Il Fronte di liberazione del popolo dello Sri Lanka

Il Fronte di Liberazione del popolo dello Sri Lanka nel crocevia delle conflittuali relazioni internazionali e delle contraddizioni del movimento comunista.


Il Fronte di liberazione del popolo dello Sri Lanka

Nonostante la presenza di immigrati dello Sri Lanka sia a partire dagli anni 70 del Novecento non scarsa (nel 2010 se ne contavano circa 100.000 [1]), si parla assai poco di questo paese nei mass media italiani. Ricca colonia per le sue piantagioni di caffè, di tè, di molteplici odorose spezie, paese antichissimo e assai interessante dal punto di vista culturale, politico, paesaggistico e crocevia di influenze che giungono dall’India, dalla Cina, dalla Russia, oltre che dalla Gran Bretagna, di cui è stato un dominio coloniale. Aspetto che non può non farci riflettere su come anche nei luoghi più periferici del mondo si scontrino con diverse modalità le grandi potenze, regionali o mondiali.

Del tutto ignorata è anche la presenza in Italia di un piccolo nucleo di una combattiva organizzazione politica, il cui nome è People’s Liberation Front o in singalese Janatha Vimutkhi Peramuna (JVP). In particolare, a Roma vive una comunità, i cui membri sono legati tra loro da rapporti amicali e solidaristici, che organizza iniziative importanti relazionate alla vita politica del loro paese, alla storia del loro partito e ad eventi di carattere internazionale come per esempio la festa della donna o il primo maggio.

Posso dire che a Roma non si svolge una manifestazione (per esempio in favore della Palestina o contro la politica anti-migranti del governo) che non veda la loro partecipazione e quella delle loro famiglie, bambini compresi. Negli ambienti della sinistra radicale non c’è uno che non conosca Franco, il quale fa parte del comitato italiano del partito, ed è ammirevole per la le sue capacità organizzative e per il suo instancabile attivismo politico.

La storia di questo partito si intreccia alla storia delle relazioni conflittuali tra Cina e Russia, dalle quali sgorgarono partiti di diverso orientamento vicini a Pechino o a Mosca e favorirono anche il riavvicinamento della potenza asiatica agli Stati Uniti del presidente Nixon attraverso la mediazione di Harry Kissinger (1970-1971). Sarebbe assai complicato ricostruire il processo che portò allo scontro le due potenze comuniste, dopo un periodo di intensa collaborazione e di alleanza, che le aveva viste sostenere congiunte i nord-coreani nella guerra imperialistica scatenata contro di loro dagli Stati Uniti (1950-1953), ma possiamo affermare che esse erano scaturite da ragioni di carattere ideologico (la politica revisionista avviata da Krusciov a partire dal XX Congresso del PCUS) e da divergenze sulla politica economica, dalla competizione per la guida del mondo socialista, dall’atteggiamento condiscendente dell’URSS verso l’India che intraprese azioni militari contro Pechino.

Il People’s Liberation Front comincia a configurarsi nel 1964, ma acquisisce questo nome nel 1970 [2], quando i partiti comunisti legati a Mosca o a Pechino hanno ormai esaurito la loro presa sulla popolazione e dalle loro ceneri Rohana Wijeveera, figlio di un membro del Partito comunista dello Sri Lanka di ispirazione sovietica e che aveva studiato presso l’università Lumumba a Mosca, si convinse che le vecchie forze comuniste (relazionate alla Cina o all’Unione Sovietica) fossero entrambe revisioniste. Nel 1964 non poté tornare in URSS per terminare i suoi studi perché aveva aderito al gruppo filocinese. Condannato a vent’anni di prigione nel 1975, fu in seguito rilasciato e fu probabilmente ucciso nel 1989 dall’esercito srilankese. Nel 1965, insieme ad altri 6 suoi compagni, fondò il People’s Liberation Front, nel quale furono organizzati inizialmente in maniera semiclandestina lavoratori, contadini, studenti per sfuggire alla repressione, cui certamente li avrebbe sottomessi il partito di estrema destra United National Party allora al potere.

