La restaurazione del cottimo

Dal punto di vista del proletariato, dotato di coscienza di classe e dell’unica ideologia radicalmente alternativa in senso progressista alla dominante, ovvero dal punto di vista del marxismo, lo smart working non è altro che la riproposizione da parte del neoliberismo imperante della modalità di lavoro che già Marx denunciava come la più consona al concetto di capitale, ovvero il lavoro a cottimo.


La restaurazione del cottimo

Il sedicente lavoro agile può essere dichiarato smart solo dal punto di vista dell’ideologia dominante, ovvero dell’ideologia della classe dominante, oggi così capace di egemonia da essere definita pensiero unico. Al contrario, naturalmente, dal punto di vista del proletariato, dotato di coscienza di classe e dell’unica ideologia radicalmente alternativa in senso progressista alla dominante, ovvero dal punto di vista del marxismo non si tratta altro che della riproposizione da parte del neoliberismo imperante della modalità di lavoro che già Karl Marx denunciava come la più consona al concetto di capitale, ovvero il lavoro a cottimo. Naturalmente, non potendo riproporre la pura e semplice restaurazione del cottimo, l’ideologia dominante la deve spacciare per una sorta di rivoluzione passiva, ovvero di rivoluzione senza rivoluzione, dall’alto. Se l’egemonia è la capacità di dominare con il consenso dei subalterni, l’attuale egemonia neoliberale si manifesta nel modo più eclatante nel far apparire la restaurazione del cottimo come una concessione ai lavoratori da parte di sedicenti “datori di lavoro” illuminati.

Tale completo stravolgimento della realtà è reso possibile dall’oggettiva impossibilità del regime neoliberale di garantire la soluzione naturale e razionale del problema, reso quanto mai attuale dalla pandemia, ovvero la possibilità di poter continuare a lavorare in sicurezza. In effetti, il costante attacco del neoliberismo al sedicente “Stato sociale” e al presunto “Welfare State” ha portato all’oggettiva dequalificazione e depauperazione dei servizi pubblici: dalla sanità, ai trasporti, all’istruzione. Perciò la completa mancanza di ogni pianificazione – in nome dell’anarchia di una società (in)civile unicamente orientata alla ricerca del maggiore profitto privato – la totale assenza di ogni forma di prevenzione (per non mettere in discussione gli extra-profitti delle multinazionali farmaceutiche), lo smantellamento della medicina del lavoro e territoriale, l’ostinazione a mantenere il numero chiuso alle facoltà di medicina ha reso di fatto impossibile garantire la possibilità al proletariato di riprodursi in sicurezza. Ciò ha prodotto, sulla base dell’ideologia dominante: il darwinismo sociale, la strage degli innocenti, ovvero dei più deboli, i lavoratori in pensione, considerati dal punto di vista del capitale veri e propri faux frais della produzione. Dal momento che la merce forza-lavoro, quando diviene incapace di garantire i profitti privati, diviene agli occhi delle classi dominanti un mero peso sociale, da tagliare il più possibile. Senza contare che il più elevato numero di morti si è prodotto proprio in Italia e proprio nelle zone più densamente popolate dalla classe operaia, alla faccia della fine del lavoro e della fine della centralità della classe operaia. La pandemia ha, proprio al contrario, dimostrato un punto essenziale del marxismo, ovvero che la società capitalista non può sopravvivere senza lo sfruttamento del proletariato, del lavoro salariato e, in primo luogo, della classe operaia.

Dinanzi all’impossibilità della classe lavoratrice di potersi riprodurre, facendo sfruttare in sicurezza la propria forza lavoro, la classe dominante ha concesso dall’alto la possibilità per i lavoratori non direttamente produttivi di passare al lavoro agile, reso attraente dal solito ingannevole anglismo: il sedicente smart woorking. Facendolo apparire come qualche cosa di naturale e di necessario, ovvero la possibilità per una parte del proletariato di poter continuare a riprodursi, svendendo la propria forza-lavoro, almeno apparentemente in sicurezza

Naturalmente nella prospettiva della tenebra dell’immediato tale mistificante ideologia appare decisamente attraente per il lavoratore privo di coscienza di classe e di un’autonoma visione del mondo, ossia privo del marxismo. Ridotto a plebe, diviene facile preda dell’egemonia della grande borghesia e del capitale finanziario. Questa presunta concessione, in realtà, è tutta nel solo interesse della classe dominante che può risparmiare sul salario indiretto, dalla sanità, ai trasporti, alla scuola pubblica, sul salario differito – considerata la strage dei pensionati – può risparmiare sul luogo di lavoro e sulla dotazione strumentale, scaricando tutti questi costi sulla forza-lavoro. La quale, con la scusa che è a casa, viene privata persino dei buoni pasto. Gli sfruttatori possono anche risparmiare sul controllo della forza-lavoro acquistata, dato che con lo smart woorking il lavoro diviene sempre più a progetto, a obiettivo, che non sono altro che le forme attuali del lavoro a cottimo. I lavoratori si autosfruttano, perdono una parte decisiva del salario indiretto, consentono un aumento del pluslavoro, ovvero dello sfruttamento, mediante un allungamento e una intensificazione della giornata lavorativa, con una diminuzione significativa del salario, che è sempre sociale e di classe. Inoltre, facendo apparire la restaurazione della forma di sfruttamento più confacente al capitale, ovvero il lavoro a cottimo – dove sparisce lo stesso tempo di lavoro – una concessione ai subalterni, la classe dominante rende impossibile la più significativa lotta del proletariato all’interno della società capitalista, ovvero la lotta per la riduzione della giornata lavorativa a parità di salario e di ritmi di lavoro.

