Corea: quando gli aggressori diventano vittime

Tornano a soffiare venti di guerra sulla penisola coreana.


Corea: quando gli aggressori diventano vittime Credits: history.com

Non si deve sottovalutare il pericolo rappresentato dalla propaganda e dalle menzogne del nemico. La menzogna, anche la più grossolana, riesce sempre, soprattutto quando insistentemente ripetuta, a ingannare una parte dell'opinione pubblica. La ripetizione sino all'abbrutimento su quasi tutti i giornali e alla radio della stessa notizia falsa riesce quasi sempre a disorientare, a creare confusione, a falsare il giudizio non solo degli ingenui, ma anche di molte persone di spirito”.
Pietro Secchia

Cosa è successo? I fatti testardi

Il 17 marzo il segretario di Stato Usa Rex Tillerson, nonché ex Ceo dell'ExxonMobil (uno dei principali colossi petroliferi), ha minacciato apertamente di scatenare un conflitto aperto, dichiarando che un attacco preventivo contro la Corea del Nord “è un'opzione sul tavolo”.

Il pretesto è un nuovo test missilistico attuato dalla Corea del Nord in cui è stato testato un nuovo tipo di propulsore a elevate prestazioni, utilizzabile sia per lanci satellitari a scopi civili (invio di satelliti in orbita) che – potenzialmente - per missili balistici a medio raggio.

Nel mentre, il 13 marzo Corea del Sud e Stati Uniti hanno iniziato le annuali esercitazioni militari al confine (che andranno avanti fino al 30 aprile), che quest'anno - più imponenti del solito – hanno visto la partecipazione di:

• 300,000 militari sudcoreani
• 17,000 militari statunitensi
• La supercarrier USS Carl Vinson (con un equipaggio di circa 5500 persone)
• US F-35B e F-22 stealth fighters
• I bombardieri US B-18 e B-52
• Caccia sudcoreani F-15s and KF-16s
• Per la prima volta anche i Navy Seals (forze speciali, specializzati in incursioni e assassinii mirati)[1]

Le esercitazioni vengono portate avanti nell'ambito dell'Operation Plan 5015 che punta a rimuovere le armi di distruzione di massa del Nord e preparare (…) un attacco preventivo nel caso di un attacco imminente nordcoreano, così come raid di decapitazione dei dirigenti”. [2]

Solo dei “giornalisti” privi di alcun tipo di dignità professionale potrebbero definire un tale dispiegamento di forze come delle “esercitazioni difensive”.

Peraltro contro un Paese di 25 milioni di abitanti la cui spesa militare annuale è di 10 miliardi di dollari contro i 36 della Corea del Sud, i 41 del Giappone e i 603(!) degli Stati Uniti.

Del resto, i principali giornali italiani hanno dato già prova più volte della propria adamantina credibilità, riprendendo senza porsi domande dispacci senza alcuna fonte attendibile da Usa e Corea del Sud e regalandoci alcune perle degne di nota, tra cui zii e fidanzate dati in pasto ai cani e risorti più volte, generali abbattuti con la contraerea o a cannonate e misteriosamente riapparsi in pubblico, fino ad Amnesty International che dichiarò che “il sistema sanitario è insufficiente e le strutture fatiscenti”, salvo essere sbugiardata apertamente dalla direttrice generale della WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità), Margaret Chan, che ribatté nel 2010: “Posso dirvi che hanno un sistema sanitario che altre nazioni in via di sviluppo invidierebbero”.
Insomma, una collezione da Premio Pulitzer. [3]

Sono quelli che Pietro Secchia definiva “i crociati della menzogna”: “Il capitalismo in putrefazione ha bisogno per reggersi di mentire continuamente. La realtà lo accusa: dunque deve essere falsificata. La fabbrica della menzogna è diventata arte, tecnica, norma di vita. (...)

