NO TAV, Festival dell’alta felicità. Riflessioni sull’importanza della scelta delle parole d’ordine

Il movimento No TAV continua a mobilitarsi ma quali sono le percezioni e le opinioni di persone comuni non militanti che vivono nella valle in relazione al Festival dell’alta felicità?


NO TAV, Festival dell’alta felicità. Riflessioni sull’importanza della scelta delle parole d’ordine Credits: Festival Alta Felicità: appello della Valsusa (youtube.com)

Dal 27 al 30 luglio corrente anno si è svolto a Venaus il Festival dell’alta felicità. Si è trattato senza dubbio di un importante momento di socialità all’interno del movimento e dei militanti No TAV, un momento di scambio di esperienze, di confronto di idee e di divertimento.

Considerando tuttavia altrettanto importante comprendere quale fosse la ricezione dello stesso da parte della popolazione dei singoli paesi, nei medesimi giorni durante i quali il Festival ha avuto luogo mi sono spostato tra Gravere, Chiomonte ed Exilles, tre comuni di quell’alta valle della Dora Riparia che in molti, in una ottica puramente colonialista, si ostinano a volere chiamare alta valle di Susa e che – Chiomonte in particolare – subiscono in modo diretto gli effetti della presenza del cantiere e dell’occupazione militare. Quello che ho cercato di fare è stato raccogliere le eventuali impressioni, percezioni ed opinioni di persone comuni non militanti in relazione al Festival dell’alta felicità. Questo in quanto ritengo che la pratica dell’inchiesta sia uno strumento necessario ed indispensabile per i comunisti affinché possano strutturare la propria azione anche e soprattutto sulla base dei risultati e della lettura di una data realtà che l’inchiesta offre.

Essenzialmente, da quel campione di persone comuni (e per questo forse più indicativo delle tendenze presenti nei suddetti paesi di quanto avrebbe potuto risultare la consultazione dei pochissimi attivisti e militanti che si annoverano negli stessi) con cui ho avuto modo di confrontarmi e di discorrere è scaturita una comune percezione del Festival e, conseguentemente, del movimento No TAV così come ora si presenta: un festival lontano, un elemento estraneo ed esterno alla valle e slegato dall’ambiente di quest’ultima. Talvolta addirittura un qualcosa di non pervenuto. Ritengo doveroso precisare che tali reazioni sono scaturite nonostante la quasi totalità delle persone con cui ho avuto modo di parlare si dichiarasse contraria all’opera e alla militarizzazione in atto o, nella meno lusinghiera delle ipotesi, segnalasse semplicemente il disagio da essa dipendente.

In definitiva il Festival, dai risvolti senza dubbio positivi per il movimento No TAV in termini di socialità e di dibattito, è stato tuttavia percepito largamente come qualcosa di estraneo alla valle. Nella sua parzialità tale percezione, giusta o sbagliata che sia, è comunque da tenere in conto da parte di coloro i quali vogliono veramente e non in modo miope mobilitarsi e lavorare contro lo scempio del territorio che sta avvenendo e che continuerà ad avvenire a causa del cantiere e della militarizzazione in atto. Questo in quanto, nonostante la giustezza dei presupposti, non si può operare in una data area se non si serba coscienza delle opinioni della sua popolazione e non si può risultare vincenti se le istanze avanzate non sono anche espressione delle necessità, dei sentimenti e degli interessi di essa. Malauguratamente, la vita si rivela più breve di quanto si vorrebbe. Le ore hanno la tendenza a diventare giorni, i giorni settimane e le settimane stagioni intere. Ne consegue l’importanza della scelta delle priorità e delle parole d’ordine al fine di evitare di perdere tempo o, peggio, di essere fraintesi o di subire l’allontanamento delle persone per le quali si combatte. Quali parole d’ordine sono dunque ora necessarie per conseguire risultati sul fronte della lotta alla linea Torino-Lione? Su cosa occorrerebbe ora forse maggiormente puntare?

