Contro l'Isis una nuova strategia popolare

La città di Kobane si è liberata grazie alla lotta di un intero popolo, nonostante l'evidente disparità di armamenti. Nel frattempo gli Stati Uniti pensano a un nuovo intervento militare in Iraq contro lo Stato Islamico.


Contro l'Isis una nuova strategia popolare

La città di Kobane si è liberata grazie alla lotta di un intero popolo, nonostante l'evidente disparità di armamenti. Nel frattempo gli Stati Uniti pensano a un nuovo intervento militare in Iraq contro lo Stato Islamico. Al contrario una strategia a favore degli interessi dei popoli della regione e della pace deve prevedere la partecipazione e il riconoscimento del ruolo di tutti i settori sociali e politici nella lotta contro il fanatismo terrorista: l'autogoverno della Rojava e la funzione dei partiti curdi del Pkk e del Pyd, le tribù sunnite dell'Iraq, l'Iran, ma anche il regime siriano di Assad. 

 di Stefano Paterna

Kobane liberata ha impartito una lezione. Per la prima, e finora unica, volta i mercenari dello Stato Islamico sono stati costretti a darsi a gambe levate. A compiere questo “miracolo” non sono stati sufficienti gli sporadici e imprecisi attacchi aerei della cosiddetta coalizione internazionale contro l'Isis: nulla avrebbero ottenuto senza il coraggio e la determinazione delle combattenti e dei combattenti curdi, molti dei quali si battevano sotto le bandiere con la stella rossa del PKK e del PYD. A Kobane si è dimostrato che si può sconfiggere forze pesantemente armate e dotate di carri armati, in ciabatte, in mezzo alla neve.
Ma il pericolo non è definitivamente scongiurato: la rivoluzione laica, socialista, democratica, nata nella regione del Rojava, nel nord della Siria, non si può dire al sicuro. L'Isis è ancora molto vicino e possiede comunque ingenti risorse economiche e militari provenienti dal controllo dei territori annessi nei mesi scorsi e dai finanziamenti che gli arrivano dalle monarchie petrolifere del Golfo, in particolare dal Qatar. Soprattutto, continua a svolgere la sua funzione di stabilizzazione/ destabilizzazione di tutta la regione mediorientale in senso reazionario.
Qualche giorno fa, infatti, dapprima la Cnn rivelava che il Dipartimento della Difesa statunitense avrebbe pensato a un'operazione di terra a supporto dell'esercito iracheno, nel contesto di un'offensiva di primavera contro il Califfato nero. Poi, addirittura, è arrivata la conferma ufficiale che il presidente Obama ha inviato una proposta al Congresso Usa per chiedere l'autorizzazzione all'uso della forza contro lo Stato Islamico. In un precedente articolo si accennava proprio a questo rischio.
A qualche mese di distanza, la supposizione diventa di già una realtà e un tema di dibattito tra analisti. E' pertanto necessario sviluppare un'altro punto vista sullo scenario siro-iracheno e un'altra strategia di lotta che risponda alla realtà sempre più orribile dello Stato Islamico. Il punto di vista dei comunisti e degli internazionalisti, ovviamente, deve essere quello degli interessi dei popoli dell'area e della pace mondiale.  

Anche perché contraddizioni evidenti attraversano la coalizione internazionale che gli Stati Uniti avevano messo insieme, piuttosto frettolosamente, lo scorso anno per combattere gli uomini di Al Baghdadi. Gli Emirati Arabi Uniti dapprima avevano abbandonato il campo giustificando tale scelta con l'inefficienza delle missioni di soccorso alleate - come dimostra la tragica esperienza del pilota giordano Muath al-Kaseasbeh; in questi ultimi giorni, invece, hanno ripreso gli attacchi arei. Ma in ogni caso, la partecipazione di gran parte degli altri stati arabi (Arabia Saudita, Barhein e lo stesso Qatar da cui provengono in forma privata molti finanziamenti all'Isis) alle operazioni aeree contro il Califfo non avrebbe mai superato sino ad ora il 5 per cento del totale. In realtà, gran parte dello sforzo bellico ricade sugli Stati Uniti, molto meno sulla Gran Bretagna, e ora sull'unico alleato arabo veramente interessato a questa guerra, ovvero la Giordania della dinastia hashemita.
Il problema è che le monarchie del Golfo e la Turchia (ma per certi versi anche Israele) non percepiscono lo Stato Islamico come una minaccia, bensì come l'imbarazzante (ma utile) contraltare al peso sciita e curdo nella regione. Il tema è vecchio. I reazionari arabi sunniti guardano con ostilità e timore a ciò che è scaturito dalla rivoluzione iraniana: un regime contraddittorio, per certi versi con elementi assolutistici e clericali, ma ai loro occhi insanabilmente inquinato dal carattere popolare di quella rivoluzione. Questa ostilità all'Iran e al suo alleato siriano, il regime di Assad, spiega l'acquiescenza e il malcelato appoggio ai fanatici dell'Isis.

