Cuba protagonista del processo di decolonizzazione in Africa – Seconda parte

Il contributo di Cuba all’emancipazione dei paesi dell’Africa australe e alla fine dell’Apartheid


Cuba protagonista del processo di decolonizzazione in Africa – Seconda parte Credits: https://www.flickr.com/photos/austin80s/

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Secondo un canovaccio, utilizzato anche oggi nelle guerre in Siria, in Libia e in Iraq, paventando che il governo della colonia liberata sarebbe finito nelle mani del marxista Neto, supportato dall’Unione Sovietica, gli Stati Uniti e altre potenze europee dettero il loro sostegno agli altri movimenti di liberazione di carattere più moderato. Ciò fu possibile grazie all’intervento di Mobuto, che inviò le sue truppe a occupare dal nord l’Angola, paese ricco di petrolio, diamanti, uranio; e grazie alla collaborazione del Sud Africa, che attraversando la Namibia, invase il paese da sud. In questa difficile situazione Neto si vide costretto a chiedere formalmente l’aiuto militare cubano e Fidel Castro, senza consultarsi con i sovietici, mandò 35.000 soldati equipaggiati di artiglieria pesante e di carri armati.

Mostrando quali erano i veri interessi degli occupanti, questi in parte si diressero verso Cabinda, la regione dell’Angola più ricca di petrolio, il cui sfruttamento stava già nelle mani di società statunitensi, ma non riuscirono a conquistarla. Al contempo, i guerriglieri del MPLA con l’aiuto dei soldati cubani bloccarono gli invasori che si stavano dirigendo verso Luanda, la capitale del paese, fermando anche l’esercito sudafricano in prossimità del fiume Kebe. Naturalmente a fianco degli invasori combattevano i soldati degli altri movimenti indipendentisti, compreso il FLEC, che tutt’ora opera per sciogliere i legami di Cabinda con l’Angola. Queste vittorie consentirono a Neto di dichiarare nel novembre del 1975 l’indipendenza del paese.

Ciò nonostante Cabinda stava sempre sotto la mira degli invasori e degli oppositori di Neto, i cubani mandarono pertanto altri soldati, materiale bellico e carri armati. Nel frattempo l’esercito sudafricano non aveva desistito dal conquistare Luanda, ma un battaglione motorizzato di fanteria cubano fu deviato in direzione della capitale del paese e dette un apporto decisivo ad una significativa sconfitta del Sud Africa. Tuttavia, quest’ultimo teneva ancora sotto il suo controllo circa la metà del paese.

Le potenze occidentali auspicavano un accordo tra i vari movimenti di liberazione in lotta (FNLA, UNITA e MPLA) e sollecitarono l’Organizzazione per l’unità africana a pretendere il ritiro di tutti gli eserciti stranieri e la formazione di un governo di coalizione, in cui il Portogallo avrebbe mantenuto un ruolo importante. Nonostante tale decisione la guerra continuò per circa trent’anni – terminò nel 2002 – opponendo le varie fazioni sostenute le prime dalle potenze occidentali (in particolare dagli Stati Uniti) e il secondo dall’Unione Sovietica, da Cuba e dalla Germania democratica. Ma la guerra continuò con l’arrivo da Londra di centinaia di mercenari europei e di veterani statunitensi di pelle nera.

Nel 1978 l’ONU decise all’unanimità che il Sud Africa abbandonasse la Namibia, dove il movimento di liberazione di questo paese (SWAPO) stava opponendosi con forza all’occupazione.

Sia negli Stati Uniti che in Unione Sovietica si formarono fazioni politiche che avevano idee diverse sul grado di coinvolgimento dei due paesi nelle guerre civili africane; in particolare, alcuni dirigenti statunitensi erano favorevoli ad un appoggio che rimanesse segreto per non danneggiare l’immagine internazionale del paese. Tuttavia, nel 1986 il cristiano Jonas Savimbi, capo dell’UNITA fu ricevuto a Washington da Ronald Reagan, il quale gli promise aiuti militari e finanziari per sostenerlo nella guerra contro l’espansione del comunismo in Africa. Grazie a tale supporto, a quello del Sud Africa e della Cina, Savimbi continuò a combattere contro il governo del MPLA, sostenuto dall’Unione Sovietica e da Cuba. Questa fase della guerra civile si concluse con la durissima battaglia di Cuito Cuanavale, nel sud-est del paese, durata sei mesi (1987-1988), che vide il sanguinoso scontro tra i cubani e le Forze armate per la liberazione dell’Angola da un lato, e dall’altro l’esercito sudafricano e i soldati dell’UNITA. L’esito di tale battaglia fu decisivo, perché determinò anche la liberazione della Namibia e dette un grave colpo al regime sudafricano dell’apartheid definitivamente abolita nel 1991. Nel dicembre del 1988 si arrivò a un accordo tra le parti in lotta e gradualmente i 450.000 soldati cubani, che avevano collaborato alla liberazione di questa parte del continente africano, tornarono in patria, lasciando circa 2.000 morti. Come scrive Gleijeses, riportando le parole di Mandela: <<La battaglia di Cuito Cuanavale costituì una svolta nel processo di liberazione del nostro continente e del mio popolo dal flagello dell’apartheid>>.

Anche se in misura minore, Cuba non fece mancare il suo aiuto ad altri paesi africani come l’Algeria, il Mozambico e l’Etiopia; anche in questo caso, nello scenario della guerra fredda, le parti in lotta ricevettero l’appoggio di varie potenze, in un intreccio di alleanze non sempre di facile lettura.

Concludendo questa rapida e incompleta ricostruzione, dobbiamo chiederci che cosa è rimasto di tutto ciò nell’Africa contemporanea e purtroppo dobbiamo rispondere con le parole dell’attuale presidente del Sud Africa Jacob Zuma. In un’intervista a RT questi ha dichiarato che Washington, Londra e Parigi condizionano ancora l’operato dei governi africani, che l’Occidente non è affatto interessato allo sviluppo del continente e continua incontrastato la sua politica di accaparramento delle risorse. Egli si mostra fiducioso, invece, nei confronti della Cina, la quale a suo dire sta da circa 10 anni facendo investimenti in infrastrutture in Africa su di un piano paritario e preparando studenti africani [8].

Quanto al Sud Africa c’è chi, come il noto giornalista australiano John Pilger, parla di un vero e proprio tradimento delle promesse fatte da Mandela all’abbattimento dell’apartheid, che sarebbe stata sostituita dall’apartheid economica con la complicità di una emergente classe media nera e dei dirigenti dell’ANC. Ma ovviamente la storia non finisce qui.

07/01/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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