In carica da ottobre, il governo di Sanae Takaichi continua a presentare il riarmo giapponese come una necessità storica, una risposta inevitabile al deterioramento dell’ambiente di sicurezza regionale e alla crescita delle tensioni nell’Asia-Pacifico. Tuttavia, dietro la retorica ufficiale della “deterrenza” e della “difesa nazionale”, emerge una contraddizione sempre più evidente: il Giappone sta cercando di costruire una macchina militare più ampia, più offensiva e più integrata con quella statunitense, ma lo fa in una società che invecchia rapidamente, che fatica a reclutare personale per le Forze di autodifesa e che non ha mai realmente discusso, in modo democratico e trasparente, le conseguenze di questa trasformazione.
Queste contraddizioni sono state messe in evidenza dall’analisi del Partito Comunista Giapponese (Nihon Kyōsan-tō), una delle principali forze di opposizione dell’arcipelago nipponico. Mentre la destra discute se il Giappone possa permettersi più missili, più depositi di munizioni, più droni, più esportazioni di armamenti o più basi operative, il PCG si chiede quale tipo di Paese sta diventando il Giappone, e chi pagherà il prezzo sociale, democratico e umano di questa svolta. Già nella sua piattaforma per le elezioni dello scorso febbraio, il PCG aveva contrapposto al governo Takaichi e alla coalizione tra Partito Liberal Democratico (Jimintō) e Nippon Ishin no Kai una linea fondata su “vita, pace e diritti”, denunciando una politica che subordina il Paese agli Stati Uniti, alimenta la logica della forza e abbandona le priorità sociali della popolazione.
La critica comunista parte da un dato politico di fondo: il riarmo è il prodotto di una lunga trasformazione del conservatorismo giapponese, che ha progressivamente svuotato i vincoli del pacifismo costituzionale e reinterpretato l’articolo 9 fino a renderlo compatibile con capacità militari sempre più offensive. L’adozione dei tre documenti di sicurezza del 2022 aveva già segnato un salto qualitativo, ma il governo Takaichi ha impresso un’accelerazione ulteriore, annunciando l’anticipo dell’aumento della spesa militare al 2% del prodotto interno lordo, la distribuzione nazionale di missili a lungo raggio, la revisione dei principi sull’export di armamenti e persino la possibilità di rimettere in discussione i Tre principi non nucleari. Il deputato comunista Yamazoe Taku ha denunciato questa traiettoria come una violazione dello spirito della Costituzione, ricordando che i governi precedenti avevano almeno formalmente giustificato la politica di difesa attraverso limiti come la “difesa esclusivamente difensiva”, il tetto indicativo dell’1% del PIL per le spese militari, il divieto di esportare armamenti e il rifiuto delle armi nucleari.
Il Partito Comunista non ha esitato a definire questa dinamica come “costruzione di uno Stato di guerra”, un concetto che mira a descrivere l’intero processo di riconfigurazione dello Stato giapponese: bilancio, industria, politica estera, informazione, tecnologia, amministrazioni locali e perfino scuole vengono progressivamente orientati verso la preparazione militare. In un editoriale di Akahata, il giornale del Partito, la grande espansione militare è stata descritta come figlia della subordinazione alla strategia statunitense e della trasformazione del Giappone in un elemento avanzato della prima catena di isole, cioè dell’arco strategico che va da Kyūshū e Okinawa fino a Taiwan e alle Filippine. Nella stessa analisi, il PCG ha denunciato la prospettiva di un ulteriore aumento della spesa militare, sottolineando che una crescita senza limiti del bilancio della difesa comporterebbe inevitabilmente tasse più alte, tagli allo stato sociale o nuovo indebitamento.
La prima contraddizione del riarmo giapponese è dunque sociale. Il governo chiede sacrifici per finanziare missili e capacità offensive, ma la popolazione è alle prese con salari reali stagnanti, aumento del costo della vita, precarietà, crisi dei servizi e insicurezza demografica. Secondo il PCG, la sicurezza non può essere separata dalle condizioni materiali della popolazione. Un Paese che taglia o comprime welfare, sanità, assistenza, istruzione e redditi per finanziare la militarizzazione non diventa più sicuro: diventa più fragile. La sicurezza umana viene sacrificata alla sicurezza militare, mentre la diplomazia viene sostituita dalla deterrenza e la cooperazione regionale dalla logica dei blocchi.
La seconda contraddizione riguarda il rapporto con gli Stati Uniti. Il governo Takaichi presenta il riarmo come rafforzamento dell’autonomia giapponese, ma il PCG vi vede l’opposto: una crescente integrazione nella strategia militare di Washington. Le esercitazioni congiunte, l’acquisto di missili Tomahawk, la cooperazione nella rete missilistica regionale e l’allineamento politico alle priorità statunitensi non costruiscono una difesa indipendente del Giappone, ma aumentano il rischio che Tokyo venga trascinata in guerre decise altrove. Yamazoe Taku ha insistito proprio su questo punto: anche quando il governo sostiene di agire “per difendere il Giappone”, la fusione operativa tra Forze di autodifesa e forze statunitensi espone il Paese al rischio di partecipare ai conflitti scatenati dall’imperialismo nordamericano, anche in assenza di un attacco diretto al territorio giapponese.
