Il Partito Comunista Giapponese contro le leggi di guerra

Nonostante l'opposizione e le proteste di piazza, le leggi di guerra sono state approvate da entrambe le camere del parlamento giapponese.


Il Partito Comunista Giapponese contro le leggi di guerra

Nonostante il forte ostruzionismo delle opposizioni e le proteste di piazza, le leggi di guerra sono state approvate da entrambe le camere del parlamento giapponese. Le nuove leggi prevedono che i militari giapponesi possano essere impiegati in missioni di combattimento all’estero secondo il principio di “autodifesa collettiva”, cioè che possano intervenire a sostegno di un alleato considerato come “sotto attacco”, di fatto lo stesso principio che regola gli interventi della NATO.

di Paolo Rizzi

(I nazisti) l’hanno fatto in modalità “non-dirlo-a-nessuno”, e la Costituzione di Weimar fu cambiata senza che quasi il popolo se ne accorgesse. Perché non usiamo lo stesso metodo? (Taro Aso, ministro delle finanze giapponese).

La Costituzione del Giappone, adottata nel 1945 dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, impone al paese una linea pacifista. Il primo comma dell’Articolo 9 ripudia l’uso della forza per la risoluzione delle dispute internazionali. Il secondo comma si spinge ancora più avanti specificando che nessuna forza potenzialmente bellica (terrestre, marina, aerea o di altra natura) deve essere mantenuta.

Le Leggi di Guerra

Il governo della destra giapponese intende ora dare una spallata definitiva al pacifismo istituzionale con nuove leggi che permettono al Giappone di partecipare a conflitti armati fuori dai propri confini. Sulla sua strada incontra però una forte opposizione da parte della società civile e dei partiti di opposizione, capeggiati per l’occasione del Partito Comunista Giapponese che chiama “leggi di guerra” le riforme approvate tra luglio e settembre.

Nonostante il forte ostruzionismo delle opposizioni e le proteste di piazza, le leggi di guerra sono state approvate da entrambe le camere del parlamento giapponese. Le nuove leggi prevedono che i militari giapponesi possano essere impiegati in missioni di combattimento all’estero secondo il principio di “auto difesa collettiva”, cioè che possano intervenire a sostegno di un alleato considerato come “sotto attacco”, di fatto lo stesso principio che regola gli interventi collettivi della NATO. Inoltre, si prevede di aumentare ulteriormente il budget militare e di far pagare allo stato giapponese una parte delle spese per il mantenimento delle basi statunitensi tra cui quella di Okinawa, sempre più contestata dalla popolazione locale e vissuta come vera e propria base di guerra.

L’approvazione delle nuove leggi ha causato preoccupazione da parte di tutti i paesi dell’area e in particolare dai paesi che hanno subito l’imperialismo giapponese in passato: Cina, Corea del Nord e Corea del Sud hanno reagito con forti proteste, nonostante le forti differenze tra i vari paesi.

Il lungo assalto al pacifismo

In realtà, il pacifismo effettivo del Giappone è durato poco. Già nel 1952 il governo giapponese ha firmato il Trattato di Sicurezza con gli Stati Uniti. Il trattato stabiliva che sul suolo giapponese sarebbero rimaste le truppe statunitensi “per proteggere dalle minacce esterne” mentre un limitato corpo di polizia nipponico si sarebbe occupato delle questioni interne. Non è un caso che il Trattato di Sicurezza sia stato firmato mentre gli statunitensi erano impegnati nella Guerra di Corea.

Il Trattato è stato revisionato ed esteso nel 1960 e nel 1970. A ogni passaggio del Trattato è corrisposta una forte ondata di proteste guidate dal Partito Comunista (CPJ), dal Partito Socialista (SPJ) e dai sindacati. Nonostante le proteste, dal 1954 il Giappone ha cominciato a dotarsi di un corpo militare chiamato Forze di Auto Difesa, in giapponese Jietai. Il ruolo delle Jietai è diventato sempre più simile a quello di un vero e proprio esercito, anche se ufficialmente rimane limitato a scopi difensivi. Dagli anni ’90 il Giappone si è dotato di una legge che permette la partecipazione alle “missioni di pace” dell’ONU, nel 2004 ha partecipato con personale non combattente all’invasione dell’Iraq, negli ultimi anni le “forze marittime di autodifesa” partecipano ai fronteggiamenti sulle numerose isole contese tra Giappone, Cina, Vietnam e le due Coree.

L’Articolo 9 è stato quindi lasciato sulla carta per lungo tempo, dagli anni ’90 si è cominciato a discutere apertamente della possibilità di riformare la Costituzione ed eliminare ogni riferimento che impedisca al Giappone di diventare una potenza militare a tutti gli effetti, inclusa la detenzione di armi nucleari.