A sua volta lo Stato Islamico riesce a controllare metà della Siria e un quarto dell'Iraq grazie all'appoggio delle cosiddette tribù sunnite. Quando si pensa a questi organismi sociali, forse bisogna smettere di immaginare degli uomini intorno a un fuoco in un villaggio sperduto nel deserto: si tratta di potentati economici e politici che esercitano la loro influenza su centinaia di migliaia di persone e su città grandi come Mosul (quasi tre milioni di abitanti). In pratica, si tratta della particolare forma con la quale esercita la propria egemonia la borghesia sunnita che precedentemente aveva come riferimento il partito “Baath” di Saddam Hussein. Non si parla, peraltro, del fatto che l'Isis governa quei territori in Iraq in parziale accordo con questi notabili e con formazioni politico-militari come l'Esercito dell'Ordine di Naqshbandi, al cui vertice pare ci sia il vice di Saddam, Ibrahim al Douri. 

Da qui deve partire una complessa strategia alternativa a quella occidentale a guida americana che forse si appresta a una nuova nefasta avventura militare. 

La popolazione sunnita dell'Iraq (ma con caratteristiche diverse anche quella siriana) deve essere coinvolta nella gestione del suo paese. Il settarismo del precedente governo sciita di Al Maliki e in generale i conflitti etnici e religiosi sorti dopo l'invasione dell'Iraq, sono il frutto avvelenato di divisioni storiche, ma sono stati esacerbati dalla guerra e dall'occupazione statunitense del 2003.
Un nuovo spiegamento di truppe occidentali in Iraq (mentre già il governo israeliano sta pensando a un'operazione militare contro Hezbollah in Libano) produrrebbe con ogni probabilità un disastro simile a quello precedente. È necessario invece un movimento internazionale di solidarietà che costringa i governi occidentali a guardare a tutti i soggetti presenti sul terreno. Innanzitutto i curdi che vanno messi in condizione di poter scacciare definitivamente l'Isis dai loro territori, e per questo hanno bisogno di riconoscimento internazionale all'esperienza di autogoverno della regione di Rojava, ai loro partiti (Pkk e Pyd) e di armamenti pesanti.
Ma è anche necessario porre fine alla guerra civile siriana consentendo a tutti i protagonisti della vita sociale di quel paese di sedersi intorno a un tavolo di pace, facendo cadere la pregiudiziale contro il regime di Bashar al Assad. Che piaccia o meno - e per molti aspetti può certamente non piacere - quel regime è però rappresentativo di una parte importante della società siriana. 

L'Iran, infine, va riconosciuto per quello che è: una grande potenza regionale che può contribuire alla pace e alla vera stabilità della regione, se cessasse la pregiudiziale nei suoi confronti.
Certo, queste non sono scelte che possono fare gli Stati Uniti e i loro alleati, in considerazione degli interessi che difendono da sempre. Sono però obiettivi da porre a una grande campagna internazionale e popolare contro lo Stato Islamico, contro il fanatismo religioso armato, a favore dell'autogoverno democratico di tutti i popoli del Medio Oriente. 

Sitografia: 

Sulla coalizione internazionale contro l'Isis:
http://www.informazionecorretta.com/main.php? mediaId=6&sez=120&id=57107

Sulla possibilità di un nuovo intervento Usa in Iraq:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/07/isis- cnn-lesercito-americano-valuta-lintervento-terra-mosul/1406070/ 

 

 

 

14/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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