Le cause di Euromaidan ed il futuro dell’Ucraina - II parte

Analisi delle cause di Euromaidan: il ruolo della frammentazione linguistico e religiosa e quello della corruzione.


Le cause di Euromaidan ed il futuro dell’Ucraina - II parte

Continua dalla prima parte

2.1. La causa possibilitante: la frammentazione linguistica e religiosa

La frammentazione sociale della popolazione ucraina può essere considerata la causa, per così dire, “possibilitante” di Euromaidan come lo è stata per la Rivoluzione Arancione del 2004. Quando Yanukovych divenne Presidente nel 2010 l’attitudine rivoluzionaria emersa nel 2004 con la Rivoluzione Arancione s’era oramai sopita rivelando l’apatia politica degli Ucraini. L’Ucraina è, però, uno Stato multinazionale, multietnico e multiconfessionale la cui complessità i governanti non sono stati in grado di gestire. La descrizione più sintetica del rapporto degli Ucraini con il potere politico è quella di «sudditi» (come definita in Almond e Verba 1963). Si tratta di cittadini tendenzialmente poco attivi politicamente poiché convinti di non avere alcuna influenza sul sistema politico in cui vivono. Ciononostante, essi dimostrano una spiccata conoscenza degli effetti che la politica ha sulle loro vite. In definitiva, per gli Ucraini la legge era qualcosa a cui obbedire, non qualcosa alla cui formazione [possono] contribuire» (Almond e Verba 1963, 117). Tuttavia, in particolari condizioni anche una popolazione di sudditi può esser sospinta alla rivolta da forme più o meno istituzionalizzate di discriminazione.

Oltre alla frattura linguistica tra Ucrainofoni e Russofoni, ad alimentare il conflitto intestino v’è stata pure la conflittualità religiosa. Ad oggi, infatti, le questioni religiose sono sin troppo importanti per la politica degli Stati est-europei. Il rapporto tra le due sfere – che teoricamente coesisterebbero in autonomia – può ritenersi mutuamente benefico per i due attori sociali. Il clero ne ricava denaro e prestigio; mentre i politici, specie quelli populisti, ottengono il supporto del clero nella propria caccia ai voti. Di fatto, «I vescovi [...] sono ‘padroni’ di certe regioni» e, come tali, sono sempre «in prima linea nella lotta politica» (Victor Gotisan, esperto di affari politici e religiosi, citato in Necsutu 2019).

Più in generale, molti analisti considerano la Chiesa Ortodossa Russa uno strumento al servizio degli interessi russi nel mondo slavo e non solamente «un vettore per il conformismo, il controllo sociale […], l'autoritarismo e l'imperialismo» (Radu 1998, 288). Negli anni la Chiesa è divenuta uno strumento di soft power capace di fare della Russia l’«ultima speranza spirituale del mondo» (Metropolitan Archbishop Christopher 2011), seminando «propaganda, simpatie filo-russe, discordia ed instabilità tra la popolazione europea» (Matveev 2018, 8). Dal canto loro, le stesse autorità politiche hanno adottato misure repressive e/o discriminatorie nei confronti delle diverse confessioni (per es. le discriminazioni contro le fedi non-ortodosse nella Repubblica Popolare di Donetsk 2015; per un’analisi specifica di questo tema si veda: Chapnin 2018).

In questo senso è significativo che il grosso dei protestatari siano Ucrainofoni cattolici o greco-ortodossi. Ovviamente i Russofoni ortodossi si sono espressi fermamente contro Euromaidan. Infine, gli etnici tatari musulmani sono neutrali oppure spaventati dal pugno duro utilizzato da Mosca per ripristinare l’ordine in Crimea (Resneck 2014). Dalla ri-annessione ad oggi, infatti, le autorità hanno sottoposto la Crimea ad uno «Stato d’eccezione che ricorda quelli imposti altrove da alcuni stati occidentali come parte della cosiddetta “guerra al terrore”» (Coynash e Charron 2019). Tale stato d’eccezione ha fornito il pretesto per un grado particolarmente elevato di repressione inclusi: processi amministrativi in cui ad ogni accusato sono concessi non più di 10 minuti e si arriva a sentenza in meno di 30 (Coynash 2019); e casi di sparizione forzata verificati dalla Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina (HRMMU 2019).

