Le elezioni locali dello scorso 7 maggio hanno inaugurato nuova fase della crisi politica britannica. Non si è trattato soltanto di una dura sconfitta per il Partito Laburista del primo ministro Keir Starmer, né di un ulteriore arretramento dei conservatori dopo anni di logoramento. Il dato più rilevante è la decomposizione del vecchio asse bipartitico che per decenni ha strutturato la politica del Regno Unito. I risultati delle amministrative in Inghilterra, insieme alle elezioni per il Parlamento scozzese e per il Senedd gallese, mostrano un sistema sempre più frammentato, nel quale le due forze storiche non riescono più a intercettare stabilmente né il voto popolare né quello dei ceti medi urbani.
Escludendo l’Irlanda del Nord, dunque, gran parte del Regno Unito è andato alle urne la scorsa settimana. In Inghilterra si votava per 5.066 seggi locali in 136 autorità, comprese tutte le trentadue municipalità londinesi, trentadue borough metropolitani, diciotto autorità unitarie, sei consigli di contea, quarantotto distretti e sei sindaci eletti direttamente. Nello stesso giorno, come anticipato, si sono tenute anche le elezioni parlamentari in Scozia e nel Galles, oltre a due suppletive gallesi. Il voto, dunque, ha assunto immediatamente il carattere di un giudizio politico nazionale sul governo Starmer, ma anche di una misurazione più ampia dei nuovi rapporti di forza nel paese.
Il primo dato è il tracollo laburista. Guardando ai risultati ufficiali, il Labour ha ottenuto appena 1.068 consiglieri, meno della metà rispetto al precedente mandato, e ha perso il controllo di 38 consigli. Il partito di estrema destra Reform UK, al contrario, ha conquistato 1.453 consiglieri e il controllo di 14 consigli, affermandosi come prima forza politica inglese. I conservatori hanno chiuso con 801 consiglieri, perdendone 563, mentre i Liberal Democrats sono saliti a 844 consiglieri e i Verdi a 587, con un guadagno di 441 seggi e il controllo di cinque consigli.
Questi numeri raccontano una duplice frattura. Da un lato, il Labour perde dalla destra nei territori popolari colpiti da deindustrializzazione, impoverimento, crisi dei servizi e risentimento sociale; dall’altro, perde dalla sinistra ecologista nelle aree urbane, universitarie e progressiste, dove la linea moderata, atlantista e securitaria di Starmer viene percepita come una prosecuzione dell’establishment, non come una rottura. Rispetto alle elezioni del 2019 e del 2024, dunque, Labour e conservatori risultano entrambi ridimensionati nelle intenzioni di voto, mentre Reform UK e Verdi emergono come poli alternativi. È l’immagine di una “tempesta perfetta” per Nigel Farage, ma anche di una crisi più profonda della rappresentanza tradizionale.
La crisi di consensi per Starmer e per il suo governo è dunque innegabile. La stampa inglese ha definito il voto un duro giudizio degli elettori su un premier la cui popolarità è crollata rapidamente dopo l’arrivo a Downing Street. Da allora, i laburisti hanno perso il controllo di varie autorità detenute da decenni e il potere in Galles dopo ventisette anni. Reform UK, invece, ha ottenuto un risultato storico in Inghilterra e, per la prima volta, ha ottenuto avanzate significative anche in Scozia e Galles.
Starmer paga il fallimento della sua promessa fondamentale: dimostrare che un Labour moderato, “depurato” dalla stagione corbyniana, rassicurante per i mercati e disciplinato sul piano atlantico, potesse riconquistare stabilmente il centro politico e insieme mantenere il rapporto con la classe lavoratrice. Il risultato è opposto. La normalizzazione centrista non ha prodotto stabilità, ma smobilitazione. La retorica della responsabilità fiscale non ha ricostruito consenso, ma ha rafforzato l’idea di un Labour incapace di distinguersi realmente dai conservatori sulle grandi scelte economiche. Sul terreno dell’immigrazione, della sicurezza e della politica estera, l’inseguimento della destra non ha prosciugato Reform UK, anzi, lo ha legittimato.
