Estirpatori di oggi, estirpatori di ieri - parte II

È ragionevole e sensato esprimere orrore e raccapriccio per la distruzione di significativi monumenti del passato da parte dell'Isis, senza interrogarsi sulla storia della civiltà euro-americana che è stata punteggiata da delitti analoghi, compiuti addirittura a più vasto raggio?


Estirpatori di oggi, estirpatori di ieri - parte II Credits: @zak_says

È ragionevole e sensato esprimere orrore e raccapriccio per la distruzione di significativi monumenti del passato da parte dell'Isis, senza interrogarsi sulla storia della civiltà euro-americana che è stata punteggiata da delitti analoghi, compiuti addirittura a più vasto raggio? L'articolo cerca di rispondere a questa domanda, richiamandosi all’amara riflessione di Michel de Montaigne, che ha equiparato il cannibalismo amerindiano alla ferocia e violenza delle guerre di religione, che hanno insanguinato l'Europa dopo la scissione del mondo cristiano provocata dalla Riforma.

di Alessandra Ciattini

Segue da Estirpatori di oggi, estirpatori di ieri - parte I

Estirpazione dell'idolatria

I tribunali dell'Inquisizione vengono istituiti in Perù e in Messico rispettivamente nel 1570 e nel 1571, per combattere anche nel Nuovo Mondo – come era avvenuto nella penisola iberica - l'eresia nelle sue manifestazioni sia aperte che occulte. In particolare, quella messicana comincia a funzionare con uno spettacolare autodafé nel 1574. Prima dell'istituzione dell'Inquisizione era compito dei vescovi, cui era attribuito il ruolo di inquisitori, di perseguitare gli eretici, consegnandoli al braccio secolare per essere castigati, nel caso non si fossero pentiti. Vale la pena ricordare un caso celebre: il cacicco di Texcoco Carlos Ometochtzin che fu accusato e poi condannato al rogo nel 1539, per l'attivismo mostrato dal primo vescovo della Nuova Spagna il francescano Juan de Zumárraga nello scoprire e punire gli eretici e gli idolatri. Tale vicenda suscitò all'epoca molto scalpore per una serie di ragioni tra le quali la confisca dei beni del condannato, che diventavano di proprietà dell'inquisitore (il quale era dunque direttamente interessato all'esito del processo), e la riflessione sull'effettiva cristianizzazione degli indigeni. In effetti, dopo le distruzioni dei templi, degli oggetti rituali, la depredazione dei manufatti religiosi in oro e argento – di cui ci parlano sia i cronisti spagnoli che gli stessi autori indigeni [1] -, dopo la somministrazione del battesimo a migliaia di nativi americani, cominciava a venire alla luce con sempre maggiore evidenza che l'evangelizzazione era stata superficiale e che i nuovi sudditi continuavano le loro pratiche, conservavano con rispetto i loro idoli, e addirittura mescolavano forme rituali cristiane con “abominevoli” liturgie tradizionali. Insomma, gli stessi missionari scoprirono che l'incontro e lo scontro tra la fede cristiana e le religioni tradizionali aveva dato vita in molti casi al sincretismo religioso, il quale aveva permesso la sopravvivenza, sia pure in forma alterata e transculturata, di queste ultime.

È proprio in seguito a questa presa di atto che viene costituita un'altra istituzione, parallela all'Inquisizione, ma le cui “cure” sarebbero state rivolte esclusivamente ai nativi, i quali più che eretici vengono ora considerati neofiti, e quindi più inclini alla cattiva interpretazione del messaggio evangelico. Sto facendo riferimento a quella che Pierre Duviols (La lutte contre les religions autochtones dans le Pérou colonial. L'extirpation de l'idolâtrie entre 1532 et 1660, Toulouse 2008), uno studioso francese che si è occupato in maniera profonda e dettagliata dell'attività evangelizzatrice svolta in epoca coloniale nel vicereame del Perù, chiama la “figlia bastarda dell'Inquisizione”, ossia l'estirpazione dell'idolatria, praticata sin dalla conquista, ma istituzionalizzata nel XVII secolo in quelle regioni in cui la presenza indigena era ancora consistente.