Innanzitutto il cantiere e la militarizzazione, pur coinvolgendo per extensio la valle tutta, sono in atto a Chiomonte. C’è da chiedersi quanto sia funzionale sul piano dell’immagine continuare a proporre iniziative e manifestazioni fuori Chiomonte. È vero, a Chiomonte maggiori sarebbero le difficoltà logistiche anche a causa dell’amministrazione comunale, che è favorevole all’opera, e dell’imbelle e politicamente incapace minoranza consiliare. Ma è a Chiomonte che i vignaioli devono passare quotidianamente dal posto di blocco per potere accedere all’appezzamento da loro lavorato, è a Chiomonte che c’era una regione archeologica con l’attiguo museo ed ora non più, è Chiomonte il paese i cui abitanti non possono più spostarsi liberamente su tutta la superficie del territorio del loro comune perché parte di esso è sotto occupazione militare da parte dell’esercito.

Anche sulla base di quanto è emerso dal confrontarmi, cui sopra ho fatto riferimento, con persone di Gravere, Chiomonte ed Exilles nei giorni del Festival, credo siano tre i punti nevralgici su cui occorre concentrarsi al fine di strutturare il messaggio che è necessario fare filtrare nei paesi toccati dal cantiere, per evitare di divenire autoreferenziali e di apparire settari. Questi tre nodi permetterebbero di rimodulare il semplice e netto messaggio “No TAV”, non per liquidarlo bensì al fine di meglio spiegarlo e renderlo accettabile e condivisibile dalle più ampie fasce della popolazione.

Innanzitutto, è quanto mai necessario puntare sulla condanna dell’occupazione militare illegale di parte del territorio che giuridicamente appartiene al Comune di Chiomonte al di là e in modo disgiunto dalla condanna della presenza del cantiere. Come in una regione in stato di guerra e ancora dopo anni, una ampia zona di territorio che va ben al di là dell’area del cantiere è sotto occupazione militare e solo persone autorizzate possono accedervi. È vergognoso che chi ha una vigna all’interno della suddetta area debba ogni volta presentare il permesso al posto di blocco davanti alla Centrale Idroelettrica, perdendo spesso minuti preziosi di lavoro a seconda che le forze dell’ordine presenti in loco siano svogliate (e allora si passa relativamente in modo veloce) o meno (e allora creano problemi). Occorre rivendicare, al di là della presenza del cantiere, l’immediato smantellamento dell’area militarizzata al di fuori del cantiere, unico modo per rendere palese che essere contro la realizzazione del TAV non è in antitesi con gli interessi materiali primari ed immediati della popolazione locale e per ottenere dunque la condivisione della mobilitazione, o quantomeno il rispetto, da parte di una buona parte della stessa.

In merito all’impossibilità dei chiomontini di fruire legittimamente di parte del loro territorio, l’autorevole studioso di storia locale Valerio Coletto, in un suo studio sulla coltivazione dello zafferano nei secoli passati in parte dell’area oggi sotto occupazione militare, pubblicato ormai nel 2012 su una rivista locale, affermava: “Mi sovviene in proposito che, quando giovanissimo e successivamente giovane, mi capitava di attraversare le Casse per raggiungere una proprietà della mia famiglia sita in località en Charboun, mi sentivo intensamente ammaliato dal fascino misterioso di questo paesaggio primordiale da cui si sprigionava un senso di magia che mi lasciava quasi impaurito. […] Mi sarebbe perciò stato enormemente gradito un ritorno alle Casse de Sant Martin, ai Garnyers ed en Charboun […]. Ma purtroppo questo desiderio non mi è possibile oggi realizzare poiché da quasi diciotto mesi il territorio de la Madereyno, de las Casse de Sant Martin, de Prà Meytel, dous Garnyers, de Clareyo risulta inaccessibile essendo stato occupato militarmente dall’esercito italiano, inviato a difesa dei poteri forti dello Stato italiano, il quale […] si è unicamente proposto di devastare nella modalità più selvaggia possibile, prima con il tracciato autostradale ed ora con la discenderia della T.A.V., una zona archeologica di eccezionale importanza ed un paesaggio di straordinaria bellezza” [1].

