La vittoria di Syriza e il ruolo dei comunisti

La vittoria di Syriza e di Tsipras in Grecia è un evento storico perché per la prima volta nell'Unione Europea una forza autenticamente di sinistra vince e governa. Ora però l'obiettivo assai più difficile è quello di far uscire la Grecia dal baratro. Un obiettivo già arduo in sé nel contesto di questa Europa complicato da un’alleanza di governo “spuria” con ANEL.


La vittoria di Syriza e il ruolo dei comunisti

La vittoria di Syriza e di Tsipras in Grecia è un evento storico perché per la prima volta nell'Unione Europea una forza autenticamente di sinistra vince e governa. Ora però l'obiettivo assai più difficile è quello di far uscire la Grecia dal baratro. Un obiettivo già arduo in sé nel contesto di questa Europa complicato da un’alleanza di governo “spuria” con ANEL.

di Ascanio Bernardeschi e Andrea Fioretti

La vittoria di Syriza e di Tsipras in Grecia è un evento storico.  Per la prima volta dalla nascita dell'Unione Europea una forza autenticamente di sinistra vince le elezioni e va al governo. Tutto ciò avviene in uno dei paesi più colpiti dalla crisi e dalle politiche di austerità. Avviene nonostante le potenti forze contrarie dispiegate dai poteri finanziari, politici e mediatici di tutta l'Europa.

Questo successo apre prospettive nuove non solo in Grecia. In particolare le apre nei paesi cosiddetti PIIGS. Esiste ora la possibilità di interrompere l’egemonia delle forze liberiste e di canalizzare a sinistra il malcontento sociale, finora paurosamente indirizzato, in diverse realtà, verso forze di destra e xenofobe.

Il primo obiettivo, quello di vincere, è stato raggiunto. Ora bisognerà pensare all'obiettivo assai più difficile di far uscire la Grecia dal baratro in cui era caduta. Un obiettivo già problematico in sé, ancora più arduo da realizzare nel contesto di questa Europa e complicato da un’alleanza di governo con la formazione della destra anti-austerity di ANEL.

Questa alleanza “spuria” infatti è stata determinata, a detta dei dirigenti di Syriza, dalla mancanza di una maggioranza parlamentare autosufficiente e dalla assenza di interlocutori disponibili a sinistra.

In queste condizioni Syriza può procedere al suo programma sociale su recupero salariale e ripristino del welfare cancellato, ma alla lunga la tenuta di questo “programma minimo” di rottura con le politiche della Troika in Grecia potrebbe dipendere anche da altri due fattori: la capacità, parallelamente all’azione di governo, di una mobilitazione attiva e di massa a “sentinella” dell’attuazione del programma (questo potrebbe ostacolare anche eventuali colpi di coda di ANEL) e un confronto serrato per il superamento delle diffidenze che impediscono un’alleanza coi comunisti del KKE per aprire una prospettiva anticapitalista duratura e radicata anche nel movimento operaio e sindacale (radicamento di cui il KKE gode in maggior misura, attraverso il PAME, Fronte di Tutti i Lavoratori).

D’altra parte anche la prospettiva riformista minimale di sfuggire alle più gravi conseguenze delle decisioni della Troika e dei creditori, con un debito intorno al 175% del PIL e le paranoiche regole dell'UE, richiederebbe la messa in discussione dell'attuale assetto europeo. Figuriamoci restituire gli stipendi, le pensioni tagliate dal precedente governo, dare lavoro a 300mila disoccupati, elevare il salario minimo, eliminare le leggi che hanno precarizzato il lavoro e tolto le garanzie dei lavoratori, dare 30mila nuovi appartamenti a chi ne ha bisogno, fornire pasti ed energia a 300mila famiglie indigenti, garantire l'assistenza sanitaria anche agli indigenti, assicurare servizi di trasporto gratuiti agli anziani, diminuire le tasse ai redditi più bassi, riaprire la TV pubblica!

Dove trovare le risorse se non erodendo i profitti e le rendite e procedendo a una massiccia redistribuzione della ricchezza in ambito europeo? Come evitare la fuga dei capitali in cerca di migliori prospettive di lucro? Come affrontare la competizione internazionale con un costo del lavoro inevitabilmente crescente?

Crediamo perciò che sia necessario non lasciare la Grecia sola, spingere per rompere la gabbia europea, rendere più difficile la vita ai capitali e agli speculatori anche fuori da quel paese, lavorare per favorire un'integrazione economica auto-centrata, almeno tra i cosiddetti PIIGS, e una collaborazione con alcuni paesi emergenti: per esempio Brasile, Venezuela e altri paesi dell’America Latina che si sono liberati dal giogo statunitense, e poi Cina, Russia ecc...

La sinistra italiana non è certo nella condizione di fare la mosca cocchiera e dare consigli a Tsipras. Ma ha il dovere di sviluppare lotte e agire in direzione della solidarietà internazionale, della composizione di un fronte vasto contro le politiche liberiste.

Il fallimento del welfare state un po’ ovunque ci ha dimostrato che il riformismo, da un certo punto in poi, non è più sostenibile, che bisogna cambiare paradigma. Se vogliamo che non siano i profitti a guidare le scelte economiche, ma i bisogni reali, deve essere rafforzato il ruolo dello Stato. Tutto questo, nel contesto della globalizzazione, non può prescindere dal rafforzamento delle relazioni economiche e degli scambi tra i paesi che lavorano per un nuovo socialismo.

Di fronte ai Greci ci saranno dure lotte e decisi provvedimenti di politica economica. Ce la potranno fare se si sviluppa anche una forte solidarietà internazionale. Se la Grecia non dovesse farcela, si ridurrebbero le speranze per tutti e, nel ciclone della crisi attuale, si allargherebbero gli spazi della destra xenofoba e della reazione.

Già nei media e nel social network si sta alimentando la paura che la remissione dei debiti greci costerà cara alle popolazioni dei paesi creditori, tra cui anche il nostro. Bisognerà chiarire con buoni argomenti che i nostri crediti verso la Grecia sono stati concessi per salvare i grossi istituti bancari creditori.

Bisognerà pretendere che si analizzino le cause del debito e si agisca di conseguenza. Dobbiamo dimostrare che le forme di “rinegoziazione” dei debiti, specie se accompagnate da movimenti di lotta, sono un’opportunità anche per il nostro paese che in fatto di debito non sta poi tanto meglio della Grecia.

Insomma, la lotta contro il liberismo deve essere sviluppata su tutti i fronti. Per essere efficaci sul piano interno, bisogna pensare anche a quello internazionale. E, specularmente, la solidarietà internazionale si fa anche lottando per battere le politiche di austerity nel nostro paese.

31/01/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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