Le proposte della Cgil per un accordo col Governo meritano di essere analizzate e contestate con rigore analitico

Le proposte al Governo contenute nel nuovo documento CGIL: uno sguardo critico.


Le proposte della Cgil per un accordo col Governo meritano di essere analizzate e contestate con rigore analitico

Nel proprio documento, intitolato Inflazione e salari: la situazione attuale, la Cgil espone sinteticamente la propria lettura generale del contesto attuale e, di seguito, il contenuto delle proposte fatte al Governo nell’incontro del 22 settembre scorso. Vengono recepite e poste in primo piano le problematiche relative agli aumenti generalizzati dei prezzi. In particolare, giustamente si rileva lo scostamento fra l’aumento dell’inflazione (+5,4% in agosto) e quello dei prezzi dei beni più importanti (+9,4%) e di «mutui, abitazione, utenze e combustibili». Ciò al fine di attaccare i comportamenti speculativi delle imprese che hanno inteso recuperare i costi degli aumenti energetici alzando i prezzi di vendita delle proprie merci. Alla fine in Italia le vendite sono calate (-4,5 % a luglio) ma, col caro-prezzi, gli imprenditori hanno comunque incassato di più (+ 2,7%).

La Cgil denuncia anche il mancato adeguamento dei salari all’inflazione, criticando i ritardi nei rinnovi contrattuali, pur senza sollevare il problema delle perdite accumulate negli anni a causa del codice Ipca [1] e della tendenza a rafforzare il secondo livello di contrattazione ove, tra sgravi e benefit, fra incentivi a previdenza e sanità integrativa, si è costruito un meccanismo perverso atto a indebolire o negare ogni forte rivendicazione di carattere salariale. Difatti, né il mancato rinnovo dei CCNL di oltre la metà del lavoro dipendente, né la diminuzione relativa della quota salariale («nel 2020 era il 53,4% [del PIL], per il 2023 si stima al 51,3%, cioè -2,1 punti percentuali», «mentre i dati ISTAT segnalano una crescita della quota di profitto delle società non finanziarie (…) dal 42,0% del 2020 al 43,1% del 2022») hanno indotto il sindacato a mettere direttamente in discussione l’austerità salariale. Sembra piuttosto che, pur presentando complessivamente un quadro di proposte differenti da quelle del Governo, la Cgil segua la medesima strategia di riduzione delle tasse sul lavoro. Una strategia funzionale ad armonizzare le rivendicazioni imprenditoriali con quelle dei lavoratori, nello sforzo di trovare un equilibrio che possa temporaneamente soddisfare entrambi gli interessi in campo. Il tentativo sindacale, allora, diventa quello di individuare l’obiettivo da attaccare fra le sole aziende che negli ultimi anni hanno fatto profitti da speculazione sui prezzi, chiedendo misure di calmieramento e sostegno al consumo. Vengono giustamente criticate quelle finora “adottate” (più spesso, solo sbandierate) dal Governo, a partire dalle iniziative di prossima attuazione (il trimestre anti-inflazione) [2].

Nell’ottica del sindacato il finanziamento di tali misure “dovrebbe essere innanzitutto posto a carico di una imposta da applicare alle aziende di tutti quei settori che nei periodi di crisi pandemica, energetica e inflattiva hanno ottenuto extra-profitti non derivanti da investimenti o innovazioni”, ossia “dovuti a posizioni di rendita, oligopolio/monopolio o a speculazione”. In effetti, in una filiera produttiva (vale a dire la filiera dei passaggi di lavorazione e trasformazione del prodotto, fino alla vendita al cliente finale) esistono fasi che garantiscono un maggior ritorno degli investimenti e altre che non sono così remunerative. A seconda della posizione occupata nella filiera, quindi, un’impresa può godere di “rendite” più o meno elevate, che la Cgil chiama “rendite di posizione”.