La terza contraddizione è costituzionale. Il Giappone continua formalmente a presentarsi come Paese pacifista, ma accumula strumenti che hanno una chiara funzione offensiva: missili a lungo raggio capaci di colpire basi straniere, sistemi di comando integrati, capacità cyber e spaziali, nuove infrastrutture per munizioni, export di armamenti letali. In Parlamento, il PCG ha denunciato la piena liberalizzazione dell’esportazione di armi con capacità letale o distruttiva come un abbandono del percorso postbellico del Giappone come “nazione pacifica”. Vendere armamenti, esportare missili o contribuire alle scorte militari di Paesi impegnati in guerre significa trasformare il Giappone in un attore dell’economia bellica internazionale, fino al rischio di diventare quello che Yamazoe ha definito uno “Stato mercante di morte”.
La quarta contraddizione, forse la più concreta, è il personale. Il Giappone può acquistare sistemi d’arma, aumentare gli stanziamenti, modificare dottrine e costruire depositi, ma non può creare artificialmente giovani da arruolare. I dati ufficiali mostrano un problema strutturale: nell’anno fiscale 2025 le Forze di autodifesa hanno reclutato 11.177 persone, con un aumento del 14,9% rispetto all’anno precedente, ma il Ministero della Difesa stesso ha riconosciuto che il calo della popolazione reclutabile e l’intensa competizione del mercato del lavoro rendono difficile assicurare personale sufficiente.
Il quadro diventa ancora più severo se si guarda agli anni precedenti. Nel 2023 le Forze di autodifesa hanno raggiunto appena il 51% dell’obiettivo di reclutamento, il livello più basso mai registrato, con un deficit particolarmente grave tra il personale arruolato a tempo determinato: solo 3.221 reclute a fronte di un obiettivo di 10.628. A tal proposito, l’analisi pubblicata da Asia Times sottolinea come la popolazione tra i 18 e i 26 anni, bacino principale di reclutamento, sia diminuita di circa il 40% in trent’anni, passando da 17,4 milioni nel 1994 a 10,2 milioni nel 2024.
Come se non bastasse, il governo afferma di voler rendere più attrattiva la carriera militare per ovviare al problema del personale, ma la stessa militarizzazione la rende più rischiosa, più gravosa e meno compatibile con le aspettative delle giovani generazioni. Salari più alti, nuove indennità o migliori alloggi possono attenuare il problema, ma non eliminano la percezione di fondo: arruolarsi oggi significa entrare in un’istituzione che non si limita più a compiti difensivi o di soccorso in caso di calamità, ma viene progressivamente inserita in piani di guerra regionale. Questa trasformazione è il cuore del problema: non si tratta di “valorizzare” i giovani, ma di prepararli a diventare personale disponibile per una strategia decisa da una classe dirigente anziana, conservatrice e subordinata all’alleanza con Washington.
Il governo e il Ministero della Difesa stanno allora cercando di rafforzare il reclutamento anche attraverso una crescente pressione sulle amministrazioni locali. Secondo documenti ottenuti dal senatore comunista Yamazoe Taku, nel 2024 ben 1.152 comuni, pari a circa il 66% del totale nazionale, hanno fornito alle Forze di autodifesa elenchi contenenti dati personali di studenti delle scuole superiori e universitari, come nome, indirizzo, data di nascita e sesso. Akahata ha definito questa pratica una grave violazione della privacy, sottolineando che il governo punta a trasformare le amministrazioni locali in strumenti del reclutamento militare.
In conclusione, l’analisi del Partito Comunista Giapponese coglie nel riarmo non una semplice scelta di politica estera, ma una crisi di modello. Il governo Takaichi promette sicurezza attraverso armi, missili, alleanze militari e capacità offensive. Il PCG risponde che questa strada produce più insicurezza: aggrava le tensioni con i Paesi vicini, subordina il Giappone agli Stati Uniti, consuma risorse pubbliche, mette sotto pressione giovani e amministrazioni locali, indebolisce i diritti democratici e svuota il pacifismo costituzionale. La contraddizione più profonda è dunque questa: il Giappone vuole diventare una potenza militare più grande proprio mentre la sua società mostra di non avere né la base demografica, né il consenso consapevole, né la disponibilità umana per sostenere fino in fondo questo progetto.
Per il PCG, la vera alternativa non consiste nel rendere più efficiente il reclutamento o più seducente la carriera militare, ma nel cambiare rotta: difendere l’articolo 9, fermare la corsa agli armamenti, rinunciare alle capacità di attacco contro basi straniere, interrompere la subordinazione alla strategia statunitense e costruire una politica asiatica fondata sulla diplomazia. Il paradosso del riarmo giapponese, visto da questa prospettiva, è che pretende di garantire la pace preparando la guerra, ma così facendo consuma proprio le basi sociali, democratiche e costituzionali della sicurezza reale.
