Da ovest a est grande fermento in centro Africa

Viaggio in Burkina Faso e nella Repubblica di Gibuti, due nazioni ex-colonie francesi, tra attentati e massacri.


Da ovest a est grande fermento in centro Africa Credits: foto di Helge Fahrnberger (www.helge.at)

Viaggio in Burkina Faso e nella Repubblica di Gibuti, due nazioni ex-colonie francesi, tra attentati e massacri, un incerto futuro sotto il cielo dell’imperialismo. Un percorso tra economie fragili, popolazioni multietniche e lotta per la democrazia.

di Guido Capizzi

OUAGADOUGOU (Burkina Faso) e GIBUTI (Repubblica di Gibuti). Il continente del cuore, l’Africa, subisce l’onda di turbolenze e fermenti. Il centro Africa, da occidente a oriente, vive nel caos della povertà e nel furore delle armi. Siamo nel Burkina Faso, già Repubblica dell’Alto Volta, a ovest, nella sua capitale che qui abbreviano in Ouaga, un milione e mezzo dei 17 milioni e 400 mila abitanti dell’intera nazione priva di sbocchi al mare, indipendente dalla Francia dal 1960. In questa terra degli uomini integri, come la definì all’atto della sua costituzione nel 1984 il rivoluzionario presidente Thomas Sankara, detto il Che Guevara d’Africa, l’economia è finanziata dagli aiuti internazionali, ovvero può essere preda delle mire imperialiste. Il 50% della popolazione è islamica, il 30% è cristiana e il 20% è composta da animisti.

Qui una settimana fa un attentato integralista spinge il popolo a dire che bisogna "affrontare le cause profonde che rendono possibile questi atti inqualificabili". La repubblica del Burkina Faso è stata colpita da un atto spregevole di violenza al centro della capitale Ouagadougou, in un ristorante e due alberghi. Ho parlato con un compagno del PCF che ha sottolineato l’espressione della sua solidarietà alle famiglie delle vittime e con il popolo del Burkina Faso.

L'attacco è stato rivendicato da Al-Qaida nel Maghreb islamico, di cui uno degli obiettivi sarebbe quello di estendere l’area di azione nel Sahel. Burkina Faso è stato preso di mira anche per la sua situazione potenzialmente fragile. L'attacco è avvenuto con il governo e la nuova Assemblea nazionale appena installati sulla scia di rivolte post-elettorali, con il popolo del Burkina Faso che è riuscito a contrastare un tentativo di colpo di stato. Non va dimenticato che tempo fa l'ex presidente Blaise Compaore rappresentava la destabilizzazione in Africa occidentale, strategica per molti problemi di traffico e collegamenti con le reti della criminalità organizzata e l'oscurantismo nel Sahel. Ecco perché al di là delle risposte di sicurezza e di giustizia è indispensabile sapere chi c'è dietro i terroristi e aggiornare la complicità e gli obiettivi di alcuni gruppi nei paesi vicini, per poter i affrontare alla radice le cause che consentono questi atti inqualificabili.

Ci spostiamo a est nella Repubblica di Gibuti, bagnata dal Mar Rosso. 800 mila abitanti, di cui 600 mila nella capitale. Qui c’è multietnicità, prevalgono i Somali e gli Afar, il 94% sono gli islamici e il 6% i cristiani. Gibuti è indipendente dalla Francia dal 1977 ed è una zona strategica del Corno d’Africa. Qui il 7% del PIL va alla sanità, la povertà è diffusa e il 50% della popolazione è senza lavoro. Insomma, anche da questa parte d’Africa ci troviamo tra le prede dell’imperialismo. Il compagno del PCF che m’accompagna sostiene l’esigenza di un'indagine internazionale sulle uccisioni del 21 dicembre 2015, quando le forze del dittatore Guelleh commisero un massacro nel distretto di Buldhuqo, sobborgo della capitale, mentre era in corso una cerimonia tradizionale. La polizia ha attaccato una riunione dei leader della USN, una coalizione di sette partiti di opposizione, causando gravi lesioni al suo presidente Ahmed Yusuf, all'ex ministro Hamoud Abdi e uccidendo una ventina di persone.

Questo assalto contro i civili, il peggiore dalla strage di 59 Arhiba nel 1991, è parte di una logica di caos e repressione. Tra ottobre e dicembre 2015 oltre 300 persone sono state arbitrariamente arrestate: politici della USN, attivisti e cittadini accusati di complicità con il FRUD, Fronte per il ripristino dell'unità e della democrazia.

Dopo il 21 dicembre alcuni dirigenti della USN sono stati arrestati, tra cui il segretario generale dell'organizzazione ed ex ministro Hamoud Abdi Souldan. Il Presidente della LDDH Omar Ali Ewado che ha ventilato la lista delle persone uccise, ferite o mancanti, è stato a sua volta arrestato e incarcerato per "diffusione di notizie false". Questa repressione di fronte al Paese è indicativo di una grave crisi del regime, di fronte a proteste diffuse. I civili, anche in questi giorni, sono regolarmente presi di mira, privandoli dell'accesso alle fonti d'acqua in alcune zone. Una sorta di punizione per la loro presunta complicità con il FRUD o la USN. Il terrore mira senza dubbio a impedire qualsiasi alternativa democratica, alla vigilia delle elezioni presidenziali previste per il prossimo aprile. Il dittatore Guelleh vuole ottenere con la forza il quarto mandato.

22/01/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: foto di Helge Fahrnberger (www.helge.at)

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L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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