Interrogativi sulla transizione cubana (seconda parte di due)

Prosegue la riflessione, avviata nello scorso numero, nata dalla conferenza dell’antropologo Pablo Rodríguez Ruiz sulla società cubana e sulle trasformazioni in corso nell’isola caraibica che gettano luci e ombre sulla vicenda del recente “riavvicinamento” con il nemico numero uno a stelle e strisce.


Interrogativi sulla transizione cubana (seconda parte di due)

Prosegue la riflessione, avviata nello scorso numero, nata dalla conferenza dell’antropologo Pablo Rodríguez Ruiz sulla società cubana e sulle trasformazioni in corso nell’isola caraibica che gettano luci e ombre sulla vicenda del recente “riavvicinamento” con il nemico numero uno a stelle e strisce.  

di Alessandra Ciattini 

II Parte, segue da http://www.lacittafutura.it/mondo/america/interrogativi-sulla-transizione-cubana-prima-parte-di-due.html  

Il riavvicinamento Cuba / Stati Uniti 

Se vogliamo comprendere a fondo le ragioni di tale riavvicinamento e scavare sotto la “buona volontà” di quei leader di cui, di giorno in giorno, i mass media costruiscono il “carisma”, rendendoli agli occhi dei più autorevoli e convincenti, partiamo da un tema indicato da Rodríguez: la crisi dell'apparato produttivo cubano, la bassa produttività del lavoro, l'insostenibilità delle conquiste sociali in tale contesto. È proprio da questi problemi che hanno preso le mosse le prime riforme all'indomani della dissoluzione del socialismo est-europeo [1] e che hanno significato la costituzione delle imprese miste, soprattutto in ambito turistico, le quali hanno garantito, in parte, l'approvvigionamento di valuta pregiata con cui acquistare sul mercato internazionale il necessario alla sopravvivenza della popolazione cubana. La riforma costituzionale del 1992 ha comportato anche altre significative modifiche, che ci limitiamo a segnalare, come la soppressione del carattere ateo dello Stato (art. 54 della Costituzione del 1976); articolo che viene sostituito dall'art. 55 del testo successivo, con cui si afferma che lo Stato riconosce, rispetta e garantisce la libertà di coscienza e di religione, al tempo stesso che riconosce, rispetta e garantisce il diritto di tenere ogni forma di credenza o di non tenerne nessuna. In questo stesso contesto, in cui le asperità della iniziale fase della rivoluzione si sono attutite [2], i credenti delle diverse fedi religiose vengono ammessi al Partito comunista (IV Congresso, 1991, http://gredos.usal.es/jspui/bitstream/10366/72131/1/El_IV_Congreso_del_Partido_Comunista_de_.pdf,). Infine, con grande appoggio popolare, il 26 giugno 2002 fu approvata un'altra legge di riforma costituzionale, la quale ha sancito il carattere irrevocabile del sistema socialista e ha affermato che le relazioni economiche, politiche e diplomatiche con un altro Stato non possono essere negoziate in un regime di aggressione, minaccia e coercizione esercitato da una potenza straniera (http://www.cubadebate.cu/cuba/constitucion-republica-cuba/). [3]  

Questi sono gli elementi che chiariscono, sia pure per sommi capi, la trasformazione della società cubana a partire dalle grandi nazionalizzazioni degli anni '60, e che sono significativi per avanzare nella comprensione del riavvicinamento, certo contraddittorio, tra Cuba e Stati Uniti. A questi elementi dobbiamo ovviamente aggiungere tutte quelle misure previste dai Lineamientos de la Política Económica y Social del VI Congreso del PCC approvati nell'aprile del 2011, che stanno cambiando l'articolazione e la gestione del sistema produttivo cubano, tra le quali menzioniamo la conversione di circa 500.000 lavoratori pubblici in lavoratori autonomi (cuentapropistas), la creazione di cooperative anche nel settore terziario, la distribuzione delle terre incolte allo scopo di incrementare la produzione alimentare, la concessione di crediti alla popolazione per la costruzione di case e per favorire investimenti nel settore agricolo e nell'allevamento.  