Inoltre aumenta l’alienazione del lavoro salariato, sempre più assoggettato alle macchine, rendendo anche più semplice la progressiva sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto, che aumenta l’esercito industriale di riserva, il numero dei disoccupati e dei precari, mantenendo sempre al minimo indispensabile i livelli dei salari.

Tanto più che il lavoro agile impedisce lo sviluppo della coscienza di classe e realizza il sogno del padronato, ovvero una lotta di classe unilaterale, dall’alto verso il basso. I lavoratori divisi e individualizzati, tendono a sviluppare una coscienza piccolo borghese e finiscono per rapportarsi individualmente con il padrone che, in tal modo, diviene onnipotente. Anche perché l’unica arma di cui dispongono gli sfruttati è l’unione e l’organizzazione, entrambi resi estremamente più difficili dal lavoro agile. Tale modalità di sfruttamento, peraltro, rende di fatto impossibile lo sviluppo dello strumento rivoluzionario per eccellenza nella società capitalista, ovvero i consigli dei lavoratori, che potrebbero costituire in prospettiva un dualismo di potere e rappresentano un embrione della democrazia reale, la democrazia socialista sovietica, ovvero consiliare.

La cosa più paradossale è che l’ideologia dominante si spaccia come una grande novità, sebbene intenda restaurare il liberalismo delle origini – ossia una visione del mondo sorta fra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo – dando a intendere che invece sarebbe del tutto fuori della storia e inattuale il marxismo che, al contrario, non solo rappresenta il futuro, ma è la più recente delle grandi concezione filosofico politiche. Allo stesso modo, il pensiero unico dominante spaccia come eccezionale novità avanguardistica la sostanziale restaurazione del cottimo, facendo apparire la democrazia consiliare, le grandi lotte per la diminuzione dell’orario di lavoro – che aprono la strada alla società futura – come qualcosa di del tutto inattuale. Il problema è che tanti lavoratori e proletari privi di coscienza di classe si lasciano facilmente egemonizzare dalla pervasività dell’ideologia dominante.

Allo stesso modo, il pensiero unico dominante spaccia come naturale, necessario e al passo con i tempi la restaurazione del cottimo e, cosa ancora più grave, persino diversi socialisti finiscono con il credere di vivere ormai nell’età dello smart woorking. Per cui contrastarlo, ossia contrastare la restaurazione del cottimo – la forma di occupazione più adeguata al concetto di capitalismo – sarebbe una mera utopia, un vano battersi contro i mulini a vento. Si tratterebbe, al contrario, di cogliere le magnifiche sorti e progressive di questa modernizzazione e di ripensare il conflitto sociale come tentativo di regolare e di riconoscere alcuni diritti ai lavoratori in smart woorking. Per cui sarebbero all’avanguardia quei sindacati che ripensano il loro agire e si battono affinché siano restituiti ai lavoratori impegnati nello smart working almeno i buoni pasto. 

In tal modo si dà per scontato la necessità di aprire un confronto-scontro sul terreno scelto e del tutto favorevole al nemico di classe, illudendosi che il sindacato abbia la possibilità di concertare con il padronato le condizioni di lavoro dei lavoratori agili, senza poter di fatto organizzarli e mobilitarli nel conflitto sociale. Si riafferma così la concezione sostanzialmente neocorporativa di un sindacato dei servizi alle cui capacità concertative i lavoratori dovrebbero delegare la possibilità di riconquistare alcuni diritti minimi, dinanzi a uno spaventoso ritorno al passato e a rapporti di forza decisamente più sfavorevoli.

La cosa particolarmente grave di questo modo di pensare, ossia di farsi egemonizzare dal nemico di classe, porta a ripetere gli stessi errori del passato. Scambiando come il nuovo che avanza le diverse forme di restaurazione del liberismo originario. Così, ad esempio, la flessibilità e il precariato invece di considerarli un ritorno al passato, che cancellava decenni di dura lotta di classe dal basso, venivano interpretati come il sorgere di una nuova era, la modernità precaria. Per cui invece di contrastare questa restaurazione di condizioni che si consideravano ormai definitivamente superate di sfruttamento, si tendeva a naturalizzare la precarizzazione e a vedere, come vuole l’ideologia dominante, nella flessibilità un elemento progressivo e di liberazione dei lavoratori anche se imposto dal padronato e dall’ideologia dominante. Finendo per cadere completamente vittime di tale ideologia, considerando i lavoratori a tempo indeterminato come un residuo del passato o addirittura dei privilegiati da abbandonare alle burocrazie dei sindacati neocorporativi, mirando a organizzare i soli precari, che avrebbero dovuto essere per natura rivoluzionari. Con i penosi risultati che sono sotto gli occhi di tutti o, almeno, di coloro che hanno ancora occhi per vedere.

In tal modo – come fanno oggi gli apologeti dello smart woorking, o coloro che lo considerano ormai un dato di fatto irreversibile – si finisce con il sopprimere qualsiasi spirito d’utopia e lo stesso principio speranza nella lotta per conquistare un mondo migliore e più giusto, scambiando l’esistente con il reale e, quindi, con il razionale o, addirittura, mistificando l’esistente al punto da spacciarlo per il migliore dei mondi possibili.

23/07/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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