Ci sembra però che, nel tentativo di accreditarsi come interlocutori responsabili per la co-gestione delle politiche sociali e d’impresa (mantenendo comunque un’interpretazione generale del contesto critica), venga meno la consapevolezza che l’adozione delle misure proposte andrebbe a compromettere l’organizzazione stessa del mercato produttivo capitalista e necessiti, quindi, di una linea politica di opposizione, meno interlocutoria. Escludendo che si tratti di proposte puramente simboliche, atte solo a coprire ideologicamente l’attività politica del sindacato, che senso ha proporre di contenere “i costi dell’energia” se non si chiede di reintrodurne gli aumenti come parametro nel computo dell’adeguamento dei salari all’inflazione?; che senso ha chiedere di aumentare gli investimenti per rafforzare la crescita economica dei “nodi delle filiere”, con l’obiettivo di ottenere in cambio un abbassamento dei prezzi, se tale crescita può essere ottenuta soltanto a patto di incrementare lo sfruttamento della forza lavoro (nel senso dell’aumento dei ritmi lavorativi, della saturazione dei tempi, della deregolamentazione del lavoro, della diminuzione del salario reale per ora lavorata e della precarietà occupazionale) e la spartizione ineguale dei profitti fra imprese, ossia proprio quel sistema delle “rendite da posizione”, con tutto ciò che esso comporta in termini di appalti e subappalti, di delocalizzazione e privatizzazione, che il sindacato rigetta? Secondo la Cgil “Serve programmare politiche industriali che favoriscano gli investimenti nei settori innovativi e strategici, l’aggregazione con il conseguente abbattimento dei costi fissi e un sistema di infrastrutture materiali ed immateriali in grado di ridurre stabilmente i costi. Sulle filiere è necessario un intervento, anche in materia di concorrenza, che rimuova le rendite di posizione ed i ‘colli di bottiglia’ che concorrono ad incrementare ingiustificatamente i prezzi”. Ma il sistema delle filiere si basa sulle “rendite di posizione”, l’aggregazione tra imprese è una chimera a cui credono soltanto alcune frange dei piccoli e medi imprenditori e, in ultimo, gli investimenti strategici e innovativi (così come lo sviluppo delle infrastrutture produttive) non sembrano così centrali nel Pnrr, in un’Italia che pare stare progressivamente accettando un ruolo di secondo piano nella divisione internazionale del lavoro… Non sarebbe meglio aggredire le posizioni dell’avversario politico, anziché scimmiottarle al solo fine di apparire degli interlocutori affidabili o, peggio, dei potenziali candidati a gestire i processi di modernizzazione capitalistica?

Le stesse “rendite di posizione” altro non sono che l’aspetto imprenditoriale dei processi di delocalizzazione e privatizzazione, degli appalti e dei subappalti diffusisi nelle filiere produttive, fautori della precarietà occupazionale, contrattuale e retributiva. Affrontarli dal punto di vista delle “rendite” che garantiscono agli imprenditori, allora, vuol dire suggerire una critica all’asimmetria della distribuzione dei profitti fra imprese.

Nel frattempo la forza lavoro negli appalti, specie quelli che comprendono mansioni esecutive, rimane soggetta a un duplice ricatto: da una parte la committenza, spesso pubblica o rappresentata da multinazionali, fa il bello e il cattivo tempo e ad ogni rinnovo si perdono ore, contributi e salari; dall'altra si applicano contratti con paghe orarie irrisorie e scarse tutele per tenere basso il costo del lavoro. Se una critica si fosse resa necessaria e doverosa sarebbe stata proprio quella al sistema degli appalti e dei subappalti ma di questo, come di molto altro, nel documento non c'è traccia. È evidente che il convitato di pietra delle privatizzazioni sia ormai trasversale al sistema politico… del resto i sindacati rappresentativi sono scesi a patti con questo sistema iniquo e sottoscrivono facilmente accordi e contratti al ribasso.