Ma in cosa consisteva questa istituzione? Quali erano le sue modalità operative? In primo luogo, possiamo dire che al centro del suo interesse stava l'idolatria, intesa come una forma perversa di culto, stimolata addirittura dall'azione del demonio, all'interno della quale veniva venerato e quindi considerato pari a Dio un oggetto inanimato (montagne, laghi etc.), un essere subumano o umano, un manufatto (si pensi al famoso vitello d'oro costruito dagli ebrei nella Bibbia); adottando tale pratica, nella prospettiva cattolica, i nativi americani scambiavano qualcosa che poteva funzionare tutt'al più come simbolo con la stessa dimensione sovrannaturale, mescolando così indebitamente la sfera celeste e quella terrena, e mostrando così la loro preferenza per una lettura immanentistica della relazione mondo / divinità.

Gli estirpatori organizzavano “visite” periodiche in quei territori dove, in seguito a denunce e confessioni spontanee o estorte, si aveva sentore della persistenza dell'idolatria, conducevano indagini, procedevano ad interrogatori ed utilizzavano la tortura e l'incarceramento per scoprire i colpevoli di tale nefando delitto. Naturalmente, una volta scoperti gli idoli e i parafernalia rituali, che magari venivano conservati in qualche luogo isolato, procedevano alla loro distruzione, organizzata pubblicamente in presenza delle autorità civili e religiose, soprattutto per mostrare l'impotenza delle divinità autoctone, che certamente non avrebbero potuto impedire il dispiegarsi dell'azione dei missionari.

L'estirpazione contemplava anche attività preventive come il concentramento di indigeni in appositi centri, in modo da poterli tenere sotto controllo, l'istituzione delle scuole per i figli dei cacicchi, che sarebbero stati così investiti del ruolo di messaggeri della buona novella tra i loro antichi sudditi, l'elaborazione di catechismi nelle lingue indigene in modo da superare le inevitabili barriere linguistiche e culturali. Accanto a tali pratiche distruttive, tuttavia, alcuni missionari adottarono anche un altro atteggiamento: si posero il problema di quali credenze e pratiche tradizionali potevano essere accettate e inserite nel contesto cristiano, dando avvio alla cosiddetta inculturazione della fede. Questa seconda strategia, molto discussa in seno alla Chiesa cattolica, non equipara le religioni autoctone al cristianesimo, giacché considera le prime tutt'al più depositarie dei “semi del verbo”, che debbono essere fecondati dall'incontro vivificante con il messaggio cristiano.

Come mostrano le imponenti rovine di siti archeologici dell'America Latina, il processo di estirpazione si concludeva con la costruzione di una Chiesa cattolica nel medesimo luogo dove erano stati venerati gli dei ancestrali; si pensi, per esempio, al famoso tempio del sole (Corichanca), situato al Cuzco (Perù) sopra il quale è stata costruita la solenne chiesa di San Domenico.

Si potrebbe osservare che tali pratiche estirpative appartengano al passato, e che assai diverso è il volto della Chiesa cattolica incarnato dal bonario papa Francesco. Ma di fatto non è così, giacché l'inculturazione della fede cattolica, da cui è scaturita la teologia india – una lettura del cattolicesimo attraverso la lente della dolorosa esperienza storica dei popoli amerindi –, incontra molte opposizioni e suscita la preoccupazione di eliminare gli elementi spuri che potrebbero contaminare i contenuti autentici della religione rivelata. Del resto, la contraddizione tra la pretesa di essere portatrice di un messaggio universale, i cui contenuti sono custoditi e trasmessi dal magistero che la stessa Chiesa cattolica si attribuisce, e il desiderio di aprirsi alle altre esperienze religiose, anche per ampliare e consolidare il proprio “gregge”, costituisce un elemento strutturale e costitutivo di questa istituzione millenaria.

Un esempio di tale contraddizione si palesa tra due diversi processi di canonizzazione: quello di Martino de Porres, deciso da Giovanni XXIII nel 1962, e quello di Junipero Serra, portato a termine dall'attuale papa, nel corso del suo ultimo viaggio negli Stati Uniti. Oltre ad essere il primo santo di colore della Chiesa cattolica, in quanto figlio di una ex-schiava africana, Martino si distingue per il suo stretto rapporto con le masse popolari, alla cura delle cui sofferenze si sarebbe sempre dedicato a cavallo tra il XVI e XVII secolo. Invece, Junipero, che operò come missionario nella Bassa California nel XVIII secolo, è considerato responsabile da molti storici e dagli stessi discendenti degli indigeni dello sterminio delle popolazioni native di quella regione, da lui sottomesse ad una evangelizzazione aggressiva e devastante. Grazie a tale attività, egli è annoverato tra i fondatori della nazione statunitense.

NOTE

[1] Al riguardo si può leggere il prezioso libro curato da M. L. Portilla, La memoria dei vinti, Milano 1962.

30/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: @zak_says

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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