La libertà di stampa sancita dall'art. 21 della Costituzione tende così a diventare una beffa. Quale libertà di stampa vi può essere in un paese dove la grande maggioranza dei giornali sono proprietà monopolistica del partito clericale, del Vaticano e dei grandi industriali dei quali esprimono la politica e gli interessi? (…)
I temi ideologici arrivano dall'America assieme ai carri armati: si tratta della parte ideologica del piano Marshall. Veramente non so se si possa parlare di ideologia, giacché non si tratta mai di argomentazione seria, ma di disinformazione, di propaganda subdola che non tende a convincere i più intelligenti, ma che ha lo scopo dichiarato di conquistare la parte più arretrata, di influire sulla parte meno esperta del pubblico e di soddisfare i gusti più bassi”.

Come ammonisce lo stesso Secchia nella frase riportata in apertura dell'articolo, la ridicolaggine di alcune trovate propagandistiche non deve però portare a sottovalutarne gli effetti.

Basti dare una rapida scorsa nella sezione “Commenti” di alcuni tra i più assurdi degli articoli citati per rendersi conto della validità della frase attribuita a Goebbels: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. [4]

Il giorno successivo al lancio, il 6 marzo, di quattro missili nordcoreani, la Casa Bianca ha dato avvio – nonostante la contrarietà di Russia e Cina - al dislocamento del sistema THAAD (Difesa d'area terminale ad alta quota ) nelle immediate vicinanze di Seul.

Si tratta dell'intensificazione dell'accerchiamento ai danni in particolare della Cina, teorizzato da Obama con la strategia “Pivot to Asia” e incrementato con l'avvio della presidenza Trump, che sembra considerare il ridimensionamento della Cina come il principale obiettivo della politica estera statunitense.

Il programma nucleare: un progetto irrazionale?

Quello che nessuno dice è che la Corea del Nord aveva aderito al Trattato di Non-Proliferazione Nucleare nel 1985, pensando così di allentare le minacce di guerra (vietate esplicitamente dal Trattato stesso).

Negli anni successivi però, con la sconfitta del blocco socialista nella Guerra Fredda, si trovò in uno stato di isolamento internazionale e di minacce continue simile al “período especial” cubano, che i coreani chiamano “ardua marcia”.

Nel febbraio del 1993 Lee Butler, capo del comando strategico degli Stati Uniti d'America, annuncia che i missili puntati contro l'Unione Sovietica verranno reindirizzati verso la Corea.
Una minaccia genocida che costrinse una Corea in piena crisi alimentare (in concomitanza con la caduta dell'Urss si erano verificati dei disastri naturali di notevoli proporzioni) a usare il 30% del PIL per la Difesa, con evidenti conseguenze per l'economia nazionale. [5]

Come sottolinea l'analista Stephen Gowans, autore di brillanti articoli sulla politica internazionale, è in seguito a questa minaccia aperta che, nel marzo del 1993, la Corea del Nord decide di uscire dal Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. [6]

Dal 1998 ha condotto quattro test nucleari, l'ultimo dei quali questo gennaio, e ha lanciato sei missili in grado di portare in orbita dei satelliti (e potenzialmente utilizzabili per missili balistici).

Legittimamente uscita dal Trattato, non vi è alcuna legge internazionale che proibisca l'uso di tecnologia nucleare a fini militari. Né che proibisca il lancio di satelliti in orbita. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che sanzionano la Corea sono quindi semplicemente prive di base giuridica.

Del resto, il governo coreano ha ribadito più volte qual è l'obiettivo del programma nucleare.
Nel febbraio 2013 sul Rodung Sinmun, quotidiano del Partito dei Lavoratori, si legge: “Non fosse stato per la nostra deterrenza nucleare, gli Usa avrebbero già scatenato una guerra nella penisola come hanno fatto in Iraq e Libia e l'avrebbero ridotta alle condizioni subite dalla Jugoslavia alla fine del XX secolo e dall'Afghanistan all'inizio del XXI”. [7]

James Clapper, ex capo dell'intelligence Usa, dichiarò al Council on Foreign Relations che ogni tentativo di convincere i nordcoreani a rinunciare al proprio programma atomico era destinato a fallire, dal momento che è la loro unica possibilità per la sopravvivenza. (…) Si sentono sotto assedio, non inizieranno mai una discussione su questo punto”. [8]

