Crisi economica, sanitaria e repressione: il caso della Francia

In Francia, in una nuova caccia alle streghe, stanno aumentando e consolidandosi misure repressive che minano pesantemente la possibilità di manifestare il dissenso, e prendendo di mira in particolare le università aggrediscono la libertà di ricerca e insegnamento.


Crisi economica, sanitaria e repressione: il caso della Francia

La crisi economica acuita dalla pandemia rende necessarie misure repressive in tutti i paesi da essa toccati.

In Italia, per esempio, la legge di bilancio 2021 aumenta il numero dei posti a disposizione nei prossimi anni per le assunzioni nella polizia di Stato, penitenziaria, guardia di finanza e carabinieri (4.535 nuovi posti in organico), anche se in Europa siamo il paese più dotato di forze dell’ordine rispetto agli altri.

Passando a quanto sta accadendo in Francia, ci sono due cose da mettere in evidenza. La prima riguarda la legge di sicurezza globale, approvata dalla Camera e in attesa di passare al vaglio del Senato, il cui articolo 24 proibisce, senza il permesso governativo, di mostrare con video e foto i volti dei poliziotti all’opera, anche se si è sostenuto che questa proibizione non inciderà sulla libera informazione.  Questa limitazione colpirà soprattutto la stampa politica e alternativa. La seconda questione riguarda la legge di programmazione pluriennale della ricerca, i cui contenuti sono stati criticati da larga parte del mondo accademico, dai sindacati, dai membri dei centri di ricerca, i quali hanno sottolineato come questa misura non fa che accentuare “la degradazione generale dello stato delle libertà accademiche e del diritto di studiare in Francia”. Di questo tema parlerò più avanti. 

Il 28 novembre più di 300mila persone, in gran parte giovani e studenti, sono scese in piazza in molte città della Francia contro la legge di sicurezza globale, manifestando la loro opposizione alla politica liberticida di Emanuel Macron.

Si è trattato di una mobilitazione massiccia che non è stata impedita dalla difficile situazione sanitaria e che rappresenta un momento importante nella prospettiva della creazione di un movimento di massa, purtroppo inesistente in Italia, il quale intende opporsi apertamente all’offensiva autoritaria portata avanti dal governo in carica. Probabilmente la manifestazione ha significato un salto di qualità nella lotta contro le misure liberticide e razziste di Macron, il quale tenta di giustificarle strumentalizzando quanto è avvenuto nello scorso mese di ottobre in città come Conflans-Sainte Honorine, Nizza, dove cittadini inermi sono stati uccisi da supposti islamisti radicali, sui quali ha probabilmente fatto presa la propaganda antifrancese del leader turco Erdogan. 

Un’altra giustificazione è rappresentata dalla supposta necessità di difendere la polizia da possibili attacchi e prevede che – come si è già detto – chi, durante una manifestazione, si metta a filmare il comportamento dei poliziotti, rischia di essere arrestato e processato.

Ovviamente la protesta è stata rafforzata e alimentata dall’aggressione violenta a opera della polizia nei confronti del produttore musicale nero Michel Zecler nei pressi della sua abitazione; i poliziotti, che sono stati sospesi per la riprovazione suscitata dal loro comportamento, hanno sostenuto che Zecler non indossava la mascherina protettiva ora obbligatoria come in Italia. Il video dell’accaduto è circolato sui social ed è stato visto da milioni di persone, che si sono infuriate di fronte a questo episodio costituente una ripetizione di quanto già avvenuto in passato. Anche in Francia, infatti, come negli Stati Uniti e in altri paesi europei, sono messi sotto accusa gli abusi e le violenze della polizia nei confronti delle minoranze etniche, presenti in maniera consistente in quel paese a causa del suo lungo passato coloniale e del fenomeno migratorio. È noto che il corpo di polizia francese è costituito soprattutto da bianchi e che nel corso degli anni ha accentuato le sue pratiche violente, prendendosela in maniera esagerata e continua con individui di origine nordafricana e di fede islamica.  Dinanzi a queste accuse i sindacati dei poliziotti hanno reagito, rifiutando ogni ipotesi di cambiamento e di riforma, anzi difendendo la sostanziale impunità dei loro appartenenti.

In un primo momento, in questo clima di incertezza e di instabilità, la manifestazione era stata proibita, ma alla fine il Tribunale amministrativo di Parigi l’ha autorizzata in seguito alle pressioni della popolazione e dell’opinione pubblica.