Nel 1970 questo partito di destra, sostenuto dagli Stati Uniti, fu sconfitto alle elezioni e sostituito da una coalizione delle antiche forze di sinistra collegate all’URSS e alla Cina, le quali consideravano il JVP, forse per il suo interesse per la guerrilla cubana e guevarista in America Latina, un nemico da abbattere accusato per di più e contraddittoriamente di essere emanazione della CIA. L’ondata di repressione contro il JVP e l’annientamento nel 1965 del Partito comunista indonesiano, il terzo del mondo per numerosità di iscritti, in seguito all’intervento del generale Suharto e a quello della CIA, spinse i membri del partito srilankese ad armarsi per difendersi. Così come d’altra parte avevano fatto anche i comunisti indonesiani, ma purtroppo con scarso successo. Tale campagna di repressione vide il suo culmine nei fatti dell’aprile 1971, che furono innescati da una bomba Molotov lanciata il 6 marzo davanti all’ambasciata degli Stati Uniti, mentre si protestava per l’intervento statunitense contro il Vietnam. Il governo fece ricadere la responsabilità dell’accaduto sul JVP e iniziò la repressione con lo scopo di giungere alla distruzione del partito stesso presentato come ribelle e sovversivo. Rohana fu arrestato probabilmente grazie alla denuncia di un suo avversario politico appartenente al suo stesso partito. La risposta alla repressione portata avanti dal governo fu un tentativo di ribellione armata che si concretò nell’assalto a varie stazioni di polizia. Dal sito ufficiale del JVP, da cui ho tratto molte delle informazioni qui riportate oltre che da un’intervista con il su menzionato Franco, si può ricavare che Stati Uniti, URSS, Gran Bretagna, Egitto, Jugoslavia furono tra i paesi che sostennero l’azione repressiva del governo, che provocò l’uccisione di 10.000 giovani e l’imprigionamento di altri 20.000. Inoltre, il governo srilankese si era premunito da eventuali indagini, prevedendo la distruzione dei cadaveri degli uccisi senza effettuare autopsie.

Al centro delle preoccupazioni politiche del JVP c’è stata sempre la diffidenza verso le modalità con cui era stato portato avanti il processo di decolonizzazione (l’indipendenza fu raggiunta nel 1948) [3], dato che esso di fatto aprì le porte alla neocolonizzazione, nella quale – come si è visto - lo Sri Lanka si è trovato ad essere oggetto di interesse strategico da parte di varie potenze. L’altro punto fondamentale del programma del JVP è rappresentato dall’opposizione ad ogni forma di separatismo nella convinzione che i vari popoli, le varie culture e le varie religioni (induismo, buddismo, islamismo, cristianesimo) potessero convivere nell’isola asiatica sulla base di un’uguaglianza sostanziale di diritti. Tale impostazione è sempre stata accompagnata dalla lotta contro il neoliberismo e le forme di privatizzazione dei settori economici strategici come quello elettrico tentata negli anni 2004-2005 da un governo di centro-sinistra, cui il JVP tolse per questo il proprio appoggio.

Dalla sua esistenza ad oggi il JVP ha dato molta importanza al ruolo educativo del partito istituendo corsi volti alla preparazione politica e culturale dei vari settori della popolazione. In questo suo approccio ravvicinato alle masse popolari ha anche adottato uno stile di vita confacente ai costumi tradizionali ispirati principalmente al buddismo [4], mettendo al centro la frugalità, bandendo il consumo di alcolici e raccogliendo in un fondo comune il denaro degli stipendi dei suoi membri operanti nell’amministrazione pubblica.

Concludendo, mi pare che possiamo trarre – ammesso che ce ne sia bisogno – un insegnamento dalla politica del JVP: la considerazione del separatismo come un espediente della neocolonizzazione e la conseguente necessità di mettere l’accento sull’unione delle masse popolari che, al di là delle differenze culturali ed etniche, hanno interessi ben più sostanziali in comune da difendere ed affermare. Da questa riflessione deriva anche il nostro scarso entusiasmo per processi analoghi che pervadono e frammentano il continente europeo.


Note

[1] Il flusso migratorio si fece più consistente a partire dagli anni 80 segnati dai conflitti etnici tra le varie componenti della popolazione srilankese scanditi da attentati compiuti dal gruppo separatista delle cosiddette Tigri Tamil, legate ad un gruppo di religione induista, islamica e cristiana stanziato in larga parte anche in India, che lo sosteneva e lo finanziava. Il conflitto si concluse nel 2009 con la loro sconfitta da parte dell’esercito srilankese. Le radici di tali scontri stanno nella stessa storia dello Sri Lanka, ma anche nella politica dell’amministrazione coloniale britannica che favorì il gruppo singalese a svantaggio degli altri.

[2] Viene scelto questo nome perché esistevano già due partiti comunisti nello Sri Lanka, quello vicino ai sovietici e quello vicino ai cinesi.

[3] Ma fino al 1957 sul suo territorio rimasero basi britanniche.

[4] I monaci buddisti hanno lottato contro il colonialismo e partecipano in gran numero alle manifestazioni del JVP, come per esempio a quella del primo maggio, cui ho potuto assistere.

11/11/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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