2.2. Il fattore precipitante: la sfiducia negli apparati governativi

Il fallimento delle élite politiche nel portare a termine i processi di costruzione dello Stato e della Nazione e “riforme” post-sovietiche che hanno beneficiato solo la minoranza della popolazione a danno della maggioranza sono, in ultima istanza, i principi generatori della sfiducia nelle istituzioni governative. Parallelamente, l’ampliamento a macchia d’olio della base sociale coinvolta nel movimento di Euromaidan fu, non in piccola parte, favorito dai difetti del regime politico ucraino. Di fatto, lo smantellamento dello stato sociale, il deterioramento della situazione economica generale e la ineffettività dei diritti civili sono presupposti necessari della rivoluzione sociale.

Tuttavia, da sole queste circostanze non bastano per giustificare un sommovimento della portata di Euromaidan. A riprova di ciò stanno tutti gli Stati con risultati peggiori dell’Ucraina nel 2004 in tutti o quasi gli indicatori economici ed in cui non vi sono avvisaglie di alcuna rivoluzione. I sommovimenti epocali necessitano di larghi strati della popolazione a tal punto delusi dall’incapacità del governo di migliorare la loro vita da accettare un salto nel vuoto. Nel caso dell’Ucraina questo principio parrebbe confortare questo approccio dal fatto che nel 2014 la fiducia nelle istituzioni toccò nuovi minimi mentre la percezione della corruzione iniziava la propria crescita inarrestabile. La maggior parte della popolazione ostentava da anni una certa rassegnazione per le politiche statali così come per le tendenze autoritarie dei governanti.

Nelle parole degli analisti della statunitense Gallup tra gli Ucraini v’è una «diffidenza profondamente radicata verso i governi e molte istituzioni nazionali».Di fatto, l’Ucraina è arrivata ultima per anni in tutti i principali indici di fiducia nelle istituzioni politiche statali per anni. Durante la presidenza Yanukovych, la fiducia nel governo nazionale non ha mai superato il 24% del 2010. Subito dopo Euromaidan, con l’ascesa di Poroshenko nel giugno 2014, gli Ucraini hanno riacquisito parte della fiducia persa nella propria leadership: l’approvazione del governo ritornò al 24%. Tuttavia, queste speranze svanirono rapidamente quando il governo non riuscì a realizzare le riforme per cui s’era lottato in piazza. Dal 2015 la fiducia non ha mai superato al 14% e nel 2018 è rimasto inchiodato, per il secondo anno consecutivo, al dato più basso al mondo: il 9%. I numeri sono ancor più impressionanti se confrontati con la media globale (56%) e, soprattutto, la mediana regionale per gli stati ex-sovietici/post-socialisti (48%). Come se ciò non bastasse, nel 2014 l'84% degli Ucraini percepiva la corruzione come dilagante negli apparati governativi. Questo valore ha raggiunto l'88% nel 2015 ed ha continuato a crescere fino a raggiunge il 91% attuale nel 2017.

D’altronde, regressione socio-economica e percepita inettitudine degli apparati governativi non sono due ordini di fatti scollegati. Si può argomentare che il deterioramento sociale acceleri la corruzione dilagante tra le élite o almeno i dati statistici sembrano andare in questa direzione. Difatti, il Rapporto sulla percezione della corruzione pubblicato da Transparency International (2014) vedeva l'Ucraina perdere tre punti rispetto al rating dell'anno precedente. Ciò la relegava al 144° posto insieme a Nigeria, Papua Nuova Guinea, Iran, Camerun e Repubblica Centrafricana. Tuttavia, altre Repubbliche ex-sovietiche non si sono classificate molto meglio: la Federazione Russa era 127a; il Kazakistan 140°; il Turkmenistan e l'Uzbekistan chiudevano al 168°. Eppure, i ben più dittatoriali regimi politici sono rimasti immuni a rivolte della scala di Euromaidan.

La spiegazione di ciò va ricercata nella speranza di miglioramento insita nel processo di integrazione europea. Entrare nell’UE ed adottarne gli standard avrebbe portato alla modernizzazione economica e politica. Lo stop al il processo d’integrazione europea ha comportato il crollo di quella speranza e, come si vedrà nel prossimo articolo, fatto scoccare la scintilla che ha acceso la fiamma della rivoluzione. Cosa del tutto illusoria se guardiamo alle condizioni degli europei, in particolare dei lavoratori e dei ceti medi.

Continua sul prossimo numero

13/10/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Fabio Telarico

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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