elementi più innovativi e propulsivi (come la chiesa cattolica o i nazifascisti) e chi mira a superare in senso progressista il capitalismo, sviluppando un modo di produzione nuovo, più giusto e razionale, che valorizzi in pieno gli aspetti presenti solo in nuce nel capitalismo e tolga radicalmente tutti gli accomodamenti del modo di produzione capitalista, con i precedenti modi di produzione.

Così, per esempio, si tratta per i comunisti di superare dialetticamente la schiavitù del lavoro salariato, da non confondere, come avviene sempre più spesso con una nichilistica negazione del lavoro tout court, né con la riproposizione di forme di schiavitù e di alienazione ancora più radicali di quelle conservate nel modo di produzione capitalistico. Perdendo queste essenziali distinzioni si finisce per fare di tutt’erba un fascio e di considerare come naturali alleati dei comunisti il Vaticano e altre chiese, in quanto anch’esse critiche del capitalismo. Si tratta, però, di una critica di segno opposto, dal punto di vista marxista. Nella prospettiva del Vaticano, infatti, si attacca il capitalismo non per i suoi aspetti conservatori e/o reazionari; al contrario, si attacca il capitalismo per gli aspetti progressisti – presenti almeno potenzialmente in esso – rispetto ai precedenti modi di produzione. Come non si può cadere nell’errore – in cui s’incappa troppo spesso – di porre sullo stesso piano i grandi pensatori che hanno criticato da destra, in una prospettiva conservatrice e reazionaria, il modo di produzione capitalistico, come Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche o Heidegger, e i grandi pensatori che lo hanno criticato da sinistra, come hanno fatto certamente i marxisti e per diversi aspetti lo stesso Hegel.

Allo stesso modo non si può confondere marxismo e comunismo con certe tendenze primitiviste, presenti fra gli indigenisti, fra certi ambientalisti, fra i sotto-consumisti o i fautori della decrescita felice. Anche in questo esempio l’anticapitalismo di queste forze – non a caso tipicamente piccolo borghese – sogna di restaurare un idealizzato bel mondo antico, che sarebbe esistito prima dell’affermazione del capitalismo.

Se non si fa attenzione a queste distinzioni si arriva al paradosso populista di destra, antipolitico e qualunquista il quale pretende che non esistano più le differenze fra destra e sinistra. Si tratta di una posizione molto pericolosa perché è stata più volte sfruttata dai nazifascisti per creare confusione e scompiglio fra gli elementi meno dotati di coscienza di classe dei ceti subalterni e, in particolare, all’interno del sottoproletariato e della piccola borghesia. Così per esempio i nazifascisti si definiscono rivoluzionari, in quanto intenderebbero rovesciare radicalmente il capitalismo, ma in nome della distopia di un ritorno alle corporazione del medioevo, a una restaurazione delle caste su basi razziali e al ritorno di idee reazionarie come quella di impero, o alla riproposizione di rapporti servili e schiavistici, sempre su basi razzistiche. Allo stesso modo i comunisti debbono distinguersi da chi idealizza società precapitaliste o, come fa generalmente la piccola borghesia, un mitologico capitalismo delle origini dal volto umano

Un altro aspetto su cui gioca costantemente l’ideologia dominante è far passare come conservatore chi si batte per tutelare le conquiste progressiste del passato, ottenute grazie alla mobilitazione delle masse popolari e dalle lotte per l’emancipazione del genere umano, spacciando al contrario come innovatore e riformista il neoliberista che mira in realtà a restaurate un mitizzato liberismo e liberalismo delle origini, non ancora contaminatosi con democrazia e socialismo.

Così vengono generalmente spacciati per riformisti, coloro che mirano a delle riforme in senso regressivo, conservatore e reazionario dell’esistente, mente viene accusato di essere veterocomunista e conservatore chi si batte e resiste per difendere le conquiste di civiltà del passato contro le forze che mirano alla de-emancipazione del genere umano. 

Tale confusione viene portata alle estreme conseguenze dall’ideologia dominante quando si parla delle forze antimperialiste o in transizione al socialismo. Anche in questo caso si definiscono riformiste o addirittura rivoluzionarie le forze filoimperialiste, di fatto controrivoluzionarie, mentre vengono condannati al pubblico ludibrio in quanto conservatori coloro che si attestano su posizioni antimperialiste o difendono le conquiste rivoluzionarie del passato.

Al contrario, quando si parla di forze islamiste, vengono esaltate come forze moderate i filoimperialisti e anche gli ultra reazionari, sostenitori della concezione più regressiva dell’islamismo, mente vengono denigrare come forze radicali o addirittura terroriste le forze della resistenza antimperialista.

