Dal 2030 il mondo sarà meraviglioso secondo l’Agenda Onu

Il mondo prospettato dall’Agenda dell’Onu 2030 prefigura un mondo veramente realizzabile?


Dal 2030 il mondo sarà meraviglioso secondo l’Agenda Onu

Il clima farsesco e grottesco in cui stiamo vivendo non mi suggerisce un incipit serioso, ma accende in me il ricordo di un vecchio film con Aldo Fabrizi nel quale si cantava “È Pasqua, è Pasqua, noi siamo tutti buoni, l’autore, il regista, il pubblico e Carloni”. In effetti, è proprio così: finita la pandemia grazie ai vaccini (?), abbiamo imparato e ci avviamo verso la costruzione di un mondo sostenibile, privo di povertà, di conflitti, solidale, affratellato, carico di comprensione per tutti. È questo il mondo che ci aspetta e che viene dettagliatamente descritto nell’Agenda Onu 2030, alquanto carente tuttavia riguardo ai mezzi, agli strumenti con i quali potremmo renderlo concreto. Essa così si autodefinisce: l’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile. Un piano d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, sottoscritto il 25 settembre 2015 da 193 paesi delle Nazioni unite, tra cui l’Italia, per condividere l’impegno a garantire un presente e un futuro migliore al nostro pianeta e alle persone che lo abitano. Essa si propone il raggiungimento entro il 2030 di 17 obiettivi tra loro interconnessi.

Vale la pena citarli, anche perché richiamano alla mente le famose 17 contraddizioni individuate da David Harvey nel Capitale, solo cancellando le quali sarebbe possibile e con fatica realizzare i fatidici obiettivi. Una coincidenza? vedremo. Vale la pena menzionarli. 1) sconfiggere la povertà (mi pare dovesse esser già stato fatto entro il 2020); 2) sconfiggere la fame (idem); 3) salute e benessere (si è visto quanto sono stati importanti nell’attuale fase pandemica in cui 10 Stati detengono l’80% delle dosi vaccinali); 4) istruzione di qualità, trasformando però l’educazione in merce; 5) parità di genere (ottimo conflitto verso cui scaricare le tensioni scaturenti da tutti gli altri); 6) acqua pulita e servizi igienico-sanitari (mantenendo di acqua in mano alle transnazionali); 7) energia pulita e accessibile (la transizione ecologica sempre altamente inquinante); 8) lavoro dignitoso e crescita economica (magari distruggendo qualche altro diritto); 9) imprese, innovazione e infrastrutture (a vantaggio di chi?); 10) ridurre le disuguaglianze (che però crescono a dismisura); 11) città e comunità (ormai meri agglomerati invivibili); 12) consumo e produzione responsabili (senza pianificazione?); 13) lotta al cambiamento climatico (già oggi sappiamo che se ne parla al 2050); 14) vita sott’acqua; 15) vita sulla terra (l’agronegozio?); 16) pace, giustizia e istituzioni solide (costruendo qualche sottomarino nucleare e violando ogni giorno il diritto internazionale?); 17) partnership per gli obiettivi (avvantaggiando i privati con i soldi degli Stati).

Proprio in questi giorni si sta svolgendo in Scozia Cop 26 (conferenza Onu per il cambio climatico), tema che costituisce il punto 13 della summenzionata agenda. Come scrive Michael Roberts, oggi ci stiamo incamminando verso un mondo almeno 2,7 C° più caldo alla fine del secolo, e ciò se solo gli Stati rispetteranno gli impegni già presi, ma di fatto sono molto lontani da questi obiettivi. Come ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, i governi si trovano a una distanza di anni luce dalla realizzazione di questi obiettivi. Infatti, la maggioranza dei grandi produttori di petrolio e di gas prevedono di aumentarne la produzione fino al 2030, quelli del carbone hanno in mente lo stesso progetto.

Naturalmente tutti questi bei progetti richiedono cospicui investimenti e l’agenda Onu prevede da parte dei paesi ricchi i cosiddetti Aps (aiuti allo sviluppo), la cui entità varia a seconda del livello di sviluppo del paese aiutato. Questi aiuti mi sembrano ben poca cosa, e inoltre dal 2017 sono notevolmente diminuiti. Secondo l’Agenda essi dovrebbero raggiungere lo 0,7% del Pil di ciascuno Stato donatore, traguardo raramente raggiunto. E d’altra parte di che meravigliarci se la recente tassa imposta sulla carta alle multinazionali è del 15% e come ha fatto notare Giulio Tremonti in Olanda, paese frugale e paradiso fiscale, esse hanno finora pagato solo il 12,5%? Un incremento ridicolo.  