Anche il presidente russo Putin ha confermato di comprendere questa posizione, scrivendo su Ria Novosti nel 2012: “Se ho una bomba-A in tasca, nessuno mi darà fastidio perché sarebbe più il danno che il vantaggio. Mentre quelli che non hanno la bomba devono stare seduti e attendere per il prossimo ‘intervento umanitario’. Che ci piaccia o no, l'interferenza straniera spinge a questo ragionamento”. [9]

Ancora, il ricercatore David Morrison: “Se l'Iraq avesse avuto le armi nucleare, gli Usa e il Regno Unito non avrebbero invaso nel marzo 2003, e centinaia di migliaia di iracheni di conseguenza non sarebbero morti”. [9]

Nel 2010, il generale Kelvin P. Chilton, al tempo a capo del Comando Strategico Usa, ricordò che “Nel corso dei 65 anni di storia delle armi atomiche, nessuna potenza nucleare è mai stata conquistata o nemmeno ha rischiato di esserlo”. [10]

Così il diplomatico nordcoreano Yongho Thae: “Cosa è successo alla Libia? Quando Gheddafi voleva migliorare le relazioni con gli Usa e il Regno Unito, gli imperialisti dissero che per attirare investimenti internazionali avrebbe dovuto rinunciare al suo programma di armamenti. Lo stesso Gheddafi disse che ci avrebbe visitato per convincerci ad abbandonare il programma nucleare. Ma una volta che la Libia smantellò tutti i suoi programmi nucleari, e questo venne confermato dalle intelligence occidentali, cambiò anche la musica”. [11]

La storia: una guerra permanente

Non c'è qui lo spazio per approfondire la storia della Corea e delle continue aggressioni e guerre che ha dovuto subire e che ne hanno segnato profondamente l'identità.

Basti ricordare il periodo del colonialismo giapponese (nel 1910 la Corea venne formalmente annessa all'Impero), caratterizzato da brutalità e razzismo estremi, che arrivò ad esempio a sradicare l'alfabeto coreano, instaurare uno stato di polizia, schiavizzare un'intera popolazione, gli uomini per lavori forzati ed esperimenti scientifici e le donne spedite al fronte come “unità di sfogo” per i soldati nipponici. [12]
Dopo la guerra, mentre nel nord furono i partigiani anti-giapponesi a prendere il controllo del territorio, nel sud furono i collaborazionisti locali, in gran parte proprietari terrieri e capitalisti, a costituire la base sociale di appoggio per gli Stati Uniti quando unilateralmente – in modo simile a quanto avvenne in Germania – dichiararono la costituzione di uno stato nel sud della penisola.

Mentre già nel dicembre 1948 le truppe sovietiche avevano abbandonato la Corea, le truppe statunitensi rimasero nel sud dove imposero un regime reazionario e tuttora mantengono circa 30.000 uomini, oltre al controllo assoluto dell'esercito sudcoreano in caso di conflitto.

Durante la guerra del 1950-53, la coalizione Usa, in cui – come ricorda Fidel Castro – parteciparono quasi venti Paesi tra cui l'Etiopia di Hailè Selassiè (in cui vigeva ancora la schiavitù) e il Sudafrica (governato dai razzisti bianchi), [13] effettuò sulla Corea del Nord ben 1.050.000 missioni di bombardamento, e di queste l’85% colpirono le infrastrutture civili.

Scaricarono, solo nella città di Pyongyang più di 428.000 bombe [14]
Secondo l'Università dell'Indiana, furono lanciate oltre 15 milioni di bombe al napalm. [14]
Questo disse Che Guevara di ritorno dalla Corea nel 1961: “Fra i Paesi socialisti che abbiamo visitato personalmente, la Corea è uno dei più straordinari. Forse è quello che più ci ha impressionato rispetto agli altri. (...) è stata devastata a causa di una guerra così incredibilmente distruttiva che delle sue città non rimase nulla. (…) Essi mi hanno mostrato molte fabbriche, tutte ricostruite ed altre nuove, e ogni fabbrica aveva subìto fra 30 e 50mila bombe. (...) La Corea del Nord uscì dalla guerra senza nemmeno un’industria in piedi, perfino senza animali. (…) Possiamo dire che la Corea del Nord è un Paese che si è rialzato dalla morte”. [15]

