Clinton o Trump: dove andranno gli USA?

La campagna per le elezioni presidenziali americane entra nella fase culminante.


Clinton o Trump: dove andranno gli USA?

La campagna per le elezioni presidenziali americane entra nella fase culminante. Una delle più lunghe e atipiche campagne della storia americana. Hillary Clinton sostenuta da tutto l’establishment politico e mediatico, Trump che invece ama fare il guerriero solitario. Un risultato ancora incerto ma con un’unica certezza: comunque vada la classe operaia degli Stati Uniti è rovinata!

di Zosimo

Siamo in dirittura d’arrivo: le convention elettorali dei due grandi partiti, repubblicano e democratico, che si sono svolte nel mese di luglio rispettivamente a Cleveland (Ohio) e Philadelphia (Pennsylvania), hanno ratificato l’esito delle primarie già noto dal mese di maggio, con le nomination di Donald Trump e Hillary Clinton. Il vero ruolo delle convention, oltre ad eleggere i due candidati a vice presidente, Mike Pence per i repubblicani e Tim Kaine per i democratici, è stato quello di consolidare l’apparato di ciascun partito, e la sua base militante, per lo sforzo finale in vista dell’appuntamento elettorale di novembre.

Da questo punto di vista, sondaggi alla mano, non vi è alcun dubbio che Hillary Clinton sia uscita vincente da quel passaggio cruciale. Infatti, se poco prima delle convention, a fine giugno, Trump era in forte ascesa e si era praticamente affiancato, secondo i sondaggi di quel periodo, a Hillary Clinton, quest’ultima, a partire dalla convention democratica e nelle settimane successive fino ad oggi, ha fortemente riguadagnato consensi staccando sensibilmente (in media di circa 10 punti percentuali, quando non di più) il suo avversario.

Così a Philadelphia, a luglio, il partito democratico ha dato effettivamente una dimostrazione di forza compattandosi attorno alla propria candidata, ed al neo-nominato candidato alla vicepresidenza, Tim Kaine, senatore della Virginia. Il tutto, come di consueto, è stato fortemente orchestrato a fini mediatici e la macchina mediatica americana ha svolto diligentemente il suo ruolo, schierata com’è, in stragrande maggioranza, a sostegno della Hillary. Questa, al contrario del suo rivale Trump, non ha voluto monopolizzare l’attenzione, ma, anzi, ha dato spazio e ribalta a tutti i personaggi di maggior spicco del partito e dell’establishment democratico, che si sono alternati sul palco facendo a gara a nel tessere le lodi e nell’esaltare le doti presidenziali di Hillary Clinton e tutti hanno giocato la carta maestra della prima donna alla presidenza nella storia degli USA.: il “suo” Bill (Clinton), l’attuale vice presidente Joe Biden, il neo-nominato vice presidente Tim Kaine, la first lady Michelle Obama (suo uno degli interventi di maggior spessore politico) e tanti altri fino a Barack Obama. Per il presidente in carica è stata l’occasione per suggellare un picco finale di popolarità di cui sta godendo proprio al termine del suo doppio mandato, ma il bilancio dei suoi otto anni che avrebbero dovuto cambiare l’America rimane, a nostro avviso, costellato di velleità mai realizzate e di fallimenti reali, dalla riforma sanitaria alla politica estera per citare due tra gli esempi più eclatanti.

Ma l’establishment democratico ha giocato altre due carte “jolly” alla convention: Bernie Sanders e Michael Bloomberg. Il primo alla fine ha deciso di accettare la sconfitta delle primarie (sulle quali gravano tante zone d’ombra) e si è prodigato, con successo, per far includere nella piattaforma programmatica della Clinton alcuni temi centrali della sua campagna elettorale, tra i quali l’aumento del salario orario minimo, l’accesso per tutti all’educazione universitaria, l’assistenza sanitaria pubblica e universale (eccola di nuovo, dopo 8 anni!), le limitazioni alla vendita delle armi. Bernie, con il suo intervento ha cercato quindi di convincere il suo “popolo” a votare compatti per la Clinton e soprattutto per scongiurare il pericolo di fascismo rappresentato da Donald Trump, argomento cui si ricorre in maniera insistente quando ci si rivolge all’elettorato progressista. Questi argomenti non sembrano tuttavia aver convinto in pieno l’elettorato di Sanders che non coincide interamente con la base militante del partito democratico. Abbiamo già ricordato in precedenti articoli che il movimento creatosi attorno a Bernie Sanders ha per la prima volta mobilitato all’impegno politico tanti giovani e giovanissimi che finora ne erano stati al di fuori. Durante la Convention questa presenza “non allineata” si è fatta sentire, anche se non è quasi mai sfociata, tranne che in pochi marginali episodi, in contestazione aperta. In quel frangente ha prevalso la disciplina di partito, ma recentemente Bernie si sta dando da fare per costruire il suo movimento, denominato “Our Revolution”. Ma questo sarà oggetto di approfondimento di un prossimo articolo.

