L'Asia di Obama (e di Hillary)

Con l'avvicinarsi delle elezioni americane si accentuano le posizioni anticinesi dei candidati in corsa per la Presidenza. 


L'Asia di Obama (e di Hillary) Credits: da https://www.flickr.com/photos/usdagov/

Obama ha riconquistato alcune delle posizioni perse in Asia, nel contenimento della Cina. Tutti i candidati alle primarie esprimono posizioni anti cinesi, anche se per ragioni diverse. Hillary Clinton sfoggia la sua esperienza da Segretario di Stato nell'affrontare Pechino.

di Paolo Rizzi

L'attenzione del mondo è puntata sulle elezioni presidenziali statunitensi. Per molti media mainstream la campagna è già cominciata e l'argomento principale è l'inaffidabilità di Donald Trump in politica estera contro l'esperienza di Hillary Clinton.

Va infatti ricordato che la candidata democratica è già stata Segretario di Stato (ministro degli esteri nelle terminologia statunitense) dal 2009 al 2013. In questo periodo è stata molto attiva come ministro, al punto di entrare in contrasto diretto col Presidente Obama, come sulla questione siriana [1].

L'Asia di Bush

Clinton e Obama sono invece andati di comune accordo sulla gestione dell'Oceano Pacifico, tanto che lo stesso termine “perno sull'Asia”, ormai largamente interpretato come “dottrina Obama”, è stato coniato dalla Clinton stessa.

Il perno sull'Asia nasce dalle ceneri della dottrina Bush. Nonostante le bellicose dichiarazioni contro la Corea del Nord e la retorica anti cinese delle elezioni del 2000, le amministrazioni di Bush Junior si erano concentrate sul tentativo di ricostruire il medio oriente a proprio piacimento, a scapito dell'attenzione verso l'Asia dell'Est. Questa mancanza di attenzione è andata tutta a favore della Cina che, tra il 2000 e il 2008, è riuscita a ricucire i rapporti anche con gli stati più tradizionalmente filo americani dell'area (Filippine e Australia) e con l'ASEAN, l'organizzazione regionale degli stati “minori” dell'area. Nata come organizzazione anti sovietica e anti cinese, l'ASEAN non ha mai avuto la compattezza della NATO e si è invece sviluppata come un'organizzazione di cooperazione economica in cui i cinesi hanno saputo infilarsi con il peso della loro crescita.

Il perno sull'Asia

Uno dei primissimi atti di Obama da Presidente statunitense fu una visita in pompa magna all'allora Presidente cinese, Hu Jintao. All'epoca molti commentatori salutarono in maniera entusiasta la nascita di un G2: le due maggiori potenze mondiali si mettono insieme per risolvere la crisi economica (mentre molti ovviamente esultavano anche per l'impressione che la Cina si accodasse agli USA)! La realtà è stata molto più terra-terra: i due paesi hanno mantenuto relazioni pacifiche e interessi diversi, la Cina non ha accettato di essere la gregaria degli Stati Uniti e la crisi economica mondiale non è stata risolta.

Quello che era importante era che Obama individuava correttamente l'est asiatico come nuovo centro del mondo su cui gli Stati Uniti dovevano tornare a fare perno dopo aver perso troppo tempo nelle avventure mediorientali di Bush jr. Da qui la necessità di ricostruire pazientemente i rapporti con paesi che erano stati lasciati nel tempo scivolare verso Pechino. Un esempio è l'Australia, entrata in un accordo di libero scambio con la Cina e, dal 2007 al 2010, governata da Kevin Rudd, probabilmente il primo capo di stato di un paese “bianco” e “democratico” a essere considerato “filo cinese”. Rudd è sta costretto alle dimissioni per lotte interne al suo partito e al suo posto è stato instaurato un primo ministro filo statunitense e il paese ha firmato il TPP. Il TPP, per quanto il processo di contrattazione l'abbia annacquato, è da considerare a tutti gli effetti una vittoria per Obama che, dopo anni di difficoltà, è riuscito a far approvare un atto che dovrebbe bilanciare l'influenza del commercio cinese in stati come la Malaysia (dove risiede una vasta comunità d'affari cinese) e il Vietnam.

Oltre alle manovra "ai fianchi" il perno sull'Asia ha visto anche interventi più diretti nei confronti della Cina. In particolare, è stata Hillary Clinton a intervenire proponendosi come mediatrice tra Cina popolare e Taiwan. Da anni i due paesi hanno raggiunto un accordo informale per il rispetto dello status quo, mentre l'intervento della Clinton si è posto come una pesante critica a Pechino, di fatto accusando la Cina popolare di rendere necessaria la difesa da parte degli USA. Una mossa che non è piaciuta a Pechino ma che non è piaciuta neanche alla maggioranza delle elites di Taiwan, schierate contro ogni ipotesi di cambiamento dei rapporti che minacci gli affari con la Cina.

Militarmente, il perno sull'Asia ha significato l'aumento di truppe nell'area. Un totale di più di 77mila soldati americani sono schierati nell'est asiatico, di cui 52mila in Giappone e 25mila in Corea del Sud. L'aumento di truppe è in realtà di poche migliaia di soldati e rimane comunque sotto il livello degli anni '90. Si accompagna però a una ripresa della spesa militare da parte degli stessi sudcoreani e, soprattutto, giapponesi.

L'Asia di Hillary

Da ministro degli esteri Hillary Clinton ha quindi  assunto una posizione di confronto aspro con la Cina. Da candidata alla presidenza, altrettanto. Va detto che durante le primarie la Clinton si è trovata pressata da destra e da sinistra sull'argomento Cina. Da un lato Donald Trump che dà voce agli affaristi che considerano i cinesi dei manipolatori di valuta, dei concorrenti sleali che Bill Clinton non avrebbe dovuto potere dentro all'Organizzazione Mondiale del Commercio. Dall'altro lato Bernie Sanders che giustamente lamenta i posti lavoro persi a causa della delocalizzazione. Per questo Hillary Clinton si è dovuta presentare al congresso del maggiore sindacato statunitense, l'AFL-CIO, con un discorso anti cinese.

Le posizioni più dure espresse in campagna elettorale dai candidati ovviamente diventeranno più accomodanti nella pratica. Una citazione, pronunciata molto tempo prima della campagna elettorale, indica però bene quale sarà l'atteggiamento di Hillary Clinton in caso di vittoria:”Gli Stati Uniti, come ogni altra nazione, hanno un interesse nazionale nella libertà di navigazione, nell'accesso ai beni comuni marittimi e nel rispetto del diritto internazionale nel Mar Cinese Meridionale”. Dietro alle parole apparentemente di buon senso, il significato è che Hillary Clinton si opporrà alle rivendicazioni territoriali cinesi, mentre i “beni comuni marittimi” indicano che gli USA intendono essere liberi di navigare ovunque, indipendentemente dalle acque territoriali altrui.

Note:

[1] Il medioriente di Obama

03/06/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: da https://www.flickr.com/photos/usdagov/

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L'Autore

Paolo Rizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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