Grazie al successivo intervento cinese e sovietico, gli Usa vennero respinti e la situazione si ristabilizzò intorno al 38° parallelo, creandosi una situazione di stallo che perdura ancora oggi (lo stato di guerra è ancora formalmente in corso).
Da allora, la politica degli Stati Uniti nella penisola è una sola, per dirla con le parole dell'ex ambasciatore Usa all'Onu Bolton: “La fine della Corea del Nord”. [16]

Conclusione

L'ex presidente Usa George Bush jr. ha definito la Corea del Nord “il Paese più sanzionato del mondo” [17]. Il che ha evidentemente provocato e continua a provocare enormi danni all'economia e fortemente limitato la possibilità di uno sviluppo più “rilassato” nel suo ordinamento interno.
Il motivo?

Lo spiega bene lo scrittore americano William Blum: Tutti gli esperimenti socialisti di qualche importanza nel ventesimo secolo sono stati - senza eccezione - o rovesciati, invasi, corrotti, distorti, sovvertiti, destabilizzati, oppure è stato loro resa impossibile la vita, dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. A nessun governo o movimento socialista - dalla Rivoluzione Russa ai Sandinisti in Nicaragua, dalla Cina comunista all'FMLN in El Salvador - fu permesso di svilupparsi o di cadere solo per i propri meriti; a nessuno fu permesso di sentirsi così sicuro da abbassare la guardia contro l'onnipotente nemico esterno e rilassare completamente il controllo a casa propria. È come se i primi esperimenti dei fratelli Wright fossero tutti falliti perché le industrie automobilistiche sabotavano ogni esperimento di volo; e poi la gente del mondo buona e timorata di dio avesse guardato a quelle disfatte, annuito con sufficienza, e declamato solennemente: ‘l'umanità non potrà mai volare!’ [18].

Non si tratta quindi di appoggiare acriticamente la Corea del Nord o di nasconderne le evidenti distorsioni e gli errori. Anzi, da comunisti la critica va fatta apertamente e con franchezza.
Si tratta però di denunciare le falsità della stampa imperialista, di individuare lucidamente chi è l'aggressore e chi l'aggredito, di rilanciare nel nostro Paese la lotta per la pace e contro la Nato e di non avere paura di difendere il diritto della Corea del Nord – come di ogni altro Paese – a sviluppare senza pressioni e minacce il progetto – ambizioso, complesso e non lineare - di costruzione di una società alternativa al capitalismo.

Note

  1. “S. Korea, US begins largest-ever joint military drills,” KBS World, 5 marzo 2017
  2. “THAAD, ‘decapitation’ raid add to allies’ new drills,” The Korea Herald, March 13, 2017.
  3. “40 bufale sulla Corea del Nord”, VoxKomm
  4. Pietro Secchia, “I crociati della menzogna”, Rinascita 1950
  5. Bruce Cumings, Korea’s Place in the Sun: A Modern History, W.W. Norton & Company, 2005
  6. “Why UN Sanctions against Noth Korea are wrong”, Stephen Gowans, 7 marzo 2016.
  7. “Gone are the days of US nuclear blackmail,” Rodong Sinmun, February 22, 2013
  8. “Washington considers military action against North Korea to force regime change”, Stephen Gowans, 7 marzo 2017.
  9. Citato in David Morrison, “Britain’s ‘dependent’ nuclear deterrent”
  10. Walter Pincus, “As missions are added, Stratcom commander keeps focus on deterrence,” The Washington Post, March 30, 2010.
  11. Yongho Thae, Minister of the Embassy of the Democratic People’s Republic of Korea in London, “Understanding and defending North Korea,” Invent the Future, November 15, 2013.
  12. "Understanding North Korea", Stephen Gowans, 2007.
  13. "Le Riflessioni di Fidel: Le Due Coree".
  14. "Crimini di guerra ancora da giudicare", Roding Simnum, novembre 2002.
  15. "Che Guevara parla della Corea Socialista", 1961.
  16. “Absent from the Korea Talks: Bush’s Hard-Liner,” The New York Times, September 2, 2003.
  17. The New York Times, 6 luglio 2008.
  18. "Vilifying the victim", Stephen Gowans, 2009.

25/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: history.com

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L'Autore

Francesco Delledonne

Responsabile relazioni internazionali Fronte Popolare

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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