L’altro “jolly” tirato fuori dalla Clinton alla Convention è stato Michael Bloomberg, ex sindaco repubblicano di New York, al quale è stato affidato il compito di fustigare e umiliare Donald Trump, riuscendoci benissimo ed ottenendo quindi un grande successo mediatico. Ma Bloomberg è in realtà una delle cartine al tornasole della candidatura Hillary: il sostegno pieno e convinto della gran parte degli ambienti di Wall Street, cioè dell’alta finanza americana e, quindi, anche internazionale. Poche volte, nella storia degli Stati Uniti, si era assistito ad un sostegno così esplicito ed aperto.

In campo repubblicano invece la convention di Cleveland ha avuto un copione ben diverso: Trump non ha potuto resistere a monopolizzare il palcoscenico con il suo stile anti-establishment, nonostante lui di questo establishment ne faccia parte a pieno titolo. Sembra quindi di rivedere il “nostro” Berlusconi nazionale di 20 o più anni fa. Tuttavia lo “one man show” di Trump ha finito con lo scompaginare nuovamente l’apparato del partito repubblicano, già alla deriva da ormai un anno a questa parte non essendo stato in grado di esprimere una candidatura di spessore politico adeguato. Le spaccature interne si sono ulteriormente accentuate dopo il trionfo della Clinton alla convention democratica, che è seguita a quella repubblicana.

Ci troviamo quindi ancora in una fase che vede la Clinton distanziare Trump nei consensi intercettati dai sondaggi (che qui gli esperti pretendono essere più affidabili e veritieri che in Europa), ma a partire da settembre la campagna entrerà nella sua fase finale e c’è da giurare che le sorprese non mancheranno. Non si può quindi ancora dare per scontata la vittoria di Hillary. Proprio negli ultimi giorni Trump sta riorganizzando il proprio staff elettorale per cambiare strategia e portare attacchi più efficaci alla Clinton che, fin qui, complice lo schieramento a suo favore di gran parte dei grandi gruppi mediatici, ha rintuzzato con successi una serie di attacchi volti a mettere in discussione la sua credibilità e reputazione personale. Da ultimo un tentativo di far emergere problemi di salute che interessano la candidata democratica al fine di suscitare negli elettori moderati, oggi più orientati verso di lei, perplessità sulla tenuta e la durata di una presidenza di Hillary.

Ma a questo punto ciò che ci preme non è tanto prevedere quale potrà essere l’esito di questi prossimi due mesi agguerriti di campagna presidenziale, quanto piuttosto quali saranno gli effetti reali della vittoria di uno o l’altro dei candidati per la classe operaia e gli altri settori della classe lavoratrice di questo paese.

Dando per scontato che l’eventuale vittoria di Trump comporterebbe l’effettivo rischio di una fascistizzazione della società e della politica americana, per la verità un pò anacronistica ma non per questo meno probabile, e quindi assolutamente da combattere e scongiurare in qualunque modo, quale sarebbe invece l’esito “progressivo” della vittoria di Hillary?

I fatti e la realtà, secondo noi, parlano abbastanza chiaramente: sarebbe una vittoria dell’establishment di questo paese, establishment finanziario, industriale, politico ed intellettuale. Cioè, per dirla marxianamente, dei settori dominanti del capitale. Per la classe operaia americana non saranno tempi facili. La ripresa economica non sta portando grandi benefici, anche perchè per gli Stati Uniti la crescita avviene soprattutto nei settori a più alto valore aggiunto, per usare una terminologia cara alla teoria economica borghese, cioè a vantaggio dei profitti e delle rendite finanziarie, e non certo dei salari. La disoccupazione, quando e se si riduce, lo fa attraverso una precarizzazione delle condizioni dei lavoratori, e ciò è esattamente quanto sta oggi avvenendo nell’economia americana. Hillary Clinton, e il suo blocco di potere, modificheranno tutto ciò? La risposta ci sembra fin troppo banale. Le promesse elettorali che cavalcano i temi cari anche a Bernie, rimarranno tali, come, e ancor di più se vogliamo, di quanto avvenuto con Barack Obama.

Per non parlare poi delle conseguenze in politica estera, quindi per le classi operaie e proletarie di tanti altri paesi: dai palestinesi, ai siriani, ai curdi, ai libici, agli egiziani, solo per rimanere in Medio Oriente. La linea della Clinton è infatti ben nota per aver lei stessa rivestito l’incarico di Segretario di Stato, durante il primo mandato Obama, con pesanti responsabilità sulle crisi attuali in quelle aree, ma anche altrove. Non cogliamo segnali diversi e di discontinuità rispetto alle politiche portate avanti in questi ultimi anni. Anzi, si utilizza magistralmente la figura di Trump, che, a parole (anzi a slogan), minaccia apparentemente di voler mettere in discussione tanti capisaldi della dottrina di politica estera americana degli ultimi 30 anni, per rafforzare e dare ulteriore credibilità a questa dottrina.

Rimane il campo dei diritti civili, così amato dalla sinistra e dal centro borghesi, anche e soprattutto negli USA. Da questo punto di vista Trump sta fornendo tutti gli argomenti necessari per compattare attorno a Hillary le componenti razziali (neri, ispanici latinoamericani e musulmani) e di genere (donne in particolare) e, ancora una volta, riuscire a spostare il conflitto sociale latente su un terreno assolutamente innocuo per i settori dominanti del grande capitale.

Note:

03/09/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Zosimo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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