Tutto il potere alle banche!

È urgente costruire un vasto fronte di opposizione al governo delle banche. Sulla politica economica, quando non ne era ancora il primo responsabile, Draghi si era pronunciato in sede di G30: favorire la centralizzazione dei capitali, incrementare la disoccupazione, sostegno pubblico alle imprese ma senza ingerenze nella loro gestione, ridurre al minimo i rischi per le banche e far decidere loro quali imprese salvare.


Tutto il potere alle banche!

In epoca di pandemia i governi dovranno fare “scelte difficili e spesso impopolari”. Lo scriveva il 14 dicembre 2020 il rapporto di un gruppo di lavoro del G30, allora presieduto congiuntamente da due ex: Mario Draghi, all’epoca non ancora premier italiano, ex governatore della Banca Centrale Europea, e Raghuram Rajan, ex governatore della Bank of India.

La lettura del rapporto, intitolato Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid. Designing Public Policy Interventions [Rilanciare e ristrutturare dopo il Covid il settore delle imprese. Progettare interventi di politica pubblica], è interessante perché ne emergono le idee di politica economica che hanno i grandi poteri economici transnazionali, che tramite Mario Draghi oggi si sono posti direttamente, e non più per interposto personale politico, alla guida del governo italiano.

Già questo giornale aveva commentato l’uscita dell’ex governatore sulla necessità che gli stati si indebitino per abbattere il debito delle imprese provocato dall’impatto del Covid-19. Il rapporto aggiunge tuttavia che i governi – i quali fin qui, seguendo il consiglio del medesimo Draghi, si erano concentrati sull’immissione di liquidità – debbono ora porsi soprattutto il problema della “solvibilità” delle imprese, che si è aggravato “più di quanto appaia in superficie”, in quanto il loro capitale è “divorato dalle perdite”.

Peraltro è difficile prevedere la durata e il tragitto della ripresa e discriminare fra le imprese che presentano solo problemi “temporanei di domanda”, e quelle “strutturalmente” in perdita.

Agli interventi fin qui messi in atto occorre aggiungere “nuovi approcci” in grado di affrontare alcune criticità quali, la difficoltà di “adattare sufficientemente la risposta politica alle situazioni delle diverse aziende” e l’erogazione eccessiva del credito che “sovraccarica” le imprese e “promuove un uso inefficiente delle risorse”.

Tra i problemi denunciati c’è anche, non poteva mancare, “un eccessivo processo decisionale diretto da parte dei governi e un uso non ottimale delle competenze del settore privato”. Un modo elegante di dire che lo Stato deve solo cacciare i soldi. Uno Stato quindi che si ritrae dalle decisioni, che rinuncia a dotarsi degli strumenti per essere anche lui competente e invece demanda al privato, che possiede le “necessarie competenze”, le scelte di chi salvare e chi no. Il privato quindi che decide da solo le sorti di se stesso, senza che ci si debba preoccupare di inevitabili conflitti di interessi, ma che deve essere assistito con fondi pubblici.

Altro elemento, che mi pare abbia a che vedere con pretese di tipo imperialistico, è che i paesi che hanno di fronte vincoli o costi di indebitamento maggiori, come i paesi in via di sviluppo, dovrebbero fare “compromessi più duri nella destinazione e nella portata” degli interventi e affidarsi maggiormente sui “flussi di investimenti esteri” e sulla “assistenza delle economie avanzate”. Conoscendo i precedenti di quei paesi che hanno rincorso la il miraggio dell’“aiuto” delle istituzioni finanziarie internazionali, e fatto i conseguenti “compromessi più duri”, mi auguro che la la lezione della storia istruisca diversamente i malcapitati paesi. 

C’è anche un giudizio che conferma il carattere liberista di queste raccomandazioni e sconfessa chi aveva visto nei nuovi orientamenti dei paesi “democratici” un’inversione di rotta, o almeno una deroga, rispetto alle politiche fin qui seguite. “Nei paesi in cui una quota maggiore del settore finanziario e societario è di proprietà statale, ci sarà meno spazio per i detentori di rischi privati di assorbire alcuni costi.” Cioè la proprietà pubblica è dannosa perché riduce gli spazi del capitale. Tali nuovi orientamenti mi pare siano solo adattivi, per necessità, alla nuova situazione emergenziale ma rimangono nel contesto del paradigma liberista. Ed è probabile che, terminata l’emergenza, si tenterà un ristabilimento della versione originaria del liberismo.

I paesi che hanno “una significativa capacità di investimento del settore pubblico” dovrebbero metterla a disposizione delle imprese. Quelli in cui raggruppamenti privati hanno “capitali a lungo termine indipendenti” possono essere avvantaggiati nell’uscita dalla crisi se c’è la “sponsorizzazione” dei governi traducibile in “partnership di successo” pubblico-privato, magari attraverso la sottoscrizione da parte degli stati di “azioni e quasi-azioni” (cioè di obbligazioni convertibili in azioni) di imprese, senza però ingerirsi nella loro gestione.

