La crisi politica danese entra in una fase decisiva. Dopo aver vinto le elezioni legislative del 24 marzo come primo partito, ma con il peggior risultato socialdemocratico dal 1903, Mette Frederiksen non è riuscita a trasformare il primato elettorale del Partito Socialdemocratico (Socialdemokratiet, S) in una nuova maggioranza di governo. Il dato è politicamente rilevante perché conferma una tendenza già emersa nelle elezioni municipali del novembre 2025: la socialdemocrazia danese resta una forza centrale, ma non è più in grado di esercitare quell’egemonia che per decenni le aveva permesso di orientare l’intero campo progressista e, spesso, l’intero sistema politico nazionale. Il voto di marzo aveva consegnato ai socialdemocratici il 21,9 per cento circa dei consensi e 38 seggi, ma aveva anche prodotto un Folketing frammentato, nel quale né il blocco rosso né il blocco blu disponevano da soli della maggioranza assoluta. Da qui è iniziato un lungo negoziato, divenuto il più lungo della storia politica danese recente, che si è infine arenato l’8 maggio.
Dopo settimane di trattative condotte da Frederiksen, il leader dei Moderati (Moderaterne, M), Lars Løkke Rasmussen, ha ritirato il proprio sostegno al tentativo della premier uscente e ha chiesto che fosse Troels Lund Poulsen, leader del Partito Liberale (Venstre, V), a guidare una nuova fase negoziale. Re Frederik X ha quindi incaricato Lund Poulsen di esplorare la possibilità di formare un governo senza la partecipazione dei socialdemocratici e degli stessi Moderati. Si tratta di una svolta di grande portata, perché il partito arrivato primo alle elezioni rischia ora di essere escluso dalla guida dell’esecutivo, mentre il potere potrebbe passare a una forza del centrodestra uscita dal voto con un risultato molto più contenuto, ma collocata al centro di un possibile accordo tra le destre.
La causa immediata del fallimento di Frederiksen sta proprio nella posizione dei Moderati. Rasmussen, figura abituata a muoversi come ago della bilancia tra i blocchi, ha ritenuto impossibile proseguire con un mandato che lo avrebbe portato a sostenere un governo dipendente dai voti dell’Alleanza Rosso-Verde (Enhedslisten – De Rød-Grønne, Ø). Secondo il leader centrista, il mandato affidato a Frederiksen era ormai una “camicia di forza” da cui la premier non poteva liberarsi. In termini più politici, i Moderati hanno rifiutato l’idea che la Danimarca potesse essere governata da una maggioranza socialdemocratica e progressista sostenuta, direttamente o indirettamente, dalla sinistra radicale. Il fallimento del blocco rosso, dunque, non dipende soltanto da divergenze tecniche o programmatiche, ma dall’indisponibilità del centro liberale ad accettare un’influenza significativa di Enhedslisten sulle scelte del futuro governo.
Anche il Partito Popolare Socialista (Socialistisk Folkeparti, SF), uscito dalle elezioni come seconda forza nazionale con 20 seggi e il miglior risultato della propria storia recente, aveva rafforzato la propria legittimità come perno di una possibile nuova maggioranza progressista. SF aveva sostenuto la possibilità di un governo guidato da Frederiksen, ma chiedeva un’agenda più radicale su welfare, politiche sociali, transizione ecologica e investimenti pubblici. Il suo successo elettorale, già anticipato dalla vittoria municipale di Sisse Marie Welling a Copenaghen, indicava chiaramente che una parte crescente dell’elettorato progressista non voleva la prosecuzione della coalizione centrista tra socialdemocratici, Venstre e Moderati, ma una svolta più riconoscibile a sinistra.
Ancora più netta è stata la posizione dell’Alleanza Rosso-Verde, che pure non ha ottenuto l’exploit di SF ma ha consolidato il proprio risultato, aumentando la propria rappresentanza parlamentare. Enhedslisten ha interpretato il voto come un mandato per rompere con gli anni del compromesso centrista e per riportare al centro del dibattito redistribuzione, salari, casa, welfare, clima e controllo pubblico dei servizi. La formazione guidata da Pelle Dragsted aveva già indicato prima e dopo il voto che il sostegno a Frederiksen non poteva essere dato per scontato, né ridotto a un automatismo di blocco. La richiesta era quella di un vero governo di sinistra, non di una riedizione più morbida dell’esperienza precedente. Proprio questa possibilità, tuttavia, è stata percepita dai Moderati come un limite invalicabile. Il paradosso è dunque che più le urne rafforzano la sinistra non socialdemocratica, più il centro liberale si allontana dalla prospettiva di una maggioranza rossa.