Se da un lato si sta costituendo la piccola e la media impresa, dall'altro con il Decreto Legge 313 del 2013 si dà un ampio sostegno all'investimento straniero con la creazione di Zone Speciali di Sviluppo (ZED), come il porto di Mariel vicino all'Avana; inoltre, gli investitori saranno esentati dal contributo allo sviluppo locale, dalle imposte sulla forza-lavoro, da quelle sugli utili (per 10 anni) e da quelle sulle vendite (per un anno); imposte che, negli anni successivi, non saranno certo esose. Come si ricava dall'articolo cui rimando il lettore (http://www.cubadebate.cu/cuba/constitucion-republica-cuba/), nella ZED di Mariel il governo cubano ha deciso di concentrare una serie di produzioni di rilevanza strategica come la biotecnologia, la farmaceutica, l'energia rinnovabile, le telecomunicazioni, il turismo, il settore immobiliare etc., avvalendosi di investitori come Cina, Russia, Vietnam, Brasile. Una serie di misure ha anche garantito gli investitori da possibili espropriazioni, le quali saranno possibili se socialmente indispensabili e necessarie ma sempre previo e adeguato indennizzo.

L'insieme di questi provvedimenti, che il governo cubano inserisce nel processo di “actualización del modelo socialista”, ha suscitato nei diversi settori sociali reazioni di diverso segno: alcuni vedono in essi l'avvio della transizione al capitalismo (probabilmente nella sua forma più selvaggia), altri sono convinti che l'espansione del mercato senza limiti condurrà alla prosperità e alla ricchezza. Da parte sua, il governo cubano sembrerebbe optare per il possibile compromesso tra proprietà statale e mercato, con la sua appendice di proprietà non pubblicaL'esito di tale disputa, non meramente teorica, è tutto da scrivere; posso segnalare la sua rilevanza e sottolineare che solo all'interno di questo contesto è possibile intendere perché Obama ha deciso di rilasciare i tre anti-terroristi ed eliminare Cuba dalla lista dei Paesi sostenitori del terrorismo [4]. D'altra parte, questo stesso contesto spiega quanto sia necessario per la maggiore delle Antille reperire la infrastruttura tecnologica e gli investimenti necessari al suo rilancio economico e alla praticabilità del suo sistema di giustizia sociale. Anche se – come afferma Luciano Vasapollo - i dirigenti cubani sanno bene dove potrebbero condurli le trattative con gli Stati Uniti, tuttavia, non possono fare a meno di trangugiare la medicina, i cui esiti – come nel caso della chemioterapia per un malato di cancro – possono avere anche controindicazioni assai dannose (http://www.sinistrainrete.info/estero/5069-luciano-vasapollo-cuba-ha-scelto-il-male-minore.html), ma in una certa percentuale dovrebbero far guarire l'infermo. 

Molto più preoccupato sembra essere Manlio Dinucci (https://www.google.it/?hl=it&gws_rd=cr&ei=bh6cVfejJqufygPYt5jgCg#hl=it&q=senza+soste+dinucci+cuba), il quale ritiene che, sostanzialmente, la Casa Bianca non cambia strategia e che il suo obiettivo è sempre quello di distruggere lo Stato cubano. Infatti ora, a suo parere, sbarcheranno nell'isola caraibica organizzazioni non-governative, piene di dollari ed emanazione della CIA e del Dipartimento di Stato, per mettere in piedi “progetti umanitari” a vantaggio del popolo cubano. Arriveranno ben presto anche le multinazionali statunitensi che intendono investire i loro capitali nelle biotecnologie e nel settore del nickel (finora sfruttato in collaborazione con i canadesi), senza dimenticare turismo e alberghi, che promettono ingenti profitti.  