Infine si auspicano interventi sulle procedure fallimentari di modo che si possa accompagnare le imprese non competitive al fallimento di modo che non sia necessario “richiedere altri interventi per il loro salvataggio”. Si esorta cioè la logica schumpeteriana della “distruzione creatrice”, confidando immotivatamente che chi perde lavoro a causa della chiusura delle “imprese zombie” trovi lavoro in altri settori. E a tal fine si auspicano temporanee misure di sostegno dei redditi e politiche di formazione per ricollocare i lavoratori, ma giammai un intervento pubblico per creare nuovi posti di lavoro e tanto meno ipotesi di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario reale.

Il concetto della necessità di una selezione delle imprese da salvare è ribadito più volte. Per esempio, “gli atteggiamenti culturali verso la cancellazione del debito” delle imprese “in bancarotta” rischiano di essere troppo “vincolanti” nel programmare “le misure di ristrutturazione e fallimento”. Occorre invece discriminare fra le imprese “zombie”, che vanno ristrutturate o accompagnate al riposo eterno e quelle in momentanee difficoltà finanziarie ma che nel “lungo termine” possono tornare a essere redditizie. Sulla “salute” di queste ultime occorre “concentrarsi”, con un mix di “misure mirate” e progettando “schemi di sostegno” che consentano di “contenere i rischi di selezione avversa”. Le misure ipotizzate dovrebbero essere differenziate a seconda della collocazione delle singole imprese, per potenzialità reddituali, disponibilità finanziarie e facilità di accesso al credito in una delle 5 classi appositamente definite.

L’importante è che muoiano le “imprese zombie” che creano “una capacità produttiva in eccesso e, di conseguenza, [….] ricarichi aziendali, prezzi dei prodotti, investimenti e produttività inferiori nella media, con una aumento dei costi delle materie prime e [soprattutto!] della manodopera”. Insomma, pare di capire che sia auspicabile il contenimento della domanda di forza-lavoro e un ulteriore ingrossamento dell’esercito industriale di riserva per tenere bassi i salari.

Il rischio che ciò non possa avvenire spaventa i banchieri. E infatti si lamentano che in relazione ai bassi tassi di interesse e il “sostegno alle imprese in difficoltà, il rischio di imprese zombie aumenta”. E aumenta tanto più quanto “diminuiscono le dimensioni dell’azienda, sollevando preoccupazioni per un numero crescente di morti viventi «invisibili» tra le imprese più piccole”. Pertanto i politici devono porsi una domanda: “continuare a usare le finanze pubbliche per sostenere le aziende o lasciare che la distruzione creativa avvenga alla Schumpeter?”.

Le politiche pubbliche, secondo questi agenti del capitale, dovrebbero quindi porsi anche l’obiettivo di favorire la centralizzazione dei capitali, facendo chiudere le piccole imprese, processo che è già fortemente spinto, tanto che l’80% delle proprietà delle imprese è concentrato in mano al 2% dei soggetti. Si veda a tal proposito la nostra videointervista a Emiliano Brancaccio.

Come accennato poco sopra, le “competenze” del privato sono ritenute indispensabili per colmare le “scarse risorse pubbliche” sul fronte della selezione delle imprese. Di quale privato? Se non ho letto distrattamente mi pare che non lo si espliciti, ma non serve grande acume per intuirlo. Chi possiede le notizie più rilevanti delle attività delle imprese, se non le banche? D’altra parte cosa ci dovremmo aspettare da due banchieri se non il motto, non proprio bolscevico, “tutto il potere alle banche!”?

Allora sarebbe ingenuo non sospettare che anche tale selezione, e la nuova normativa sui fallimenti, pure invocata nel documento, siano finalizzate più a proteggere il credito delle banche che a sviluppare le forze produttive. Del resto tra le “esortazioni ai responsabili politici” c’è quella di “ridurre al minimo o mitigare la ricaduta dei problemi nel settore finanziario più ampio, rafforzandolo nel contempo per sostenere il finanziamento della ripresa”. E ciò va fatto “nonostante le pressioni” che “inevitabilmente” subirà la politica. Quindi più soldi alle banche e pensino esse come e dove spenderli.

Adesso in casa nostra la politica è rappresentata in prima persona da un autorevole banchiere e quindi i lavoratori devono sapere cosa li aspetta e convenire sull’urgenza di costruire un vasto fronte di opposizione al governo e di resistenza agli attacchi e prima o poi dovranno subire.

02/04/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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