Il risultato è che il sistema politico danese sembra ora oscillare verso una soluzione di destra. Troels Lund Poulsen, già ministro della Difesa e vicepremier nel governo uscente, si presenta come candidato a guidare un esecutivo borghese o di centrodestra. Il suo partito, Venstre, è storicamente uno dei pilastri della destra liberale danese, anche se negli ultimi anni aveva partecipato alla coalizione trasversale guidata proprio da Frederiksen. La rottura del blocco centrista dopo le elezioni di marzo ha riportato Venstre nel proprio campo naturale, quello del cosiddetto blocco blu. Durante la campagna, del resto, Lund Poulsen aveva già dichiarato la propria ambizione di guidare un governo di centrodestra, accusando i partiti rossi di voler aumentare tasse e costi per cittadini e imprese.
L’eventuale ascesa di Lund Poulsen non sarebbe però lineare. La destra danese è numericamente competitiva, ma politicamente frammentata. Un governo guidato da Venstre dovrebbe verosimilmente cercare il sostegno o la partecipazione di forze come il Partito Conservatore Popolare (Det Konservative Folkeparti, C), l’Alleanza Liberale (Liberal Alliance, I), i Democratici di Danimarca (Danmarksdemokraterne, Æ) e il Partito Popolare Danese (Dansk Folkeparti, DF). Alcune di queste forze spingono per tagli fiscali e riduzione dello Stato sociale; altre puntano soprattutto su nazionalismo, restrizioni migratorie e retorica anti-élite. La convergenza contro la sinistra non cancella le differenze interne, soprattutto su welfare, immigrazione, rapporti con il centro e grado di radicalità del programma economico.
Da questo punto di vista, la situazione presenta una forte analogia con fasi precedenti della politica danese, quando governi liberali e conservatori hanno governato con il sostegno esterno del Partito Popolare Danese, il partito collocato più a destra nello spettro politico danese. L’esperienza storica dimostra che anche senza ministeri, il DF può orientare pesantemente l’agenda nazionale su immigrazione, cittadinanza, sicurezza e politiche sociali selettive. In un contesto europeo già segnato dalla normalizzazione dell’estrema destra, un governo Poulsen sostenuto dai partiti nazionalisti rappresenterebbe un arretramento non solo per la Danimarca, ma per l’intero equilibrio nordico, tradizionalmente associato a welfare universalistico, compromesso sociale e forte cultura democratica.
Il fallimento di Frederiksen, tuttavia, non può essere attribuito soltanto ai calcoli dei Moderati o alla rigidità della sinistra radicale. È anche il risultato della crisi di una linea politica che ha progressivamente indebolito l’identità socialdemocratica. Dopo il 2022, la scelta di governare con Venstre e Moderati aveva già spinto i socialdemocratici dentro una formula centrista, presentata come risposta alla frammentazione ma percepita da una parte dell’elettorato come rinuncia alla propria funzione storica. Alle municipali del 2025, la perdita di Copenaghen aveva mostrato quanto profonda fosse la frattura con l’elettorato urbano progressista. Alle legislative del 2026, il calo del partito ha confermato che la leadership di Frederiksen non riesce più a tenere insieme l’anima sociale, l’anima nazionale e l’anima governista della socialdemocrazia danese.
Per SF ed Enhedslisten, la fase che si apre è delicata. Da un lato, possono rivendicare di avere indicato per tempo la necessità di una svolta a sinistra. Dall’altro, rischiano di vedere il loro successo elettorale neutralizzato da un ribaltamento parlamentare che porterebbe al potere un governo di destra. SF, come seconda forza nazionale, ha oggi la responsabilità di non disperdere il mandato ricevuto dagli elettori: deve dimostrare che il suo rafforzamento non è stato soltanto un voto di protesta morbido contro Frederiksen, ma l’indicazione di una possibile alternativa progressista. Enhedslisten, dal canto suo, deve continuare a spingere perché la sinistra non ceda al ricatto secondo cui qualunque richiesta sociale avanzata renderebbe automaticamente “impossibile” governare. Se il centro rifiuta un governo che dipenda dalla sinistra radicale, la risposta non può essere la rinuncia della sinistra radicale a incidere, ma la denuncia del carattere politico di quel veto.
La vicenda danese mostra infatti una contraddizione più ampia della socialdemocrazia europea. Quando i partiti socialdemocratici perdono terreno, spesso cercano rifugio nel centro; ma più si spostano al centro, più aprono spazio a sinistra e a destra. In Danimarca, questo processo è ormai evidente. Da un lato cresce SF e si consolida Enhedslisten; dall’altro avanzano il DF e altre forze della destra nazionalista o neoliberale. Il centro, incarnato dai Moderati di Rasmussen, pretende di stabilizzare il sistema, ma finisce per esercitare un potere di veto che può consegnare il Paese alla destra pur dopo una vittoria numerica del campo progressista. È il paradosso del parlamentarismo frammentato: il partito più votato non governa necessariamente, e la direzione politica del Paese può dipendere dal rifiuto di una forza centrista di accettare il peso democraticamente conquistato dalla sinistra.