Sono queste osservazioni importanti, ma forse vale la pena analizzare almeno una delle contraddizioni individuate da Harvey, per tentare di comprendere se solo la soluzione di una di queste ci può far fare dei passi avanti verso il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi dell’Agenda Onu. Naturalmente nel caso contrario l’Agenda Onu sarebbe frutto di pura demagogia costruita per infondere un ottimismo tanto fumoso quanto effimero.

Nel suo ottimo libro (Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Introduzione, Milano 2014), comincia col definire cosa è una contraddizione in senso dialettico, sostenendo che essa si produce quando in un certo contesto ci sono due forze apparentemente opposte in conflitto tra loro. Tra queste due forze si sviluppa una tensione, come nel caso da tutti sperimentato del possibile conflitto tra le nostre esigenze lavorative e quelle familiari. Quando tale tensione diventa acuta, si può generare una crisi di varia portata, che potrebbe far saltar in aria lo stesso contesto con conseguenze devastanti per i suoi attori. L’altro aspetto importante di questo tipo di contraddizione è che essa è gravida di potenzialità, dalle quali potrebbero emergere soluzioni di diverso tipo. Ciò significa dunque che la storia non è mai scritta né determinata e che il suo cammino dipende dallo scontro tra le tensioni e dalla nostra capacità di indirizzarle in una direzione o in un’altra.

Successivamente il marxista britannico individua altre sei contraddizioni fondamentali, perché senza di esse non potrebbe esistere il capitale, sette contraddizioni cambianti e tre pericolose.

Soffermiamoci solo sulla prima, quella tra valore d’uso e valore di scambio, che si manifesta con l’apparizione della merce, perché laddove era dominante il valore d’uso che si otteneva tramite il baratto, vi erano solo prodotti e non merci. L’esempio su cui Harvey si sofferma e che è stato oggetto di altre sue indagini è quello delle abitazioni, le quali non sono costituiscono in sé un valore d’uso, ma anche un diritto umano riconosciuto e largamente negato (si pensi che negli Stati Uniti circa 4 milioni di persone sono state sfrattate in seguito alla crisi del 2007-2008).

Nel mondo capitalista avanzato, nonostante le abitazioni costituiscano un diritto e un valore d’uso, sono prodotte sostanzialmente a scopo speculativo come merci per essere vendute a chi è in grado di pagarle. Il valore di scambio non comprende solo i costi per la costruzione degli edifici (materie prime e lavoro), ma include anche il prezzo dei terreni, di solito di proprietà privata, il guadagno che va al costruttore che anticipa il capitale e paga anche gli interessi se deve aver chiesto prestiti. Sono tutti questi elementi, che ci appaiono naturali, che fanno arrivare i prezzi delle case a livelli tali che ne impediscono l’acquisizione a larghe fasce della popolazione. Ovviamente questo ragionamento può essere esteso a tutto ciò che offre il mercato ma che proprio per queste dinamiche non è accessibile a tutti.

Dagli anni Settanta si è imposta la convinzione neoliberale, secondo cui non spetta più allo Stato di fornire beni alla popolazione quali abitazione, servizio sanitario, educazione, trasporto etc. permettendo l’introduzione del capitale privato e la sua valorizzazione (tra l’altro l’Italia viene solo dopo la Gran Bretagna per l’imponenza delle privatizzazioni). Aggiunge Harvey che la questione della casa costituisce un esempio perfetto di come la differenza nel mercato tra il valore d’uso e quello di scambio si può trasformare in un’opposizione e un antagonismo fino al punto da condurci a una contraddizione assoluta e a una crisi in tutto il sistema finanziario ed economico. A suo parere questa crisi, da cui non si è ancora usciti, riguarda il valore di scambio, il quale a causa delle dinamiche della sua formazione, di fatto impedisce alla gente l’accesso a un valore d’uso fondamentale come l’abitazione e a un diritto formalmente riconosciuto.

Se le cose stanno effettivamente così e senza ampliare il ragionamento, l’Agenda dell’Onu costituisce solo un cartello di carte costruito sopra la totale ignoranza o negazione delle gravissime contraddizioni del capitale, nelle quali certamente si concretano i 17 obiettivi in queste condizioni irraggiungibili proposti per la creazione di un mondo sostenibile.

13/11/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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