Le tante ragioni del NO al TTIP

Nel Trattato Transatlantico per il libero commercio e gli investimenti tra Unione Europea e Stati Uniti (TTIP) che tra pochi giorni sarà ridiscusso a Strasburgo, si prevede anche l’inserimento dell’arbitrato internazionale per le controversie tra Stati e investitori privati esteri. Una clausola pericolosissima per lo stato di diritto e per l’autodeterminazione di ogni singolo stato firmatario del futuro trattato.


Le tante ragioni del NO al TTIP

Nel Trattato Transatlantico per il libero commercio e gli investimenti tra Unione Europea e Stati Uniti (TTIP) che tra pochi giorni sarà ridiscusso a Strasburgo, si prevede anche l’inserimento dell’arbitrato internazionale per le controversie tra Stati e investitori privati esteri. Una clausola pericolosissima per lo stato di diritto e per l’autodeterminazione di ogni singolo stato firmatario del futuro trattato.

di Beatrice Bardelli

Chi è causa del suo mal pianga se stesso – recita un vecchio adagio. Ma l’Italia, ovvero il nostro governo, farà piangere lacrime di sangue agli italiani se il nostro paese sarà condannato a sborsare milioni di euro per la causa che gli è stata intentata da tre colossi dell’energia internazionale. La notizia è stata resa pubblica poco più di una settimana fa dagli instancabili investigatori della Campagna Stop TTIP Italia (http://stop-ttip-italia.net) che hanno scoperto nel sito dell’ICSID, il Centro Internazionale di Risoluzione delle Dispute – legato alla Banca Mondiale – che tre investitori di energie rinnovabili (il belga Blusun S.A., il francese Jean- Pierre Lecorcier ed il tedesco Michael Stein) hanno denunciato la Repubblica Italiana per i tagli agli incentivi al sistema fotovoltaico. Probabilmente (le carte processuali non sono pubbliche grazie proprio alla contestata clausola ISDS) la denuncia si riferisce al decreto Romani del 2011, dettato dalla decisione del governo di “risparmiare” sugli incentivi al sistema fotovoltaico. Benché il tribunale dell’ICSID si sia costituito il 12 giugno dell’anno scorso con la francese Dentons Europe come consulente di parte per gli investitori e nonostante che il “caso Italia” sia stato inserito in un dossier della Commissione Juri del Parlamento Europeo del 2014, ad oggi, niente è ancora trapelato dalle segrete stanze di Palazzo Chigi.

Tuttavia, un dato è certo. L’Italia dovrà rispondere, per la prima volta nella sua storia, ad una denuncia causata da un ISDS (Investor-State Dispute Settlement), l’arbitrato internazionale creato per risolvere le controversie tra Stati e investitori privati esteri che, da tempo, fa la parte del leone in molti trattati internazionali e che potrebbe essere inserito come clausola fondante anche nel TTIP, il Trattato transatlantico per il libero commercio e gli investimenti tra Unione Europea e Stati Uniti che tra pochi giorni sarà ridiscusso a Strasburgo. Che questa clausola sia pericolosissima per lo stato di diritto e l’autodeterminazione di ogni singolo stato firmatario del futuro trattato, lo dimostra proprio il recente caso che riguarda l’Italia legato alle sorti di un altro trattato, l’Energy Charter Treaty (ECT), il Trattato sulla Carta dell’Energia, firmato dal nostro paese nel 1994 (per favorire gli investimenti nel settore energetico tramite la protezione degli investimenti e il commercio nel settore dell’energia) e che contiene la contestatissima clausola ISDS.

E mentre il viceministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, continua ad assicurare che l’Italia non avrà niente da temere dall’arbitrato internazionale se questo sarà inserito nel TTIP, la realtà dei fatti dimostra il contrario. Uno dei tre colossi energetici che si sono appellati all’ISDS per denunciare l’Italia, la belga Blusun S. A., ha fatto ricorso perché si è vista bloccare un progetto da 400 milioni di euro a causa dei tagli previsti dal decreto Romani. Non direttamente ma sicuramente indirettamente. Infatti, la Blusun, di proprietà di facoltosi imprenditori francesi e tedeschi, possiede il 50% delle azioni della Eskosol (l’altro 50% è dell’Unicredit), la società di diritto italiano che ha affidato alla Siemens la costruzione di un impianto fotovoltaico a Brindisi che doveva diventare il più grande d’Europa (potenza di 120 megawatt). Il progetto non si farà ma l’investitore vuole essere risarcito per i danni subiti appellandosi proprio alla clausola ISDS dell’ECT. E non basta che l’Italia abbia deciso nel dicembre dell’anno scorso (Legge di stabilità) di uscire dal suddetto Trattato a seguito della decisione del governo tagliare una serie di spese ritenute superflue per un risparmio complessivo, nel 2015, di poco più di 25 milioni di euro e di quasi 8 milioni e mezzo dal 2016 in poi.

