"Unions" non decolla. Non solo la paura, non solo la pioggia

La manifestazione di Unions! a Roma ha visto una partecipazione molto inferiore alle attese.


"Unions" non decolla. Non solo la paura, non solo la pioggia

L’ultima manifestazione di Unions! sabato scorso a Roma ha visto una partecipazione molto inferiore alle attese. Tanti sono i fattori che possono spiegarla, ma è forse il momento che Landini e gli ideatori di questa, a quanto pare, fugace esperienza, si interroghino sulle cause di questo esito. E che guardino al futuro partendo da una più realistica constatazione della base sociale e dei rapporti di forza. Il nocciolo duro di Fiom continua a rappresentare una componente irrinunciabile per qualsiasi tentativo di ricostruzione di un movimento dei lavoratori che recuperi il valore unificante dell’antagonismo di classe.

di Ferdinando Gueli

Chi ha sfidato le intemperie della prima vera giornata di autunno romana, e i timori indotti dai continui allarmi del “terrorismo sul terrorismo”, non ha potuto certamente evitare un raffronto tra il primo, imponente, colorato, vivace corteo di Unions! del marzo scorso e quello di sabato 21 novembre. Il paragone purtroppo non regge. Visivo prima ancora che analitico. Dalla gioia che inspirava la piazza stracolma di marzo, con un popolo di oltre 100.000 tra lavoratori, militanti e attivisti, si è passati alla malinconia della stessa piazza semivuota di fine novembre, con un piccolo nucleo di ombrelli abbarbicato attorno allo stesso palco, 5.000, forse 10.000, ma non di più.

Queste due immagini contrapposte finiscono con l’assumere un significato simbolico, quasi a descrivere una rapidissima parabola di un’esperienza che passa in pochi mesi dalla primavera all’autunno. 

I fattori che possono spiegare questo evidente insuccesso sono tanti, e sono sia esogeni che endogeni, sia congiunturali che strutturali. Non è nostra intenzione soffermarci qui sui primi: il “clima” sociale di questi giorni che seguono agli attentati di Parigi, non ha determinato soltanto la paura di muoversi e di uscire per strada, particolarmente a Roma, ma soprattutto ha imposto altri temi all’opinione pubblica, distogliendo l’attenzione generale, anche tra i media antagonisti e non mainstream, da quelli sui quali è nata Unions! e Coalizione Sociale; l’intemperie climatica, che sicuramente ha avuto il suo peso, tant’è che ha persino imposto il taglio di numerosi interventi per consentire a Landini di pronunciare il suo intervento nel momento in cui si aprivano le cataratte del cielo. Le migliaia di militanti che non hanno battuto ciglio e, ignorando l’acqua, hanno con determinazione resistito fino alle fine, meritano sicuramente l’epiteto di eroici e coraggiosi che Landini gli ha riconosciuto più volte. Erano in gran parte uomini e donne della Fiom, ai quali si aggiungeva una vistosa presenza di almeno due realtà del frastagliato arcipelago dei comunisti italiani: il PCL e il PMLI.

Ma questi fattori congiunturali non possono da soli spiegare veramente il quasi flop della seconda (e forse ultima?) puntata di Unions!. Dalle colonne di questo giornale abbiamo seguito questa esperienza sin dal suo nascere. E l’abbiamo fatto sempre con attenzione e rispetto. Ma non abbiamo potuto fare a meno, sin dall’origine, di evidenziare alcune contraddizioni di fondo, legate all’indefinita natura stessa del progetto: politico? sociale? sindacale? movimentista?

Intendiamoci bene: nessuno contesta qui l’importanza cruciale di riunificare il mondo del lavoro in Italia (ma è un tema che si pone anche a livello europeo e internazionale), mai frammentato, diviso, quasi atomizzato come in questa fase storica. Ma volerlo fare senza avere chiaro il livello d’azione e trascurando anche le banali necessità organizzative e di radicamento nel territorio, o comunque mettendole in secondo piano, non poteva che portare a questo risultato: un fuoco di paglia come i tanti altri esperimenti politici e simili nati nella sinistra radicale italiana negli ultimi anni.

Tuttavia rimane una differenza, non secondaria, tra l’esperienza di Unions! e quelle di Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, Altra Europa e, da ultima, Sinistra Italiana. In questo caso (Unions!) c’è una base sociale, un nucleo duro, certamente minoritario a livello sociale, ma sicuramente radicato nei luoghi di lavoro. Ci riferiamo alla Fiom. Lì invece c’è soltanto il tentativo, che ad ogni passaggio diviene sempre più penoso, di assemblare pezzi di apparati, quadri e classi dirigenti, che hanno l’unico obiettivo di voler sopravvivere al proprio fallimento storico, che poi, in gran parte, diciamocelo, coincide con il drastico ridimensionamento dell’esperienza di Rifondazione Comunista, che negli anni ’90, raggiungendo il 12%, si attestava a quarta forza politica del paese.