Dinanzi all’imponenza delle proteste, Macron, che sta governando il paese con l’aiuto di un Consiglio di Difesa e a colpi di decreti, si è dichiarato disposto a fare un passo indietro, che consisterebbe nel riscrivere il famigerato articolo 24, il quale sarebbe stato mal interpretato. Appare chiaro, tuttavia, che coloro che hanno manifestato non si possono accontentare della semplice riscrittura dell’articolo 24, perché nella sostanza non cambierebbe nulla e inoltre altri articoli prevedono ulteriori misure repressive come l’utilizzazione di droni per sorvegliare i cittadini e il permesso ai poliziotti di portare armi anche nell’ambito privato. Pertanto, sembra ragionevole che il movimento di protesta, alimentato anche dal dover fronteggiare una crisi economica e sanitaria esplosive, non potrà che chiedere con forza il ritiro della legge sulla sicurezza globale nella sua interezza, senza nessun mercanteggiamento.

Purtroppo, la repressione in Francia e non solo assume anche altri aspetti presenti, in particolare, nella legge sulla programmazione pluriennale della ricerca, con la quale si vorrebbe far risorgere il sapere, incentivare i giovani a lavorare come ricercatori, espandere le conoscenze nella società. Infatti, nonostante l’opposizione della comunità scientifica e universitaria, il 20 ottobre il Senato ha approvato la legge, suscitando ancora proteste e manifestazioni per esempio dinanzi alla Sorbona. Ma cosa contiene di così negativo questa legge approvata a maggioranza assoluta e decisamente rigettata da France insoumise? Secondo un anziano ricercatore francese, che sottolinea il progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro in questo ambito, si tratta di una vera e propria pugnalata alle spalle.

In primo luogo, secondo la tendenza generale, precarizza ancora di più i docenti favorendo l’ampliamento dei contratti a progetto, prevede assunzioni di maîtres de conférences non qualificati, perché non valutati dal Consiglio nazionale universitario, organismo centrale del sistema dell’educazione superiore, incentivando così il localismo e il nepotismo, che quindi non sono vizi esclusivi delle università italiane. Inoltre, l’attribuzione dei fondi, agitata dal ministro Fréderique Vidal, non compensa i tagli degli ultimi decenni. Queste misure indeboliscono ulteriormente la funzione sociale dell’università nella formazione dei giovani e non garantiscono la libertà di ricerca e d’insegnamento. 

Dinanzi a queste decisioni il Consiglio nazionale universitario ha stigmatizzato la svalutazione del suo ruolo di garante della funzione unitaria dell’università, gli studenti sono insorti e hanno cominciato a mobilitarsi e organizzarsi per manifestare il loro totale dissenso.

Come se tutto ciò non bastasse, in linea con la legge di sicurezza globale e senza ascoltare docenti e studenti, la legge stabilisce che chi sovvertirà l’ordine e la tranquillità della vita universitaria, per esempio interrompendo una lezione perché non ne condivide i contenuti, occupando le facoltà per manifestare la propria opposizione alle politiche ministeriali o dell’ateneo, sarà punito: dovrà pagare 45.000 euro di sanzione e potrà essere condannato a tre anni di carcere.

Non abbiamo finito, c’è ancora un altro aspetto delle nuove forme di repressione da trattare. Due deputati del partito gaullista conservatore hanno chiesto all’Assemblea nazionale di istituire una commissione che dovrebbe indagare sulle “derive intellettuali e ideologiche negli ambienti universitari”, identificate con quello che viene da loro definito islamogauchisme. [1] Si tratterebbe del sostegno culturale che docenti e studenti di sinistra darebbero al cosiddetto radicalismo islamico; atteggiamento che farebbe delle università il crogiolo ideologico del jihadismo. Insomma, si vuole innescare una nuova caccia alle streghe che ora accomuna islamici e intellettuali di sinistra, i quali pertanto si trovano a essere criminalizzati a priori.

In realtà, non si tratta di una cosa nuova perché sin dal 2015 nelle università britanniche è in vigore il Programma Prevent, il cui scopo è quello di monitorare docenti e studenti (si punta il dito sui radicali islamici ma di fatto tutti sono sottoposti al controllo) per prevenire la formazione di gruppi radicali.

Concludendo, ci chiediamo come si fa a parlare di libertà di ricerca e di insegnamento, principio fondante della civiltà europea, e allo stesso tempo prendere provvedimenti di questa natura? 

Note:

[1] A questo presunto movimento è dedicata anche una voce di Wikipedia.

05/12/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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