Dopo una breve parentesi di governo del Partito Democratico (DPJ, nuova incarnazione del SPJ che ha abbandonato le pregiudiziali antiamericane dei socialisti di vecchio stampo), i liberaldemocratici dell’LDP sono tornati al governo con una linea più nazionalista rispetto al passato. Il Primo Ministro Shinzo Abe, in carica dal 2012, avrebbe voluto provare a modificare la Costituzione e per questo ha convocato le elezioni del 2014, ma non è riuscito ad ottenere una maggioranza autonoma. Per governare i liberaldemocratici devono restare alleati col Komeito, partito legato all’organizzazione buddista Soka Gakkai, conosciuta a livello internazionale anche per la campagna SenzAtomica.

La linea antinucleare della Soka Gakkai ha quindi impedito al governo della destra di modificare la Costituzione, ma non di approvare la nuova legislazione militare.

Il movimento contro la guerra

La decisione del governo Abe di forzare la mano sulla questione militare ha provocato una grande reazione nell’opinione pubblica giapponese. Grandi manifestazioni si sono svolte durante tutta la discussione parlamentare e continuano a essere programmate nonostante l’approvazione delle leggi. Le manifestazioni sono state partecipate in larga parte dalla sinistra giapponese, hanno visto la partecipazione dei sindacati, della sinistra moderata, dei comunisti e dei movimenti, in particolare quello anti nucleare che protesta anche per la decisione di ritornare all’energia atomica dopo il disastro di Fukushima.

Oltre alla sinistra, anche settori moderati giovanili sono scesi in piazza. È il caso di Azione d’Emergenza degli Studenti per il Ripristino della Democrazia Liberale. Com’è evidente dal nome, quest’organizzazione si propone di ripristinare la situazione precedente al governo di Shinzo Abe. Per questi giovani moderati i problemi dei precedenti movimenti anti-guerra erano i legami con la sinistra e le forme di protesta radicali che spaventavano la maggioranza della popolazione. Nonostante i media internazionali prestino molta attenzione ai settori moderati della protesta, nel campo della gioventù sono attivi molti movimenti di sinistra, alcuni legati alle organizzazioni tradizionali altri più simili agli ambienti movimentisti e dell’autorganizzazione per come li conosciamo in Europa.

Il ruolo dei comunisti

In questa situazione il Partito Comunista Giapponese ha assunto un ruolo di primo piano. Gli altri partiti dell’opposizione non hanno le dimensioni o la credibilità per guidare la battaglia contro Abe. In particolare, il Partito Democratico ora si schiera all’opposizione delle leggi di guerra, ma la sua trasformazione da socialista a democratico si è basata proprio sull’accettazione del sistema di alleanze statunitensi. I comunisti possono vantare invece di essere rimasti coerenti e di non aver mai accettato il Trattato di Sicurezza con gli statunitensi e le “missioni di pace”.

Questo ruolo è stato riconosciuto al Partito anche dai movimenti e dalle forze sociali anti-guerra che, già nelle precedenti elezioni, hanno partecipato coi comunisti a una coalizione politica che ha vinto i seggi del distretto di Okinawa con un programma che chiedeva la chiusura della gigantesca base militare americana.

Per contrastare le leggi di guerra, il Partito Comunista ha eseguito una svolta nella sua linea politica. Per la prima volta nella sua storia ha chiesto agli altri partiti di opposizione, alle forze sociali e alle singole persone di collaborare per un futuro governo che abolisca immediatamente le leggi di guerra e riporti il paese sulla via costituzionale. Tradizionalmente il CPJ parla di alleanze nell’ottica di una “rivoluzione democratica”, cioè con partiti e forze con cui sia possibile condividere un programma di cambiamento del paese, contro l’asservimento alle forze imperialiste e alle elites economiche. Questa nuova proposta è qualcosa di diverso, l’alleanza è proposta a tutte le forze (incluse alcune forze di destra che hanno rotto coi liberaldemocratici) per formare un governo che duri il tempo necessario a ripristinare la Costituzione.

Il Presidente del CPJ Kazuo Shii non nasconde le difficoltà. L’alleanza proposta si basa sull’arco di forze che in parlamento hanno contrastato le leggi di guerra, ma le differenze tra i partiti sono forti. I comunisti sono coscienti che il governo di scopo non dovrebbe agire solo sulla questione militare e che l’accordo programmatico, anche solo per breve tempo, è molto difficile. Il ritorno allo “spirito costituzionale” invocato dai comunisti è molto meno avanzato della “rivoluzione democratica” ma, al tempo stesso, è molto più avanzato di quanto vogliano concedere i settori moderati che desiderano solo liberarsi di Abe e di alcune delle sue peggiori leggi. I colloqui con gli altri partiti e le forze sociali sono appena cominciati e non è detto che si concludano in maniera positiva.

Soprattutto i comunisti sono coscienti che, prima di poter formare un nuovo governo, bisogna rovesciare l’attuale esecutivo di destra. Per fare questo secondo il CPJ bisogna continuare la mobilitazione contro la guerra e bisogna ragionare su quale sia la maniera migliore per togliere al governo la maggioranza alla camera alta con le elezioni del prossimo anno, in cui si dovranno sostituire metà dei senatori.

10/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Paolo Rizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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