Gli Stati Uniti hanno sempre più difficoltà a portare avanti l’aggressione imperialista all’Iran. Il debito e gli interessi hanno battuto ogni record e questi ultimi hanno per la prima volta superato le spese militari, a dimostrazione del fatto che la guerra non consente di superare la crisi di sovrapproduzione, a meno che non se ne facciano pagare le spese ad altri. Tuttavia né gli alleati europei, né gli anglosassoni, né i paesi del Golfo o gli alleati dell’estremo oriente intendono sobbarcarsi, più di tanto, le spese di una guerra condotta unilateralmente da Usa e Israele senza nemmeno preavvisare gli alleati. Peraltro la politica di dazi, il continuo sostegno alle opposizioni di destra estrema e la progressiva diminuzione del sostegno statunitense agli alleati favorisce il progressivo isolamento di Stati Uniti e Israele a livello internazionale, rendendo più arduo proseguire questa forma di guerra.
Inoltre gli aggressori non hanno più obiettivi legittimi da colpire, dovrebbero intraprendere una guerra apertamente terroristica, ma questo esporrebbe gli alleati dell’area e i traffici internazionali a un ulteriore deterioramento. Peraltro la sicurezza dei traffici internazionali e degli alleati degli Stati Uniti erano uno dei punti cardine della capacità di egemonia degli Usa, che vive attualmente l’apice della propria crisi.
La guerra si combatte e vince innanzitutto sul piano politico. Abbiamo già visto che, sul piano della politica estera, il conflitto è stato controproducente. Anche sul piano della politica interna la guerra è stata una sconfitta per gli Usa e una vittoria per il regime sionista e degli ayatollah in Iran. Negli Stati Uniti è in costante crescita l’avversione alla guerra all’Iran, alla politica estera statunitense e a Trump. Con le elezioni di metà mandato alle porte e i prezzi dei beni di prima necessità, a cominciare dai carburanti, in forte crescita, i Repubblicani non possono permettersi di riprendere una guerra aperta. Del resto Trump era stato convinto da Netanyahu ad attaccare con l’illusione che il regime iraniano, in fortissima crisi, sarebbe caduto o sarebbe stato rapidamente rovesciato dall’opposizione popolare, una volta decapitato con l’aggressione terrorista a “sorpresa”. È successo l’esatto contrario, il regime si è decisamente rafforzato e la mobilitazione popolare è venuta meno. Dinanzi a una aggressione imperialista il popolo iraniano ha considerato come principale nemico gli aggressori. D’altra parte sia in Israele che in Iran i regimi si tengono in vita con la guerra, perciò le forze più estremiste di destra e guerrafondaie tendono a prevalere in entrambi i paesi insieme alla casta militare. Nel frattempo negli Stati Uniti cresce l’opposizione al sionismo che ha trascinato Trump in guerra.
Tutto ciò ha permesso uno sviluppo, come mai c’era stato negli Usa, di forze che si richiamano alla tradizione socialista democratica e, più in generale, nelle primarie del Partito Democratico si affermano candidati contrari al sionismo, nonostante la lobby filoisraeliana sovvenzioni pesantemente i candidati a loro vicini. Non a caso i Repubblicani stanno cercando di rilanciare la caccia alle streghe contro il radicalismo di sinistra.
Inoltre, e questo è un fattore di portata storica internazionale, la guerra fondata sui soldi e, di conseguenza, sullo sviluppo tecnologico di grandi armi di distruzione di massa ha subito una battuta di arresto causata da una forma di guerra o di guerriglia portata avanti dagli iraniani con droni, piccole imbarcazione e piccole formazioni militari pronte a colpire e a nascondersi. Gli Stati Uniti hanno finito con l’esaurire i costosissimi rifornimenti per lo scudo missilistico, per colpire droni iraniani prodotti a un costo bassissimo. Le enormi portaerei si sono dimostrate troppo difficili da manovrare e troppo dispendiose contro la tattica di guerriglia delle piccole, ma più agili, imbarcazioni iraniane. Una logica che ricorda la sconfitta della Invincibile armada spagnola dinanzi alle navi incendiarie lanciategli contro dai corsari alla guida della flotta inglese.
Va, infine, considerato che gli Stati Uniti e Israele non si possono permettere, in primo luogo politicamente, una guerra di terra, sbarcando nel territorio iraniano. Si tratterebbe di una guerra che i militari statunitensi da troppi anni non sono allenati a combattere a differenza di iraniani e israeliani. Ma mentre in Iran la morte dei combattenti non ha un peso così alto sulla società civile, in Israele non ci si può permettere politicamente un numero non trascurabile di caduti.
Gli Stati Uniti vivono una delle peggiori crisi della loro storia. All’interno del paese la polarizzazione è massima, ai limiti di una nuova guerra civile e anche lo scontro fra apparati dello Stato ha raggiunto un livello di guardia.
