Rielaborare la sconfitta

È essenziale comprendere i motivi della sconfitta dei laburisti britannici non solo per i subalterni di quel paese, ma anche per i nostri.


Rielaborare la sconfitta Credits: https://www.globalist.it/world/2019/12/15/corbyn-si-scusa-per-la-sconfitta-duro-colpo-per-chi-sperava-nel-cambiamento-2050421.html

Appena usciti i risultati del tragico successo degli ultraconservatori britannici guidati dall’impresentabile populista di destra Boris Johnson, esponenti della “sinistra” moderata italiana, dal Pd a Italia viva – ben affiancati dal loro organo ufficioso: “La repubblica”, da poco passata sotto il controllo degli Agnelli – si affrettavano a festeggiare la sconfitta di Corbyn, reo di essersi presentato alle elezioni con un programma di sinistra (socialdemocratico). Il mantra ripetuto all’unisono dai nostrani apologeti del centrosinistra è che con un programma radicale, ossia che dice cose di sinistra, la sconfitta è certa. Per cui la svolta impressa a sinistra al Partito laburista da Corbyn sarebbe stata avventurista, idealista, assolutamente priva di realismo e capacità di incidere nella realtà.

In casi del genere non si sa se è più opportuno ridere o piangere. Il grande sconfitto Corbyn, punito per aver presentato un programma troppo avanzato, troppo di sinistra, ha infatti totalizzato circa un terzo dei voti, ossia quasi il doppio dell’attuale Pd, su posizioni sempre più spudoratamente liberiste, e oltre sei volte la percentuale attuale di Italia viva, nonostante le sue posizioni ultra-opportuniste e centriste. Una percentuale di poco inferiore alla massima raggiunta nella sua storia dal Pci. Con un risultato simile in Italia si piazzerebbe al primo posto insieme alla Lega.

Occorre inoltre considerare che, al contrario di quanto l’ideologia dominante ci ha fatto credere, parlando addirittura della peggiore disfatta di sempre del Partito laburista, dal punto di vista ben più importante della quota percentuale del voto popolare, rispetto al numero dei seggi distorto dalle insidie di un sistema elettorale particolarmente anti-democratico, il Labour di Corbyn, nonostante si sia presentato con un programma tanto coraggioso, ha fatto meglio del partito laburista diretto da N. Kinnock nel 1987, da Gordon Brown nel 2010 e da Ed Miliband nel 2015. Questi ultimi due, in particolare, con programmi decisamente più centristi e opportunisti.

D’altra parte, se andiamo a vedere le ragioni della sconfitta di Corbyn, queste sono da ricercare in motivi opposti a quelli dati a intendere dai giornali della sedicente sinistra tanto britannici che italiani. In effetti, in ben 52 dei 54 seggi persi dai laburisti avevano prevalso nel referendum coloro che volevano l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. E non si tratta certo di un voto espresso da destra, dalla borghesia, in quanto si tratta dei collegi del nord del paese caratterizzati da una forte presenza di proletari e, perciò, di veri e propri feudi del Partito laburista. Evidentemente, al contrario di quanto hanno voluto dare a intendere gli apparati ideologici degli Stati borghesi, non si tratta certo di operai sedotti dalla politica di destra dei conservatori, ma piuttosto, come persino il Financial Times ha dovuto ammettere, dopo un’attenta disamina dei dati del voto, che “più grande era stata la maggioranza per l’uscita dall’UE nel referendum, più grande si è rivelato il tasso di astensione e la perdita di seggi laburisti”.

Dunque, come era facilmente prevedibile, è stata proprio la fortissima pressione oltre che della destra del partito laburista, della “sinistra” dell’opinione pubblica, ad avere imposto a Corbyn di non poter esprimere la sua critica da sinistra alla permanenza nell’Ue e ad assumere una posizione necessariamente ambigua. E proprio questo è stato il motivo certamente determinante della sconfitta di Corbyn.

