I vecchi imperialismi dei paesi a capitalismo maturo vivono da tempo una fase di lento, ma inesorabile declino. In questi paesi il modo di produzione capitalistico non ha nulla altro di positivo da offrire. L’eccezionale sviluppo delle forze produttive, che ha garantito il capitalismo, è, da oltre mezzo secolo, entrato in contraddizione con rapporti di produzione e assetti proprietari ormai del tutto anacronistici, in quanto la loro natura privatistica non può che essere sempre più in contraddizione con la socializzazione e divisione internazionale del lavoro. In tale fase di putrescenza i paesi a capitalismo maturo sono costretti a mantenere il potere sia sul piano nazionale che internazionale sempre più con il monopolio della violenza legalizzata e sempre meno con la capacità di egemonia, cioè l’arte di dominare con in consenso dei subalterni. Così sul piano internazionale i paesi a capitalismo maturo non rispettano sempre più apertamente il diritto internazionale. Nella politica interna allo Stato liberaldemocratico si è sostituito dapprima il modello liberista e, ora, quello bonapartista regressivo.
Ciò significa una militarizzazione della società civile e, in particolare, della forza lavoro salariata. L’economia è ormai apertamente di guerra, improntata al keynesismo militare, anche perché la crisi di sovrapproduzione rende indispensabile la guerra per difendere i capitali sempre più investiti all’estero e distruggere capitali, merci e forza-lavoro sovrapprodotti. Naturalmente più si distruggono capitali, merci e forza-lavori degli altri e meglio è. Così i capitalismi maturi finanziano le guerre potenzialmente infinite di Israele, che sta infiammando l’intero Medio Oriente, la guerra degli ucraini contro i russi, la guerra civile in Sudan ecc. Nel momento in cui i propri proxy non sono più in grado di portare avanti la guerra da soli, ecco l’aggressione imperialistica diretta degli Usa all’Iran o la preparazione della nuova aggressione imperialista dell’Europa centro-occidentale all’Europa orientale, dopo l’invasione napoleonica e nazifascista della Russia.
Certo tale declino sta favorendo il sorgere sul piano internazionale di nuove potenze, in buona parte coordinatesi nei Brics+ ma presenti persino nella stessa Nato come la Turchia. Così, dopo che gli Stati Uniti e i suoi alleati erano diventati, a seguito della vittoria nella guerra fredda ai danni dell’Urss, l’unica grande potenza mondiale, ora non solo aumentano le contraddizioni interimperialistiche all’interno della stessa Nato e, in particolare, fra Usa e Unione europea, ma si sta creando uno scenario sempre più multilaterale con l’affermazione di potenze estranee all’occidente collettivo e ai suoi più stretti alleati. Tutto ciò è molto importante sul piano della lotta di classe a livello internazionale fra paesi imperialisti e paesi subalterni ai primi. Questi ultimi, infatti, possono oggi conquistarsi spazi di autonomia e indipendenza cercando di mantenere un equilibrio nei rapporti con le vecchie potenze imperialiste della Nato e le potenze emergenti in buona parte connesse nei Brics+.
D’altra parte, come era noto già a Tucidide, è evidente che una grande potenza in declino non accetterà mai di essere scalzata pacificamente da una nuova potenza in ascesa. Negli Stati Uniti tutto il dibattito è incentrato su quando inizierà la guerra diretta con la Repubblica popolare cinese e nell’Europa centro-occidentale su quando comincerà lo scontro sul campo con la Federazione russa.
D’altra parte, è del tutto poco plausibile che quest’ultima stia ferma ad attendere che i paesi dell’Europa centro-occidentale inizino, quando saranno pronti, una nuova aggressione imperialista ai suoi danni. La Russia al momento è decisamente superiore sul piano militare, superiorità che diviene schiacciante dal punto di vista delle armi di distruzione di massa. Le pie illusioni sul fatto che la Russia non oserà mai scatenare una guerra preventiva contro i paese che non nascondono di aver reimpostato tutta la propria economia in funzione della aggressione prossima ventura, perché l’articolo 5 della Nato comporterebbe un intervento diretto di paesi come Usa e Turchia, sono inconsistenti sia sul piano giuridico che storico.
L’articolo cinque prevede che se un paese dell’alleanza fosse aggredito gli altri si dovrebbero mobilitare in suo favore. Il che non comporta affatto un intervento sul piano militare diretto. Anche dal punto di vista storico le alleanze, necessariamente difensive, hanno visto l’alleato scendere in campo prontamente a favore del paese aggredito, esclusivamente nel caso in cui ci fosse un accordo preventivo per cui quest’ultimo avrebbe fatto tutto il possibile per essere aggredito mediante continue provocazioni al comune nemico. Negli altri casi si è giunti a un mobilitazione del proprio esercito, che può arrivare a un suo spostamento verso le frontiere o tutt’al più a una dichiarazione di guerra, che però non significa affetto un passare all’offensiva in difesa dell’alleato aggredito.
Nessun paese al mondo sarebbe disponibile a rischiare l’olocausto nucleare per difendere un proprio alleato. Tanto più se quest’ultimo ha fatto tutto il possibile per farsi aggredire dal comune nemico, senza ottenere il consenso del proprio alleato.