Unions! nasceva quindi, e provava a svilupparsi, partendo dal nucleo Fiom che gli garantiva una base militante collaudata e capillare (soprattutto al centro-nord); e cercava di assemblarci attorno le componenti molto più frastagliate e diversificate del movimentismo di sinistra di varia natura, con particolare attenzione ai centri sociali ed ai movimenti del lavoro autonomo e precario, oggi componente ormai maggioritaria del mondo del lavoro, che sconta un deficit di rappresentanza sia politica che sindacale. Questo deficit, non dimentichiamolo, ha permesso al grillismo e al M5S (un soggetto politico assolutamente atipico in tutto il panorama internazionale) di crescere e prosperare.

Le intenzioni erano quindi giuste e sicuramente più nobili di quelle che animano le classi dirigenti della asinistra pseudo-radicale italiana, nei loro tentativi di continuo assemblarsi su basi reali nulle. Landini e i suoi hanno tuttavia mostrato di difettare di visione strategica e tattica nel tradurre in realtà un obiettivo alto e politicamente condivisibile.

Il tema del lavoro è oggi sicuramente centrale per la ricostruzione di una soggettività di sinistra. Ma non si capisce perché ci si ostina a voler ignorare la dimensione di lotta di classe di questa sfida. Senza recuperare le radici marxiste del movimento operaio e la prospettiva anticapitalista che gli è stata propria, nessun tentativo di realizzare un soggetto, che sia sociale, politico o sindacale, di sinistra antagonista, potrà avere successo.  

Landini, senza riferimenti aperti alla crisi del capitalismo che oggi è sempre più drammaticamente evidente, ha comunque lanciato, nel suo discorso di sabato scorso, degli obiettivi di lotta concreti e importanti: un nuovo statuto dei lavoratori (non il recupero di quello vecchio) che garantisca eguali tutele a tutti i lavoratori; referendum abrogativi delle leggi che negli ultimi anni hanno attaccato queste tutele, cioè in particolare la Riforma Fornero e il Jobs Act; l’abbassamento dell’età pensionabile, il ripristino delle pensioni di anzianità e il ritorno ad un sistema retributivo. Sono temi che sicuramente vanno percorsi a sinistra e rappresentano temi concreti e unificanti che potrebbero aiutare a tracciare, dandogli radicamento di massa, un processo politico di superamento del capitalismo.

A questi temi ne andrebbero aggiunti altri, a partire dall’uscita dall’Euro, facendo attenzione però alle modalità con cui deve avvenire, dalla Nato, dal rovesciamento delle politiche di austerità, dal rilancio del welfare, magari su basi nuove, meno burocratiche e assistenzialiste e più democratiche e partecipate dai cittadini, dalle limitazioni alla finanza e ai movimenti di capitali, dalle politiche di accoglienza, ecc.. Temi che, ad esempio, nella stessa giornata in cui si svolgeva la deludente manifestazione di Unions, sono stati al centro di un’affollata, vivace e partecipata assemblea al centro sociale Intifada di Roma, organizzata dalla Rete dei Comunisti, USB e altri soggetti e movimenti.

In definitiva, come è già stato ricordato da Carmine Tomeo su questo giornale il punto cruciale è il recupero del concetto dell’antagonismo di classe. Obiettivo che il progetto di Unions! può raggiungere solo ripartendo e concentrandosi sul tema del lavoro e facendo leva, come detto, sullo zoccolo duro del nucleo Fiom, aggregandoci attorno altre componenti su battaglie di largo respiro.

Insomma, Unions! è ancora in condizioni di riprendere il suo cammino, ma dovrebbe farlo su nuove basi e dandosi un obiettivo più definito: che potrebbe essere quello di dare vita ad un nuovo soggetto sindacale conflittuale, non concertativo né tantomeno corporativo, tendenze che oggi prevalgono in tutto il mondo sindacale non a caso in profonda crisi di rappresentanza. Una tale evoluzione di Unions! finirebbe certo per cozzare contro le contraddizioni interne alla Cgil, e contro la frammentazione del sindacato di base antagonista, da USB ai Cobas e a Unicobas, che proprio non riescono a trovare fronti comuni di lotta, ma questa è un’altra storia, e purtroppo non incoraggiante. Ma non è più prorogabile storicamente rimandare l’appuntamento con queste contraddizioni e con queste debolezze, e lavoratori e quadri dirigenti sindacali dovrebbero prenderne atto una volta per tutte.

27/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Ferdinando Gueli

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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