Pur cercando di rispettare lo spazio limitato concessomi in questa sede, vorrei aggiungere qualche altro elemento utile ad approfondire l’analisi; in particolare, è assai interessante osservare alcuni aspetti dell’ormai famoso discorso di Obama tenuto il 17 dicembre 2014 in concomitanza con il discorso di Raúl Castro (http://aulalettere.scuola.zanichelli.it/storia-di-oggi/guerra-fredda-usa-cuba-la-svolta-del-17-dicembre-2014/). In primo luogo, bisogna osservare che il presidente degli Stati Uniti si riferisce costantemente alla gente e al popolo di Cuba e non al governo e allo Stato cubano, dichiarandosi pronto a fare il possibile per migliorare le condizioni di coloro che – questo non lo dice - hanno sofferto proprio per le scelte politiche del suo potente Paese. A suo parere, la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, la ripresa degli scambi commerciali, il turismo e l'attivazione delle telecomunicazioni non potranno che favorire la diffusione nell'isola caraibica dei “valori americani”, di cui sono portatori gli stessi giovani cubano-americani, figli e nipoti di quelli che la Rivoluzione del 1959 prima, il regime socialista poi, con le sue durezze, hanno costretto a fuggire. In tale contesto gli Stati Uniti daranno un contributo fondamentale per il rafforzamento della democrazia, della libertà di espressione e dei diritti umani a Cuba, guardando con interesse al settore privato, che si sta configurando sulla base delle recenti riforme economico-politiche. “Todos somos americanos”, conclude Obama, ma intende dire che dobbiamo accomodarci tutti sotto la bandiera a stelle e strisce o che ci sono valori che accomunano l'emisfero occidentale e sui cui contenuti è possibile discutere?  

Infine, c'è un ultimo punto che non posso tacere, perché di straordinaria importanza internazionale. Infatti, anche un osservatore distratto non può non aver notato che i negoziati L'Avana / Washington, anche se svoltisi segretamente per molti mesi, hanno ad un certo momento coinciso con l'incremento dell'aggressività statunitense nei confronti del Venezuela, in particolare quando, nel marzo 2015, Obama ha emesso il famoso decreto esecutivo, apparentemente ora accantonato, che dichiarava quel Paese essere una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Come spiegare tale comportamento verso uno Stato ricco di risorse energetiche e che, per di più, sta operando con molta efficacia per incrinare l'egemonia ideologica statunitense, impiegando strumenti intelligenti e capillari come il canale televisivo Telesur? E soprattutto, come spiegarlo tenendo conto del parallelo processo di riavvicinamento a Cuba, culla dei fermenti ribelli e legata da tanti vincoli di affinità e di amicizia con la Rivoluzione Bolivariana? Un'ipotesi forse prematura potrebbe essere che gli Stati Uniti si stiano già muovendo per spezzare il fronte, che ha visto la convergenza di molti Stati latino-americani e il loro sostanziale accordo nel ribadire il rifiuto della tradizionale politica interventista statunitense non solo nel continente latino-americano. Ma questa è ovviamente tutta un'altra storia. Per ora ci limitiamo a concludere citando il nostro amico cubano, Pablo Rodríguez che, visitando dopo molti anni l'Europa, si è dichiarato profondamente colpito dai livelli di miseria e di povertà visibili tra la popolazione del continente. Ha anche osservato che è proprio da queste stesse misere condizioni che, confrontandosi in forme diverse con la politica aggressiva degli Stati Uniti, i governi progressisti latino-americani stanno cercando di sollevare le masse popolari dei loro Paesi, ed ha aggiunto, perplesso, in attesa di una risposta: “E voi dove state andando?”.  

Note 

[1] Con tale avvenimento si instaurò a Cuba il cosiddetto periodo especial en tiempo de paz che significò negli anni 1990-1993 la caduta del 36% del PIL e che probabilmente oggi può considerarsi concluso.  

[2] Ovviamente sempre per ragioni internazionali e nazionali, che hanno reso possibile una più armoniosa convivenza tra atei e credenti, e non per la “benevolenza” di qualcuno.  

[3] Gli antirivoluzionari hanno definito questa misura la “pietrificazione” della Costituzione cubana, che può dunque essere modificata solo con il suo ribaltamento.  

[4] Ossia, non l'ha fatto perché si è reso conto che la sua politica era sbagliata, ma - giacché ha ragione Fidel Castro quando dice che degli Stati Uniti non bisogna fidarsi mai – che era opportuno adottare una strategia più adeguata all'oggi.  

16/07/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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