In altri termini è stata proprio la terribile pressione dell’ideologia dominante e la sua capacità di egemonia sui ceti medi a costringere Corbyn – per poter mantenere la guida del partito e presentare il programma più spostato a sinistra del Labour Party – a sfumare la propria critica da sinistra all’Unione europea. In tal modo si è lasciato – come sta succedendo in quasi tutta Europa, a partire dall’Italia – campo libero alla ipocrita demagogia anti Ue della destra di cavalcare il giusto risentimento dei subalterni nei confronti dell’ultra-liberista Unione europea. Al contrario la sinistra, non prendendo opportunisticamente una ben delineata posizione, non può che perdere voti sia a vantaggio di chi sostiene, ipocritamente e da destra, la rottura con l’Unione europea, sia a causa di quei settori dei ceti medi e popolari che spaventati, a ragione, da un’uscita a destra dall’Ue, preferisce votare per partiti opportunisti come i nazionalisti scozzesi, che danno a intendere di poter rilanciare il welfare State proprio rompendo con la Gran Bretagna e rientrando nell’Unione europea.

Il secondo motivo che ha determinato la relativa sconfitta di Corbyn è il passaggio in blocco della socialdemocrazia, a tutti i livelli, dall’essere l’ala destra del movimento operaio, a divenire l’ala sinistra dello Stato imperialista. In tal modo il programma di sinistra di Corbyn è stato in ogni modo oscurato e messo in secondo piano non solo da tutti i mezzi di comunicazione di massa controllati dal centro-destra, ma anche dai pochi controllati dal centro-sinistra. Si è fatto così di tutto per sostituire il tema, favorevole ai conservatori della Brexit, piuttosto che parlare delle questioni economiche e sociali. Infine Corbyn è stato attaccato nei modi più estremi e bassi per le proprie posizioni di sinistra e antimperialiste, antitetiche all’establishment del Labour party, fino a essere dipinto come un terrorista, per le sue prese di posizione contro l’occupazione britannica dell’Irlanda del nord etc.

Fra tutte, l’accusa più perfida, micidiale e infamante è stata quella di bollare Corbyn come un antisemita per le sue posizioni contrarie all’occupazione sionista della Palestina. In tal modo si è giunti al paradosso di attaccare proprio il più fiero ed efficace oppositore della destra razzista e realmente antisemita accusandolo di antisemitismo, con l’ovvio risultato di favorire la sua sconfitta e al contempo la vittoria della destra essa sì razzista e, di fondo, antisemita. Anche in questo caso si è portato avanti coscientemente un clamoroso rovescismo, per cui chi critica la destra israeliana, per le sue posizioni decisamente antisemite nei confronti degli arabi e in particolare dei palestinesi, viene ingiuriato dai sostenitori della destra israeliana come antisemita. Certo si tratta di una menzogna così clamorosa da apparire, a chi è dotato di sano buon senso umano, addirittura controproducente, mentre in realtà, come tutte le menzogne costantemente ripetute come un mantra dai principali mezzi di comunicazione e anche da una parte significativa dei dirigenti laburisti, orfani di Blair, finisce con l’apparire quantomeno come una mezza verità. Gettando in questo modo un’ombra di sospetto su un candidato divenuto il principale bersaglio degli attacchi delegittimanti da parte dell’ideologia dominante. Anche perché, a ragione, l’antisemitismo è oggi generalmente ritenuto come qualcosa di intollerabile.

Un altro aspetto da tenere presente per metabolizzare la sconfitta è stato l’irrealistico entusiasmo per la mobilitazione di massa a favore di Corbyn, per l’iscrizione in massa di tanti giovani spinti a occuparsi di politica proprio da Corbyn, che ha portato a nutrire ingiustificate speranze di vittorie anche se tutti i sondaggi davano i laburisti sotto di almeno 10 punti percentuali. Dopo anni così neri, il fatto che proprio nel Labour party e proprio in Gran Bretagna vi fosse un dirigente politico così popolare, anche fra le giovani generazioni, ha fatto perdere ai più il senso della realtà. Così una sconfitta data da tutti i sondaggi per scontata è stata trasformata dall’ideologia dominante in una disfatta storica dei radicali. In tal modo è scomparso un dato di fatto estremamente significativo, messo in evidenza unicamente dal Partito comunista britannico, ovvero che oltre dieci milioni di cittadini hanno votato per il più radicale manifesto laburista da più di tre decenni.