Dal punto di vista programmatico la Cgil propone di “concentrare tutte le risorse disponibili su forme di incentivo fiscale agli incrementi salariali nazionali (CCNL), evitando di disperderle in provvedimenti di detassazione parziali, limitati e non universali”. Non c’è traccia alcuna di richieste salariali analoghe a quelle di tanti sindacati europei: come dicevamo, tutta la partita si gioca sugli sgravi fiscali, che ogni anno aggravano la mancanza di liquidità dell’Inps. Se si sottoscrivono aumenti contrattuali con paghe orarie inferiori ai 10€ orari è evidente che anche gli incentivi fiscali ai salari nazionali diventano la classica foglia di fico per occultare la perdita salariale, attraverso contratti da fame che nei fatti sanciscono la perdita del potere di acquisto e di contrattazione. E se gli sgravi debbono essere finanziati di anno in anno, gli aumenti salariali reali avrebbero effetti immediati e duraturi sul potere di acquisto e sulle future pensioni. È chiaro, infine, che la fiscalizzazione degli oneri sociali delle imprese sia sempre e comunque una forma di finanziamento del pubblico al privato, che in ultima analisi si ripercuote negativamente sulle prestazioni di welfare state o sulla tassazione ordinaria al cittadino. 

La Cgil, perciò, anziché seguire il motto del “pagare meno tasse” dovrebbe lottare per ristabilire la reale progressività delle aliquote e introdurre una patrimoniale. Questi provvedimenti sarebbero parte di una rivendicazione di classe per far pagare la crisi ai padroni, visto che negli ultimi 35 anni le imprese hanno accumulato enormi profitti mentre i nostri salari erano in caduta libera. E invece, dentro il solito quadro concertativo, l’idea della Cgil resta quella di favorire incentivi fiscali anche per i lavoratori: le proposte di decontribuzione (garantendo la medesima aliquota di computo per le prestazioni pensionistiche, come da norma di legge: L. 197/2022, art. 1, comma 281) e di indicizzazione all’inflazione dei redditi fissi, che interessano particolarmente le fasce medie del lavoro dipendente, sono condivisibili, a patto però di compiere una rivalutazione complessiva del sistema fiscale e delle detrazioni delle quali beneficia la classe media. Per essere espliciti: dobbiamo guardare non solo ai redditi inferiori ai 25mila euro ma complessivamente a quelli sotto i 40mila, sapendo che in questa fascia ci sono tanti lavoratori che, un tempo classe media, oggi hanno invece un tenore di vita decisamente più basso.

Continuiamo a pensare errata la tassa piatta per le Partite Iva e gli autonomi, mentre invece la tassazione ai redditi da lavoro risulta assai forte. Il problema, però, è un altro: bisogna rivendicare il ripristino di aliquote fiscali progressive e numerose, secondo il principio che le tasse si pagano in rapporto al reddito percepito. Al contrario, l’idea del Governo è di ridurre le tassazioni sul lavoro a carico dei dipendenti e dei datori pur sapendo che è dal ‘96 che i contributi datoriali non vengono aumentati. Questa equità di trattamento tra forza lavoro e padroni stride col fatto che negli ultimi 40 anni i salari italiani, ma anche le pensioni, hanno perso potere di acquisto mentre i profitti crescevano. Se urge ripristinare equità sui trattamenti fiscali, i provvedimenti della Meloni e della sua maggioranza vanno dunque in direzione opposta: il ritocco dell’aliquota Irpef porta a un risparmio fra il 3 e il 7% per i redditi fino a 35mila euro, ma le agevolazioni, gli sgravi e i condoni (anche per quest’anno, condonati quasi 9 miliardi di contributi non versati, superiori al costo del Reddito di Cittadinanza che, nel 2023, arriva a 8 miliardi e 470 milioni) per le imprese non vengono toccati, determinando ancora una volta un intervento dello Stato che va a coprire i costi del rischio d’impresa e a fungere da ammortizzatore sociale, nel tentativo di inquinare la diffusa percezione di un progressivo impoverimento della popolazione.

Si parla, poi, di “rifinanziamento bonus trasporto pubblico locale”. Un settore, questo, nel quale la caduta dei salari è stata forte con la nascita di aziende che hanno stravolto molti dei benefit conquistati nei decenni precedenti. Non basta il rilancio del trasporto senza rimettere in discussione i processi di aziendalizzazione che hanno accresciuto i tempi di guida ed estesa la durata di turni e pause, costringendo la forza lavoro a restare in servizio per lungo tempo nell’arco della giornata. E al contempo servono investimenti per ammodernare le vetture ponendo fine alla cosiddetta “lotta contro i rami secchi”, che ha portato alla forte compressione del trasporto pubblico in generale.