Allo stesso modo vengono tacciate di estremismo e di terrorismo le forze progressiste che si oppongono a un governo filoimperialista, mentre vengono presentate come rivoluzioni colorate, tutti i tentativi di rovesciare un governo, per istaurarne un altro più filoimperialista. In tal modo più volte, almeno dalla guerra in Afghanistan, si sono spacciati per combattenti della libertà le forze del fondamentalismo islamico, in seguito si sono spacciate come forze rivoluzionarie le forze terroriste dell’Uck, dedite persino al traffico degli organi, e, infine, sono state incensate le forze terroriste islamiche impegnate a rovesciare il governo laico siriano.

Anche rispetto all’interpretazione di Marx, l’ideologia dominante ha sempre puntato a interpretare la sua posizione filosofica non come un superamento dialettico dello hegelismo, ma come una negazione semplice, indeterminata. Così, invece di intendere il marxismo come un superamento dialettico della più avanzata filosofia rivoluzionaria borghese, si è cercato di interpretarlo come un regresso rispetto a Hegel, ad autori più antichi, su posizioni necessariamente più arretrate, da Kant, a Rousseau, dal materialismo meccanicistico fino a Spinoza o addirittura al cristianesimo rettamente inteso o ad Aristotele e Platone. 

A tale scopo è stata mistificata la stessa interpretazione di Hegel, di cui sono stati occultati gli aspetti rivoluzionari, evidenziandone al contrario le posizioni più discutibili o ambigue. Oppure, riprendendo la tattica denigratoria della tradizione liberale, sono state interpretate tutte le critiche di Hegel in senso progressista al liberalismo classico, come delle critiche di stampo reazionario. Allo stesso modo, si è spesso mirato a confondere l’anticapitalismo rivoluzionario del marxismo con l’anticapitalismo reazionario di una parte significativa del romanticismo, non a caso fortemente avversata dallo stesso Hegel.

Il perdere di vista che il socialismo non possa che essere un superamento dialettico del capitalismo ha favorito tutta una serie di critiche da un punto di vista estremista, ovvero opportunista di sinistra, simile a quello dei nichilisti anarchici russi, a ogni tentativo storico di transizione al socialismo. Per cui ogni tentativo di transizione al socialismo è stato accusato – persino dall’opportunismo di destra antirivoluzionario dei socialdemocratici – di aver tradito i princìpi e i valori del marxismo, del comunismo, della rivoluzione per essere scesi a patti con il capitalismo. In altri termini, l’accusa ancora oggi più spesso rivolta a chi, fra infinite difficoltà, cerca di tenere in piedi la prospettiva di una difficilissima transizione al socialismo o semplicemente cerca di sviluppare uno Stato antimperialista e antiliberista è di essere diventato un traditore, un profanatore del puro verbo rivoluzionario.

Tali critiche dimenticano o, peggio, omettono, che uno sviluppo in senso progressista del capitalismo non passa per una sua negazione semplice, astratta, nichilista e indeterminata, ma per un superamento dialettico che implica necessariamente oltre al togliere gli elementi superati e ormai irrazionali del precedente modo di produzione, anche il conservare e sviluppare su di un piano superiore gli elementi almeno potenzialmente progressisti presenti nel modo di produzione precedente. Paradossalmente se tali critiche vengono condotte in perfetta buona fede, dagli opportunisti di sinistra, vengono sfruttate in cattiva fede dagli opportunisti di destra, ovvero da socialdemocratici e liberalsocialisti.

Non si capisce poi perché tutte queste forze che criticano i tentativi storici di transizione al socialismo, non abbiano finito di conseguenza per sostenere quelle esperienze storiche che hanno cercato di realizzare il socialismo attraverso una negazione semplice, indeterminata, assoluta del capitalismo come, per esempio, l’Albania di Enver Hoxha o la Cambogia di Pol Pot. Paesi in cui si è rischiato di realizzare quella socializzazione della miseria da cui aveva messo in guardia Karl Marx.

D’altra parte, si potrebbero rinvenire molto più acutamente e scientificamente proprio nel mancato superamento dialettico del modo di produzione capitalistico, i motivi principali dei tentativi di transizione al socialismo falliti o che vivono oggi una grave impasse. Si tratterebbe di un’analisi sicuramente più proficua e produttiva e indispensabile a non ricommettere gli stessi errori in futuro, facendo tesoro anche delle sconfitte e degli errori del passato, piuttosto che limitarsi alla critica puramente distruttiva, nichilista e moralista di tradimento.

Allo stesso modo, non cogliendo come un valore la ripresa e lo sviluppo di elementi progressivi del precedente modo di produzione, si perdono di vista anche le principali conquiste nei tentativi storici di transizione al socialismo, che potrebbero servire da esempi positivi da sviluppare oggi e in futuro. Prendiamo per esempio il superamento dialettico, realizzato in Unione Sovietica, dell’organizzazione scientifica del lavoro, precedentemente sviluppata soprattutto negli Stati Uniti e nota come taylorismo. Anche in questo caso, troppo spesso ci si è limitati a denunciare, persino nelle posizioni di Lenin, un presunto tradimento dei sacri precetti del socialismo. Perdendo così di vista quanto di nuovo, progressivo e anche creativo ci fosse in quella esperienza storica.

24/09/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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