Oltre i referendum, la democrazia diretta

L’esito del referendum del 17 aprile sottolinea la necessità del duro lavoro per una partecipazione politica di massa


Oltre i referendum, la democrazia diretta Credits: @zak_says

L’esito del referendum del 17 aprile sottolinea la necessità di una maggiore comprensione dei compiti del presente e del duro lavoro che si deve fare per sostenere la ripresa di una partecipazione politica di massa, la vera assente non solo in questo referendum, ma in tutta la vita sociale italiana da almeno una ventina d'anni.

di Alberto Pantaloni e Andrea Fioretti

Non possiamo eludere il problema, e perciò negare che innanzitutto l'esito del referendum del 17 aprile rappresenta una sconfitta per i movimenti schierati contro le politiche liberistiche di austerità e un risultato favorevole incassato dal governo.

Ci siamo schierati da subito per il SI e per l’ottenimento (quasi impossibile) del quorum, così come per ogni battaglia giusta una volta che ci sia un appuntamento di questo tipo. L’atteggiamento da “anime belle” di chi critica i limiti e non partecipa non ci convince. Però occorre fare una seria riflessione visto che è già aperto un percorso che dovrebbe portare ai prossimi referendum (quelli sociali e quello costituzionale).

Diciamo che questo referendum non è stato probabilmente costruito in modo efficace (il non dover raccogliere le firme da parte delle 9 Regioni proponenti ha ridotto di molto l'intervento e la presenza sociale e nelle piazze), e spesso è stato gestito in maniera superficiale, con iniziative propagandistiche che lo dipingevano come un momento di “svolta” nelle politiche energetiche del Paese, anziché come punto di partenza di una mobilitazione che doveva continuare, allargarsi e politicizzarsi contro le politiche di cui sopra.

Questo referendum, a differenza di quello del 2011, per non dire di quelli ben più “prestigiosi” su divorzio e aborto, non è stato visto quindi come “sintesi” finale di una lunga battaglia di controtendenza, fatta di mobilitazione, controinformazione e radicamento di forme di autorganizzazione sociale, bensì come un possibile “escamotage” che all’opposto avrebbe dovuto ovviare proprio all’assenza di mobilitazione e radicamento sociale. Non è la prima volta in questo nuovo millennio, bisognerebbe però riflettere su questo punto in modo che sia l'ultima. Con questa logica solo chi viveva nel territorio coinvolto dalle trivellazioni si è sentito veramente coinvolto, facendo prevalere la paura (o di perdere i posti di lavoro o di perdere un uso del proprio patrimonio economico e ambientale). Nel resto del paese ristrette minoranze hanno provato a contrastare le mistificazioni dell’informazione mainstream per farne capire le ragioni. Ma è prevalso un messaggio basato sulla logica particolare (locale) rispetto a quella generale. E un referendum nazionale è evidente che non si vince su un piano specifico ma solo se si riesce a far comprendere, e emotivamente “sentire”, l’importanza della battaglia specifica dentro un obiettivo più grande che riguardi tutti. Quindi senza una strategia di classe all’altezza dei tempi, che sappia produrre quantomeno il tentativo di stimolare un nuovo protagonismo sociale che contesti la narrazione dominante nel senso comune, dobbiamo sapere che difficilmente i prossimi referendum avranno un esito differente.

Il mancato raggiungimento del quorum non significa ovviamente la sconfitta delle ragioni dell’opposizione politica e sociale, ma semmai segna la necessità di una riflessione e di un bilancio. È quindi inutile piangersi addosso o inveire contro chi non è andato a votare. O cerchiamo di utilizzare ciò che è successo per affinare la comprensione dell'epoca in cui viviamo (in particolare nel nostro Paese) o niente ha senso e soprattutto soluzione.

Una maggiore comprensione dei compiti del presente e del duro lavoro che ci aspetta può sostenere la ripresa di una partecipazione politica di massa, la vera assente non solo in questo referendum, ma in Italia da almeno una ventina d'anni. Questo lavoro non sarà ovviato dall’invenzione di soggetti elettoralistici, né da eventi estemporanei su cui tuffarsi nella speranza che una vittoria referendaria o qualche seggio in qualche parlamento o consiglio regionale o comunale ci possa permettere di vivacchiare fino a chissà quando. E’ bene dirlo con chiarezza.

Certo. va registrato che ci sono stati comunque tredici milioni di persone che hanno votato “SI” nonostante un certo pressapochismo, il boicottaggio mediatico, lo schieramento per l’astensione del governo e dei poteri forti del capitalismo e la sempre più dilagante disillusione e disaffezione per il voto. Tuttavia l’inferiorità dei rapporti di forza è uno scoglio a cui dobbiamo essere abituati e che produce il medesimo risultato da due decenni almeno. L’unica eccezione è stata quella dei Referendum del 2011 che citavamo e che hanno marcato un segnale di controtendenza contrario alla logica del “privato è bello” che sembrava (erroneamente) aver permeato definitivamente il senso comune nel nostro paese.

In questo caso invece la questione centrale sta proprio nel fatto che il governo Renzi e le classi dominanti sono riuscite invece a far passare la loro “narrazione”, basata sull'idea che la vittoria delle ragioni No Triv avrebbero costituito un danno economico per il paese e di perdita del posto del lavoro per migliaia di persone.

