La Grecia al bivio

Le trattative sono durate mesi e non hanno prodotto alcun risultato concreto. E sulla Grecia pende ancora, scadenza  dopo scadenza, la spada di Damocle del pagamento del debito alle “istituzioni creditizie”. Ora Tsipras annuncia che sarà il popolo greco a scegliere, il 5 luglio: accordo con la Troika o fuori dall’euro?


La Grecia al bivio

Le trattative sono durate mesi e non hanno prodotto alcun risultato concreto. E sulla Grecia pende ancora, scadenza  dopo scadenza, la spada di Damocle del pagamento del debito alle “istituzioni creditizie”. Ora Tsipras annuncia che sarà il popolo greco a scegliere, il 5 luglio: accordo con la Troika o fuori dall’euro?

di Pasquale Vecchiarelli e Selena Di Francescantonio

Che la BCE non fosse un organo tecnico bensì un organismo politico, il più importante di tutta la baracca europea, è sempre stato lampante, a discapito di chi voglia illudersi del contrario. A maggior ragione adesso che la Grecia si trova ad un bivio: uscire dall’euro e rigettare ogni accordo oppure trovare una mediazione con le “istituzioni creditizie” (che è l’altro nome della Troika) per la gestione del debito rimanendo, dunque, nell’alveo delle politiche euro compatibili. O l’accordo è nelle politiche monetariste  o l’accordo non c’è.

Dopo mesi di tentate trattative, intensificatesi nelle ultime settimane e tutte giunte ad un nulla di fatto, ad una manciata di ore dalla scadenza del 30 giugno, risulta evidente che la tattica adottata sinora non è quella percorribile per la soluzione del problema greco: i paletti posti dal governo di Syriza - entro i quali mantenersi e da non travalicare nella trattativa con la Troika – saltano dinnanzi alla sostanziale incompatibilità reciproca delle richieste; non è possibile ristrutturare il debito pubblico ed avviare un rilancio economico del Paese sulla base delle necessità che gli sono proprie,  rimanendo, al tempo stesso,  ligi ai vincoli politici ed economici europei.

Tsipras, per guadagnare ore preziose, ha annunciato fuori tempo massimo che il famoso referendum popolare sulle condizioni dell’accordo con i creditori  verrà indetto per il 5 di luglio, vale a dire 5 giorni dopo la scadenza del termine per il rimborso di una rata da 1,6 miliardi di euro dovuta al FMI. Mentre il Paese verrebbe traghettato verso l’insolvenza, sarebbe rimessa nelle mani del popolo la decisione circa il da farsi.  

Ufficialmente, la maggioranza del popolo greco non desidera uscire dalla moneta unica ma è altresì vero che, un giorno sì e l’altro pure, milioni di persone si recano presso le banche e le casse di risparmio per prelevare ingenti quantità di denaro, non confidando, a quanto pare, nella riuscita delle trattative con BCE, CE e FMI. Negli ultimi giorni diverse manifestazioni , come quella promossa dal PAME, organizzazione sindacale del Partito Comunista Greco KKE, e dal MATE , corrente sindacale di Syriza, hanno chiesto a gran voce la fine delle politiche di austerità;  allo stesso tempo  un’altra fetta di popolazione ha  manifestato, su convocazione di Syriza,  in piazza Syntagma il sostegno al governo per la ricerca di una mediazione.  Inoltre bisogna tenere da conto che, anche se minoritaria, esiste un fetta di popolazione che si dice favorevole agli accordi capestri dettati dalla Troika.

Come scriveva su questo giornale Dino Greco , appare ora evidente il cul de sac in cui si trova la trattativa: il programma di Salonicco, mancando di una prospettiva di fuoriuscita dall’euro e dall’ Europa,  si sta frantumando di fronte al muro eretto dal capitalismo. L’ossessione nel voler percorrere la via della riformabilità tutta interna ai trattati europei non ha consentito alla popolazione di  maturare una prospettiva reale per un  percorso alternativo ai dettami  dei gruppi di potere europei  al servizio dell’imperialismo. 

Dunque, se da un lato sembra ormai maturare nel senso comune di  ampi strati della società greca la dicotomia tra la prosecuzione dell’austerità e l’uscita dalla gabbia del monetarismo, è quest’ultima possibilità a rimanere  ancorata ad una dimensione immatura e non pienamente indagata  a livello di massa.

Che fare, dunque? Il clima nel Paese è frenetico e agitato. Nei prossimi giorni non si deciderà il risultato di una complessa partita a scacchi che molti economisti borghesi hanno descritto come un bell’esempio di teoria dei giochi - richiamando il famoso  enigma del prigioniero -  bensì il destino di un intero popolo. Le forze progressiste europee devono mobilitarsi per mettere in campo il massimo sostegno internazionale  al popolo greco, poiché siamo forse giunti al momento in cui la prima crepa nella fortezza di quest’alleanza imperialista, fondata sullo sfruttamento e sulla guerra, che è l’Unione Europea si apre all’inizio del crollo strutturale.  Ma è necessario porre sotto ai riflettori un monito importante, la cui fondatezza viene a farsi, man mano che prosegue la vicenda greca, sempre più concreta e tangibile: pensare di poter riformare od addolcire l’architettura dell’Europa e dell’eurozona è un’ abbaglio politico, un progetto illusorio che si scontra con la naturale fisiologia dei principi e dei meccanismi sui quali tale fortezza è stata, coscientemente, eretta esattamente così com’è. Le conseguenze di tale stato di cose possono essere diverse e non si tratta di un problema che investe solamente la Grecia di Tsipras:  è bene cominciare a ragionarci in termini approfonditi, per non ritrovarsi, poi, in ritardo ed impreparati dinnanzi al precipitare degli eventi.

28/06/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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