La formazione di Farage, dal canto suo, non è più soltanto un partito di protesta euroscettico o una scheggia post-Brexit. Il voto la trasforma in un attore territoriale, capace di conquistare consigli, radicarsi localmente e insediarsi nei vecchi bastioni laburisti. Secondo l’analisi dei dati elettorali, Reform UK ha ottenuto risultati particolarmente forti nelle aree a maggioranza pro-Brexit: dove il Leave aveva superato il 55 per cento, Reform ha conquistato il 47 per cento dei voti; dove il sostegno alla Brexit era compreso tra il 45 e il 55 per cento, ha ottenuto il 36 per cento; nelle aree sotto il 45 per cento è scesa invece al 19 per cento.
Ciò conferma che Farage riesce a trasformare il risentimento sociale e la frustrazione postindustriale in una narrazione nazionalista, anti-immigrazione e anti-establishment. Il punto non è che Reform UK abbia una soluzione reale alla crisi britannica. Al contrario, il suo programma resta inscritto in una cultura politica di destra, ostile ai migranti e funzionale a una ridefinizione autoritaria del disagio popolare. Ma proprio perché Labour e conservatori hanno governato per decenni all’interno dello stesso perimetro neoliberale, Farage può presentarsi come rottura, anche quando la sua rottura è regressiva.
I conservatori, al contrario, non riescono a capitalizzare pienamente la crisi laburista perché sono essi stessi parte della crisi. La leadership di Kemi Badenoch può rivendicare qualche segnale di tenuta rispetto al crollo precedente, ma il quadro resta disastroso. Il voto mostra che una parte sempre maggiore dell’elettorato conservatore tradizionale continua a spostarsi verso Reform UK, soprattutto nelle zone dove la destra radicale appare più credibile nel rappresentare il nazionalismo sociale e il risentimento anti-immigrazione. I Tories sono intrappolati tra due debolezze: troppo compromessi con il passato per rappresentare una novità, troppo istituzionali per competere fino in fondo con Farage sul terreno populista.
A sinistra, invece, il dato più significativo è la crescita dei Verdi. Il Green Party ha operato una scelta strategica intelligente, ampliando il proprio profilo oltre l’ambientalismo, e includendo nel proprio programma la giustizia sociale e la questione palestinese sotto la guida di Zack Polanski, una svolta che gli ha permesso di sottrarre centinaia di seggi al Labour nei centri urbani e nelle città universitarie.
Questo dimostra che chi abbandona i laburisti non lo fa necessariamente spostandosi verso l’estrema destra. Una parte consistente dell’elettorato tradizionale laburista ha preferito questa volta una sinistra alternativa, più riconoscibile sui temi sociali, climatici, internazionalisti e pacifisti. Mentre Reform UK intercetta settori popolari disillusi, i Verdi raccolgono una parte dell’elettorato progressista disgustato dalla moderazione laburista, dalla sua ambiguità su Gaza, dalle politiche di austerità mascherata e dalla subalternità all’ordine atlantico.
Un breve inciso lo merita anche il Workers Party of Britain. Il partito di George Galloway ha corso su scala limitata rispetto ai grandi soggetti nazionali, presentando solamente 69 candidati, ma ha ottenuto 24.000 voti in Inghilterra e 4.000 in Scozia, rivendicando un totale di otto consiglieri. Come da tradizione, il WPB ha conquistato i suoi principali successi in aree a forte radicamento comunitario. Nella roccaforte Rochdale, ha eletto Waqar Khan a Central Rochdale con 1.944 voti e Mohammed Shafiq a Milkstone & Deeplish con 1.560 voti; a Bury, Shabaz Imtiaz Shamim è stato eletto a Redvales con 1.029 voti; a Calderdale, Shakir Saghir ha vinto nel ward di Park con 901 voti. Il dato più simbolico è tuttavia quello di Birmingham, dove il partito ha rivendicato l’elezione di Shehryar Kiyani a Glebe Farm & Tile Cross, presentandola come una vittoria contro il leader laburista del consiglio cittadino John Cotton.
