La logica del capitalismo dietro l’aggressione all’Iran

 La video intervista a Domenico Moro analizza le fondamenta strutturali ed economiche dell’imperialismo statunitense in Medio Oriente, evidenziando il ruolo del petrodollaro, dell’industria militare e delle dinamiche geopolitiche. Vengono inoltre esaminate le ripercussioni economiche globali e le trasformazioni nei rapporti di forza tra le grandi potenze.


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La videointervista esamina le fondamenta strutturali ed economiche dell’imperialismo statunitense in Medio Oriente, mettendo in luce i vantaggi della guerra per il capitale USA e le motivazioni che spingono il grande capitale ad appoggiare Israele e Trump nel conflitto. L’attacco ha provocato ripercussioni economiche globali, come l’aumento dei prezzi in Italia, evidenziando la logica parassitaria della guerra imperialistica. Viene analizzato anche il ruolo della base industriale militare statunitense, che richiede una produzione continua di armi e la loro esportazione o utilizzo, oltre ai record di esportazione di petrolio USA, vantaggiosi per le multinazionali petrolifere. Tra le cause strutturali del conflitto emergono il debito statunitense e la necessità di mantenere il saggio di profitto, considerati il motore della guerra imperialista.

Il ruolo del dollaro e la crisi del petrodollaro

Il dominio degli Stati Uniti si fonda sul dollaro come valuta per le transazioni internazionali. Tuttavia, l’aumento del debito e la crisi del petrodollaro stanno indebolendo questa posizione. L’attacco all’Iran è stato interpretato come una mossa strategica per difendere il petrodollaro e il controllo del Golfo Persico, cruciale per le riserve mondiali di petrolio. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la decolonizzazione, il dominio diretto è stato sostituito da una dipendenza economica e finanziaria, basata sulle multinazionali e sull’attrazione di materie prime dalla periferia. Il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale continua a finanziare l’enorme debito statunitense, ma è messo in discussione dall’uso crescente di valute alternative come Euro, Renminbi, Rupia indiana e Rublo. Inoltre, diverse banche centrali, tra cui quelle di Cina e Giappone, stanno riducendo l’acquisto di titoli di stato americani a favore dell’oro, mentre paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti aderiscono a piattaforme di pagamento alternative al sistema Swift, diminuendo ulteriormente l’importanza del dollaro.

La guerra contro l’Iran e le sue conseguenze geopolitiche

L’attacco all’Iran è stato concepito in un contesto di crescente contraddizione tra l’aumento dell’indebitamento statunitense e l’indebolimento del dollaro. La strategia si basava sull’errata convinzione della fragilità iraniana, nonostante l’opposizione interna dell’ala MAGA del Partito Repubblicano a nuove avventure militari. La resistenza iraniana ha bloccato gli obiettivi di regime change, minacciando e agendo per la chiusura dello Stretto di Hormuz e bombardando basi americane nella regione, con conseguente rischio di recessione globale. Gli Stati Uniti sono stati costretti a un passo indietro, limitandosi all’obiettivo di riaprire lo stretto, mentre la guerra ha generato spaccature con gli alleati europei e arabi del Golfo. Il blocco di Hormuz, attraverso cui transita circa un terzo del petrolio mondiale, ha causato emergenze energetiche in paesi asiatici come Filippine, Giappone, Corea e Pakistan, con ripercussioni anche in Italia, dove si registra un aumento dei prezzi di benzina, merci e servizi, già evidente negli aeroporti e nelle stazioni di rifornimento del Nord.

Trasformazioni globali e prospettive future

La guerra risponde alla logica dell’accumulazione capitalistica e alla natura imperialistica degli Stati Uniti, basata sul drenaggio di risorse dall’estero. Le multinazionali produttrici di sistemi d’arma traggono vantaggio dal conflitto, poiché l’esaurimento degli arsenali richiede nuova produzione. Parallelamente, si evidenzia il declino dell’egemonia americana e l’ascesa della Cina, caratterizzata da un modello economico misto e da un ruolo strategico dello Stato. La strategia dell’amministrazione Trump mira a ristabilire il controllo nell’emisfero occidentale e a contrastare Pechino, anche attraverso il rafforzamento del petrodollaro e il controllo delle vie di rifornimento energetico. Tra i progetti emerge la costruzione di un oleodotto dalla Penisola Arabica al Mediterraneo attraverso i porti israeliani, per aggirare gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb. Preoccupa inoltre l’aumento della spesa militare, con una richiesta di incremento del bilancio della difesa del 50%, da 1000 a 1500 miliardi di dollari, di cui 200 miliardi destinati alle operazioni in Medio Oriente.

Gli eventi in corso potrebbero rafforzare la spinta dell’imperialismo europeo verso una maggiore autonomia politica e finanziaria, mentre le azioni di Trump — come i dazi, la minaccia di uscire dalla NATO, la volontà di acquisire la Groenlandia e il ritiro dall’Ucraina — stanno ridefinendo gli equilibri geopolitici. Il mondo attraversa una fase di profonde trasformazioni nei rapporti di forza tra le grandi potenze e tra l’imperialismo e i paesi del Sud globale. Si sottolinea infine come il capitalismo e l’imperialismo siano messi in discussione anche per le loro conseguenze ambientali e per la minaccia delle armi nucleari, con le guerre considerate una delle principali fonti di inquinamento. L’auspicio conclusivo è la costruzione di un forte movimento contro la guerra in Occidente, alla luce dei previsti effetti economici, tra cui un aumento generalizzato dei prezzi anche in Italia.

10/04/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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