La Repubblica Popolare Cinese vive una fase di transizione. Le sue tentazioni imperialiste o subimperialiste hanno certamente subito una battuta di arresto dopo l’aggressione degli Stati Uniti a Venezuela e Iran che i cinesi non sono stati in grado di sostenere in modo adeguato dal punto di vista politico e militare. D’altra parte la perdita di egemonia da questo punto di vista è stata compensata dalla dimostrazione di maggiore affidabilità del paese, di contro a una direzione apertamente irrazionale come quella imperante negli Stati Uniti. Inoltre, se dal punto di vista economico la Cina è stata colpita in modo significativo dall’ indiretta aggressione imperialista statunitense, d’altra parte i suoi principali competitors sul piano politico-militare, Usa e Russia, si sono indeboliti per la partecipazione diretta al conflitto, mentre la Cina ha guadagnato aumentando le esportazioni verso i paesi in guerra.
Sul piano interno, la politica di pace favorisce il governo cinese, anche se la crescente crisi di sovrapproduzione fa aumentare la sfiducia nel sistema attuale, in particolare fra le giovani generazioni che non hanno più dinanzi la prospettiva di un quasi certo miglioramento socio-economico come le quattro generazioni precedenti. Il regime, che per questo da una parte si indebolisce, d’ altra parte si rafforza a causa della nuova guerra fredda scatenatagli contro dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Anche la Russia vive una non facile fase di transizione. La rottura della subalternità all’imperialismo occidentale ha fatto crescere la sua capacità di egemonia nei paesi non allineati. In particolare la capacità di resistere e, potenzialmente, di vincere la guerra con la Nato per interposta Ucraina, ha portato diversi paesi poveri dell’Africa a chiedere sostegno ai russi. Più in generale la Russia è divenuto quello che la Cina era giù sul piano economico, cioè un credibile contrappeso allo strapotere dell’imperialismo occidentale dopo la vittoria nella guerra fredda.
Tuttavia la guerra indebolisce l’economia russa, rafforza le forze guerrafondaie imperialiste e la casta militare e fa così decrescere la capacità di egemonia all’interno del paese. Anche se, pure in questo caso, c’è l’importante controtendenza per cui essendo di fatto un'aggressione della Nato per interposta Ucraina, il popolo russo è portato a fare blocco contro gli “invasori” stranieri.
La Russia continua ad avere la meglio in questa terribile e lunghissima guerra di posizione. L’Ucraina è riuscita a reagire con una guerra di droni volta a esportare il conflitto sul territorio dell’invasore russo. D’altra parte questi continui ed efficaci attacchi stanno favorendo un degenerare della guerra nella forma delle guerre terroristiche, condotte dai paesi imperialisti.
L’Unione europea ha finito con il perdere la propria capacità di egemonia a livello internazionale, dimostrandosi troppo succube dell’imperialismo Usa e israeliano. A livello economico è fra i paesi più colpiti seppur indirettamente dalla guerre nell’Europa orientale e nel sudest asiatico. Ciò non può che aggravare la crisi di sovrapproduzione che ha quasi azzerato le capacità di crescita europee.
L’Ue resta unione essenzialmente economica e finanziaria, mentre l’integrazione politico-militare procede molto lentamente. Per ovviare a tutti questi problemi l’Ue ha deciso di puntare tutto su una politica di riarmo e un’economia di guerra.
L’assenza di unità politica fa però sì che ognuno si riarmi autonomamente. Questa situazione va a vantaggio del paese dominante: la Germania. Dopo essere stata costretta, a causa della sconfitta nei due conflitti mondiali, a un nanismo militare che non poteva che favorire il conseguente nanismo politico, la Germania ha la possibilità di riarmarsi. Si apre così l’opportunità di non dipendere più dai paesi vincitori della Seconda guerra mondiale e di affermare ancora di più il proprio predominio sull’Europa centro-occidentale.
Cosa ci guadagnano gli altri paesi? In primo luogo che il conflitto in prospettiva con la Russia gravi sulle spalle dei tedeschi. Inoltre, gli altri paesi come godono della protezione dell’enorme potenziale bellico statunitense potranno beneficiare anche di quello tedesco.
Inoltre avranno modo di riarmarsi, provando così ad aggirare la crisi di sovrapproduzione. Infine potranno irregimentare la società e rendere il loro potere ancora più autoritario. Il nazionalismo, in particolare in paesi in grado di portare avanti politiche imperialiste, è sempre uno degli strumenti migliore affinché le destre, pur facendo gli interessi dei più ricchi, siano in grado di mantenere una capacità di egemonia sul resto della società.
Un secondo aspetto determinante a spiegare la capacità di egemonia delle destre oligarchiche è il razzismo, che rappresenta una vera e propria guerra contro i più poveri. Si tratta di una guerra in cui possono essere arruolati anche gli ultimi dei paesi ricchi, che solo per il diritto di cittadinanza possono pretendere privilegi da cui sono esclusi i poveri stranieri.