Dunque, come tutto il reale, anche il multilateralismo è in se stesso contraddittorio. In primo luogo implica l’accrescersi del numero delle potenze dominanti a discapito delle subalterne, potenze dominanti che tendono o a unirsi contro un subalterno ribelle o, comunque, a tollerarne la repressione anche militare persino da parte del proprio competitor internazionale. In secondo luogo fa crescere in modo esponenziale il rischio di una nuova guerra mondiale fra grandi potenze, che a pezzi è già da tempo in atto, al punto che è stata denunciata persino da un papa. Dall’altra parte, in terzo luogo, accrescendo le contraddizioni fra grandi potenze sono favoriti i paesi tendenzialmente subalterni. In quarto luogo il multipolarismo offre la possibilità agli altri paesi di conquistarsi margini di autonomia e indipendenza mantenendo buoni rapporti con tutte le grandi potenze con cui è possibile farlo, senza doversi vincolare in modo troppo stretto a nessuna di esse. Infine, in quinto luogo, il multilateralismo impedisce la logica unipolare che porta il paese o il gruppo di paesi dominanti a pretendere di svolgere una attività di polizia a livello internazionale.
Quindi, è evidente che chi si batte per l’emancipazione del genere umano preferisce un mondo multipolare a un mondo tendenzialmente unipolare. Senza contare che, fino a che dominerà il modo di produzione capitalistico, molto difficilmente si afferma un vero e proprio unipolarismo, come nella concezione del superimperialismo di Kautsky o dell’Impero di Negri visto che la concorrenza, anche fra enormi monopoli, è comunque la forma più adatta per il dominio borghese.
Detto questo la lotta di chi mira all’emancipazione dell’umanità e, a maggior ragione, dei comunisti non può ridursi o incentrarsi nel favorire un mondo multipolare. Dal momento che un tale mondo, fino a che continuerà a dominare il modo di produzione capitalistico, non può che favorire in primo luogo il soggiogamento della maggioranza dei paesi a un numero necessariamente ridotto di grandi potenze. In secondo luogo, fino a che dominerà la borghesia, il multilateralismo non potrà che sfociare in una guerra mondiale (imperialista) nel momento in cui il resto del mondo è stato già tendenzialmente spartito fra un numero necessariamente limitato di superpotenze internazionali, continentali o subregionali.
Ogni guerra di aggressione o di dominio, come la guerra per la spartizione del mondo in zone di influenza fra grandi potenze non può che favorire le classi dominanti e andare a tutto discapito dei subalterni. Gli oppressi e sfruttati possono, innanzitutto, contrastare gli oppressori, che hanno generalmente il potere, solo coalizzandosi su scala, almeno tendenzialmente, internazionale. Non a caso Marx ed Engels, contrastando la tendenza del socialismo utopistico di Lassale, che mirava a costruire partiti social-democratici su base nazionale, si sono sempre battuti per l’Internazionale. Anche per Lenin e per Gramsci i partiti comunisti erano intesi come sezioni nazionali dell’Internazionale, che era il partito della rivoluzione. Mentre le guerre volute da ristrette classi dominanti sfociano sempre in un fratricida scontro per la vita o per la morte fra sfruttati e oppressi di diversi paesi. La guerra fra poveri è, infatti, da sempre il più efficace antidoto alle lotte per l’emancipazione di oppressi e subalterni.
Senza contare che al fronte a rischiare la vita e ad assassinare i propri fratelli vanno sempre i membri delle classi subalterne, mentre gli oppressori, quando non preferiscono disertare la leva, svolgono la funzione di generali e, più in generale, di comandanti di un esercito composto essenzialmente dalle masse popolari. Mentre le classi medie svolgeranno la funzione di sottufficiali. In entrambi i casi potranno esercitare un dominio pressoché assoluto sui soldati costituiti dalla masse popolari, perché in guerra chi non rispetta gli ordini viene immediatamente represso dalla legge marziale. Inoltre, durante la guerra la stato di eccezione diviene permanente e questo porta alla militarizzazione della società civile e all’irreggimentazione dei lavoratori salariati. Senza contare che con le guerre tradizionali sono sempre i ceti sociali subalterni a pagarne il peso anche dal punto di vista economico e sociale, mentre per le classi dominanti costituiscono generalmente una occasione per arricchirsi ulteriormente, ampliando il proprio potere nei riguardi dei subalterni.
È, quindi, evidente che le forze progressiste più che per il multilateralismo dovranno battersi contro la guerra imperialista e, più in generale, contro ogni guerra di aggressione. D’altra parte dal momento che il capitalismo in crisi può sopravvivere solo grazie alla guerra, il vero obiettivo di lotta non può che essere in superamento in senso socialista della società borghese. A questo scopo le guerre di aggressione e imperialiste, se si è dimostrato che si è fatto di tutto per impedirle, possono favorire la rivoluzione sociale, perché i subalterni saranno armati e abituati a combattere insieme in modo organizzato. A questo scopo resta determinante riconoscere nel presunto nemico delle guerre nazionaliste il potenziale alleato nella lotta contro i reali nemici, che sono gli ufficiali nelle guerre imperialiste e di aggressione.