Il significato politico del Workers Party non sta dunque nei numeri assoluti, ancora limitati, ma nella sua capacità di occupare uno spazio lasciato scoperto dal Labour: quello di una sinistra anti-austerità, critica della NATO, attenta alla Palestina e radicata in comunità popolari e multietniche. Non è ancora una forza nazionale in grado di contendere l’egemonia al Labour, ma il suo risultato segnala che la frantumazione della rappresentanza non riguarda soltanto la destra, dimostrando che esiste anche un terreno di ricomposizione a sinistra, sebbene disperso tra Workers Party, Verdi, indipendenti, movimenti locali e nuove formazioni legate all’area di Jeremy Corbyn.
La Scozia conferma la stessa tendenza alla frammentazione, pur dentro una cornice specifica. Lo Scottish National Party resta primo partito con 58 seggi, ma perde sei seggi e resta a sette dalla maggioranza assoluta. Labour e Reform UK arrivano entrambi a 17 seggi, i Verdi salgono a 15, i conservatori crollano a 12 e i Liberal Democrats avanzano a 10. È stato, ad ogni modo, il peggior risultato di sempre alle elezioni per il Parlamento scozzese sia per il Labour sia per i conservatori: i laburisti continuano a perdere quota per la sesta elezione consecutiva, mentre i Tories ottengono il loro minimo storico. La Scozia dunque resta governata politicamente dal nazionalismo progressista dello SNP, che dovrebbe formare un governo di minoranza confermando la leadership di John Swinney, ma non è immune dal terremoto britannico. Reform UK entra con forza anche a Holyrood, mentre i Verdi consolidano il proprio ruolo come sinistra ecologista e indipendentista.
In Galles, il risultato è ancora più dirompente. Plaid Cymru diventa il primo partito con 43 seggi e il 35,41 per cento, Reform UK arriva secondo con 34 seggi e il 29,30 per cento, mentre il Labour crolla a 9 seggi e all’11,08 per cento. I conservatori ottengono 7 seggi, i Verdi 2 e i Liberal Democrats 1. I laburisti perdono dunque il loro tradizionale dominio gallese, mentre Plaid Cymru emerge come principale forza nazionale sotto la leadership di Rhun ap Iorwerth, eletto primo ministro gallese il 12 maggio, e Reform UK come principale opposizione di destra.
Le elezioni del 7 maggio, dunque, non rappresentano una semplice alternanza locale, ma la crisi organica del centro politico britannico. Il Labour di Starmer non riesce più a parlare né alla classe lavoratrice né alla sinistra urbana; i conservatori non riescono più a rappresentare in modo credibile l’ordine borghese tradizionale; Reform UK cresce trasformando la rabbia sociale in nazionalismo reazionario; i Verdi avanzano perché offrono una risposta più coerente sui temi sociali, climatici e internazionali; il Workers Party e altre esperienze radicali indicano che esiste uno spazio, ancora frammentato ma reale, per una sinistra di rottura.
Il Regno Unito che esce da questo voto è politicamente più instabile, territorialmente più diviso e socialmente più polarizzato. Starmer è il simbolo di questa crisi: era giunto al governo promettendo competenza, ordine e moderazione, ma si ritrova a guidare un partito in caduta libera, assediato da destra e da sinistra, incapace di offrire una visione trasformativa. Per la sinistra britannica, il compito non può essere quello di difendere il Labour in nome dell’argine alla destra. L’esperienza Starmer dimostra che un argine privo di contenuto sociale finisce per rafforzare l’avversario. Serve una nuova rappresentanza popolare, internazionalista e anti-austerità, capace di contendere a Reform UK il terreno della rabbia sociale e di trasformarla non in odio verso migranti e minoranze, ma in lotta contro le élite economiche, la guerra, la precarietà e il declino dei servizi pubblici.