Alla radice della del tutto falsata rappresentazione della disfatta della prospettiva radicale vi è l’aver interiorizzato l’ideologia dominante secondo la quale l’unico modo per cambiare le cose è vincere le elezioni e formare un governo. Al contrario, come dimostrano tutti i governi di sinistra o centrosinistra affermatisi negli ultimi decenni nei paesi a capitalismo avanzato tale strategia governista è stata quasi sempre completamente fallimentare. Si pensi, per limitarci a un unico emblematico esempio a noi più vicino, di quanto un Partito comunista all’opposizione abbia potuto ottenere per le classi subalterne rispetto a governi più recenti che hanno avuto persino comunisti ministri e presidenti della camera. Appunto per il Pci italiano, un risultato come quello di Corbyn, ovvero oltre il 32% dei suffragi non sarebbe certo stato interpretato come una disfatta, ma come un saldo terreno da cui condurre in modo efficace l’opposizione ai governi di uno Stato imperialista. Al contrario si è affermata – prima proprio in Gran Bretagna e poi, più recentemente in tutta Europa – l’illusione che sia possibile cambiare dall’interno, in funzione del socialismo, uno Stato imperialista, semplicemente avendo la possibilità di formare un governo. In realtà è la stessa storia del partito laburista, per non parlare di quella molto meno onorevole della “sinistra” italiana post-comunista, a dimostrare il contrario.

Del resto, per quanto indubbiamente avanzato, rispetto a tutti i programmi laburisti dei decenni precedenti e rispetto ai programmi dei partiti socialisti e socialdemocratici europei dopo la fine della guerra fredda, anche il programma del Labour di Corbyn era un programma revisionista, in quanto si fondava sull’illusione che fosse riformabile il modo di produzione capitalistico, per altro giunto nella sua fase di sviluppo imperialista. Da questo punto di vista, l’ennesimo completo fallimento dimostrato dal governo di sinistra in Grecia non può che far intuire al proletariato, meno succube dell’ideologia dominante, che un governo di “sinistra”, in un paese imperialista – per di più all’interno della gabbia liberista dell’Unione europea – non ha margini reali di manovra. Questo consente di spiegare la sconfitta dovuta, ancora una volta, all’astensione di sinistra, in particolare all’interno della propria classe sociale di riferimento.

Dunque, per quanto certamente difficile – visti i costanti attacchi che riceve dalla burocrazia del suo stesso partito – Corbyn avrebbe dovuto avere maggiore buon senso e non dare adito alle illusioni revisioniste secondo le quali il modo di produzione capitalistico, in particolare nella sua fase imperialista, sia riformabile dal di dentro e governabile da una sinistra che non ha abbandonato i suoi ideali socialisti. Sarebbe stato certamente più utile e opportuno, per lo sviluppo della coscienza di classe del proletariato britannico e internazionale, assumere un’attitudine leninista nei confronti delle istituzioni borghesi. Utili, in primo luogo, per denunciare dall’interno la funzione di occultamento della reale dittatura di classe delle strutture liberal-democratiche dello Stato borghese. In tal modo, l’attenzione ottenuta nel corso della campagna elettorale e il successo non disprezzabile ottenuto sottoponendosi alle regole funzionali al mantenimento del dominio della borghesia, avrebbe favorito un rilancio su larga scala della lotta di classe dal basso. Al contrario, l’illusione ancora una volta data di poter cambiare in senso socialista, semplicemente governandolo, uno Stato imperialista, non potrà che dare un senso di scoramento e di disillusione ai ceti sociali subalterni, per i quali non sarà certo facile metabolizzare una sconfitta, che si sarebbe potuta evitare abbandonando, per una volta, le sirene del revisionismo.

28/12/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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