D’altra parte il sostegno e la fiducia che riceve il governo attuale da parte di Confindustria e del capitalismo nostrano sono dovuti proprio alla sua capacità di procedere spedito nell'applicazione di un programma generale (sintetizzato dai diktat della BCE ai governi italiani contenuti nella lettera Draghi-Trichet dell’agosto 2011) basato sullo smantellamento dei diritti e del welfare, sull'attacco ai salari, sulla privatizzazione del patrimonio pubblico, su una manodopera sempre più flessibile e precaria e su un sistema politico post-democratico (per citare Crouch) che, pur mantenendo istituzioni e norme formalmente democratiche, viene in effetti eterodiretto dalle grandi lobby finanziarie multinazionali o transnazionali e legittimato agli occhi delle persone dalla disinformazione dei mass media. Le riforme elettorale e costituzionale (quest'ultima oggetto del referendum confermativo a ottobre prossimo) stanno svuotando inesorabilmente (almeno per il momento) la prassi politica da qualsiasi regola democratica.

Ma di quale “democrazia” stiamo comunque parlando? Questo è uno dei nodi fondamentali da aggredire: l'illusione della vera "uguaglianza politica" dei cittadini (basata sulla lotta “anti-casta”) propagandata dal M5S - o anche da molte realtà che hanno promosso questo referendum - nasconde (loro malgrado), proprio quelle profonde disuguaglianze sociali e quella tendenza alla distruzione del pianeta oggi funzionali all'accumulazione dei profitti da parte di un capitalismo in crisi. Il continuo, crescente, gigantesco spostamento coatto di ricchezza verso il capitale dal lavoro e dal non lavoro, in tutte le loro forme, necessita di consenso sociale alle politiche di austerity e di fiducia nelle istituzioni italiane ed europee. Il qualunquismo e l'antipolitica sono solo una faccia dell'atomizzazione e della dissoluzione dei legami sociali prodotti da quasi 40 anni di “postdemocrazia”. L'altra è rappresentata dalla capacità di Renzi di utilizzare sapientemente un populismo “bonapartista” che si alimenta della passività di massa, della sfiducia e della guerra tra poveri e generazioni nei diversi settori del complesso corpo sociale salariato attuale. L'obiettivo è rendere quest'ultimo “informe” e docile alle esigenze del capitalismo.

Quindi non ci sarà alcuna "uguaglianza politica" se non verranno superate le diseguaglianze sociali e umane, e per favorire questo processo storico in ogni epoca è necessario individuare il luogo dove ciò possa avvenire. Probabilmente questo è ancora quello che individuava Marx nella Questione ebraica, ovvero i rapporti sociali di produzione capitalistici capendo quali forme questi rapporti assumono nel contesto attuale.

L’ideologia dominante mistifica queste forme proponendoci un’idea di società “liquida” non più basata sulle contrapposizioni delle grandi idee e degli interessi materiali che queste rappresentano. Nulla di più falso. È la sovrastruttura ideologica ad essere liquida, proprio per annacquare la materialità dello scontro in atto e permettere alla classe dominante di essere l’unica a continuare a combattere la lotta di classe senza opposizione (come scriveva Gallino). La realtà sociale invece è più che solida, persino spigolosa, ma non è oggi conformata da blocchi contrapposti così chiari a prima vista. Piuttosto gli interessi dei subalterni appaiono come un mosaico, un puzzle, formato di tessere di cui stentiamo a comprendere il senso complessivo che ci darebbe invece la capacità di individuare i nessi per ricomporlo in un blocco sociale antagonista agli interessi del capitalismo oggi. La frammentazione produttiva e sociale  fa sì che solo una ristretta minoranza oggi possegga una visione d’insieme dei problemi, mentre per la grande maggioranza l’atomizzazione ha agito in profondità creando, come dice efficacemente Marco Bersani, “senso di isolamento al punto da renderle disponibili alla mobilitazione solo di fronte ad un attacco diretto ed esplicito alle proprie condizioni di vita”.

È per questo, lo ribadiamo, che la minoranza attiva non può bearsi di “avere ragione” e inveire contro la passività del “popolo bue”. Bisogna riprendere il tema della autoconvocazione dei soggetti sociali colpiti dalla crisi, rilanciando i temi e le forme di organizzazione della democrazia diretta, non solo quella referendaria, ma quella della partecipazione attiva e decisionale sulle scelte della società, sul cosa produrre e per chi, sull’utilizzo delle risorse pubbliche e ambientali. Una presa di parola che non dipenda dalle istituzioni, ma che semmai sulle istituzioni costituisca un elemento autonomo di pressione e di critica politica: l’opposizione di classe ai tempi nostri.

Per ridare senso a questo obiettivo storico bisogna ripartire dalla creazione di luoghi di azione e di confronto che uniscano attorno a piattaforme di lotta e a questa nuova idea di democrazia compiuta e popolare: comitati di lotta, associazioni, centri occupati, aziende recuperate, nuovi mutualismi. La democrazia o viene concepita come dimensione sostanziale della società (e non più come “astrazione”, oggi molto sbiadita), o non sarà. Nella relazione fra la politica e l'essere umano, il secondo deve diventare il soggetto reale che crea la “Costituzione” reale. Non saranno iniziative estemporanee, per quanto a volte nobili, condivisibili e meritorie, a surrogare questa necessità.

Insomma: senza lotta alle disuguaglianze non c'è più democrazia, senza organizzazione collettiva non c'è via d'uscita dall'egoismo sociale. E se si intraprende questa direzione forse sarà lecito sperare anche di vincere qualche battaglia sociale in più.

22/04/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: @zak_says

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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