In secondo luogo ritengo che sarebbe opportuno puntare la grande parte delle energie nella condanna dello stupro avvenuto sull’area neolitica della Maddalena. Sono convinto che, se sensibilizzata a dovere, la comunità scientifica non sarebbe indifferente al fatto che uno dei più importanti siti neolitici di tutta Europa sia stato bistrattato e non sia oggi più visitabile (e probabilmente non lo sarà neppure domani, ammesso e non concesso che esista ancora). Ho invece purtroppo la percezione che la questione archeologica del villaggio neolitico della Maddalena, che avrebbe dovuto e dovrebbe invece essere il nostro cavallo di battaglia (se non vincente, senza dubbio efficace se pensiamo a come si è mossa l’opinione pubblica nei confronti della distruzione di Palmira), sia stata e sia la grande assente nella lotta e nella mobilitazione contro la realizzazione della linea TAV. Un peccato se pensiamo che, durante la costruzione del tracciato autostradale ormai circa una trentina di anni fa, Aureliano Bertone, archeologo della Soprintendenza di Torino ormai deceduto da alcuni anni, grazie anche alla collaborazione alcuni interessati locali tra i quali Franco Bronzati, Valerio Coletto e Tiziano Strano, si era mobilitato senza che vi fosse un movimento d’opinione alle spalle ed era riuscito prima a bloccare i lavori, poi a ottenere lo spostamento del tracciato autostradale rispetto al villaggio neolitico rinvenuto.

Infine è imprescindibile rimodulare il messaggio netto “no alle compensazioni” che, così come è formulato, anche se giusto su un piano ideale non viene compreso. La gran parte della popolazione, sia favorevoli che contrari o indifferenti nei confronti della realizzazione dell’opera, non è infatti certamente indifferente al discorso economico. Diversi sono i contrari all’opera che tuttavia ritengono che, nel momento in cui ormai il danno è stato fatto, si possano anche accettare compensazioni. Il discorso deve essere a mio avviso il seguente: non ci si deve limitare ad affermare la semplice avversione nei confronti delle compensazioni ma occorre rivendicare con forza un risarcimento danni. Un risarcimento danni non tanto ancora per l’opera che verrà ma per tutti i danni e disagi che sono stati inflitti e perpetrati alla valle e, in particolare, al paese che ha subito e sta subendo la presenza del cantiere e della militarizzazione. Occorre richiedere e pretendere il risarcimento danni per la distruzione dell’area neolitica della Maddalena, per lo smantellamento del museo, per gli introiti mancati a causa della non visitabilità degli stessi in tutti questi anni, per gli introiti mancati ai commercianti dipendenti dal turismo, per il danno paesaggistico al territorio, per il danno economico al paese e in particolare ai viticoltori, per la militarizzazione, per avere spaccato un paese e le sue famiglie. Altro che limitarsi a contrattare compensazioni che presuppongono un accordo preliminare tra le parti e non il subire di una parte le scelte dell’altra come invece è avvenuto!

Queste sono le corde che è necessario toccare. Ed occorre toccarle non (o, meglio, non solo) per opportunità tattica bensì perché si tratta delle nostre stesse corde, le stesse corde nei confronti delle quali ci indigniamo e diventiamo sensibili e, come noi, si possono indignare tanti altri individui.

Note

  1. Valerio Coletto, Soffraneria, Soffranière, Souffranyère, Souffranière. Quey lh’ero itjen-tji?, La Rafanhauda, n. 3, 2012, p. 34.

20/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Festival Alta Felicità: appello della Valsusa (youtube.com)

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L'Autore

Alessandro Strano

Fronte Popolare Torino

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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