Il Fondo per il sostegno all’affitto e il Fondo per la morosità incolpevole nel 2022 hanno previsto stanziamenti insufficienti, lasciando fuori il 60% degli aventi-diritto e, per tanti altri, arrivando a erogare il sussidio anche con due anni di ritardo, determinando il fatto che diffusamente i proprietari hanno incominciato a rifiutarsi di affittare a costoro, reputando inaffidabili le istituzioni. Dunque, è necessario aumentare il personale di organismi come i Dipartimenti per le Politiche Abitative. Serve poi un piano di edilizia popolare, come negli anni Sessanta, ma per farlo bisogna trovare i fondi necessari. A nostro avviso dovrebbero arrivare da tagli poderosi alla spesa militare, senza dimenticare che una vecchia legge come l’equo canone risulterebbe assai più equa delle attuali normative. Pensare invece al canone concordato come soluzione per gli inquilini ci pare un errore che nasce da un’eccessiva attenzione verso i proprietari di casa. Per di più, nel documento si omette di dire che la proposta promulgata negli ultimi tempi (da Unione Inquilini-Cub, Sunia-Cgil, Sicet-Cisl e Uniat-Uil) comprendeva l'abolizione della cedolare secca per chi affitta B&B e a libero mercato: con queste risorse, pari a 1,5 miliardi di €, si potrebbero finanziare seriamente delle politiche abitative pubbliche. Altre possono essere reperite recuperando il patrimonio pubblico da anni in fase di dismissione e agendo concretamente con gli enti locali contro la piaga degli affitti al nero.

Il documento termina con la proposta “di istituire una commissione indipendente, con il coinvolgimento delle Parti sociali, per l’analisi e il monitoraggio della dinamica dei prezzi e le conseguenti valutazioni su modalità, tempi e atteggiamenti speculativi”. Una commissione concepita nell’alveo della concertazione con un Governo che pensa a tasse piatte e a politiche di decontribuzione per le imprese, a discapito del welfare. In Parlamento i provvedimenti sugli extraprofitti delle banche sono già finiti nel dimenticatoio, impallinati dal fuoco incrociato della Ue, dei grandi istituti finanziari e anche delle piccole banche… quando poi, nei fatti, all’atto pratico le risorse preventivate sarebbero state comunque assai ridotte. Ben vengano quindi proposte che vogliano far pagare il costo della crisi agli speculatori economici e finanziari, ma per raggiungere questo scopo servono rapporti di forza diversi da quelli attuali e il solo modo per raggiungerli resta la via conflittuale, visto che i decenni di concertazione hanno decretato lo smantellamento del welfare, in primis di sanità e istruzione pubblica, e la mortificazione dei salari e delle pensioni.

 

Note 

[1] Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato: indice armonizzato fra i vari Paesi europei che non tiene conto degli aumenti dei prezzi dell’energia, determinando una lettura parziale degli aumenti inflazionistici dei prezzi. 

[2] Si tratta di un’iniziativa che punta a coinvolgere parte della filiera alimentare nella produzione di una scontistica sui beni di prima necessità, in cambio di una certa attività promozionale. Sebbene nelle dichiarazioni fatte sui media il Governo parli di uno sconto del 10%, la modalità con cui le attività commerciali potrebbero decidere di abbassare i prezzi resta libera e non vincolante per poter aderire all’iniziativa. Permangono inoltre dubbi sul come si potranno combinare i nuovi sconti con le offerte tradizionalmente presenti nei supermercati, nel timore che tutto possa ridursi alla sola attività promozionale del Governo nei confronti di una serie d’imprese operanti nella Grande Distribuzione.

 [3] Fasi come la distribuzione finale al cliente, l’assemblaggio di componenti hi-tech e i processi di ricerca e sviluppo sono molto remunerative; altre come l’assemblaggio e la produzione di semilavorati (e relativa logistica), meno.

13/10/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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