In questo contesto il Mise, il nostro Ministero dello Sviluppo Economico, ha deciso di abbandonare il Trattato in questione (primo ed unico paese sui 52 stati membri) per non pagare più la quota annuale di ammissione, circa 370mila euro l’anno, dal primo gennaio 2016. Se, come ha dichiarato lo stesso Mise al Sole 24 Ore lo scorso 25 aprile, la Commissione Ue ha dichiarato possibile il recesso dall’ECT, sembra tuttavia che sia mancato un serio dibattito sulle conseguenze di questa decisione che, se farà risparmiare sul momento, qualche centinaia di migliaia di euro, non eviterà eventuali condanne multimilionarie al nostro Paese. Infatti, ai sensi dell’art. 47 del Trattato, l’accordo, con relativa copertura da ISDS degli investimenti esteri, resterà in vigore per 20 anni ancora dopo il recesso in quanto si applica agli investimenti energetici fatti prima della data del recesso. E l’Italia, se sarà condannata, dovrà pagare. Spremendo le tasche degli italiani per i prossimi 20 anni. Per risarcire non solo i tre colossi di cui sopra ma anche tutti quelli che faranno ricorso appellandosi alla clausola ISDS. Secondo Global Arbitration Review, circa una dozzina di altri ricorsi rischiano, infatti, di essere presentati contro l’Italia.

Ma non è finita qui. E’ di tre giorni fa la notizia che l’Italia rischierebbe una nuova causa ISDS ancora una volta per provvedimenti legati alle energie rinnovabili. Questa volta nel mirino degli investitori ci sarebbe lo Spalma Incentivi, il decreto del governo Renzi che dispone tagli retroattivi delle sovvenzioni per impianti fotovoltaici anche già in funzione. L’iter è ancora alla “fase di pre-notifica”, ha dichiarato agli investigatori di Stop TTIP Italia, l’avvocato Rosella Antonucci dello studio Legance che assiste in Italia clienti decisi a ricorrere al tribunale della Banca Mondiale (ICSID) che gestisce i casi ISDS. Molti di loro, ha aggiunto Antonucci, “stanno considerando di avvalersi di questo rimedio in relazione agli effetti dello Spalma Incentivi”.

Intanto, anche in Italia ci si sta muovendo legalmente contro lo Spalma Incentivi. Lo scorso 26 giugno, il Tar del Lazio ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dello “spalma incentivi” fotovoltaico pronunciandosi su un ricorso di una società titolare di impianti fotovoltaici (per i quali un DM del 2007 prevedeva tariffe incentivanti) contro il Gse (Gestore dei Servizi Energetici Spa) e contro il Ministero dello Sviluppo Economico per l’annullamento del decreto ministeriale sulla “rimodulazione delle tariffe incentivanti per l’energia elettrica prodotta da impianti fotovoltaici”. Se la Consulta riconoscerà l’incostituzionalità del decreto, il GSE rischierà di dover restituire la differenza tra l’incentivo spettante e quello inferiore effettivamente corrisposto (oltre all’eventuale risarcimento dei danni) a tutte le società di fotovoltaico che si appelleranno alla sentenza. Una marea. Sono, infatti, già stati notificati al GSE940 ricorsi, di cui 19 al tribunale civile e 921 al Tar del Lazio, come ha ricordato Nando Pasquali, presidente e amministratore delegato del GSE, durante l’audizione dello scorso aprile dinanzi alla commissione Industria del Senato. E tutto questo a fronte di un risparmio previsto dallo Spalma Incentivi di quasi 395 milioni di euro nel 2015!

Evidentemente l’ossessione dei “tagli a tutti i costi” su voci di spesa random ha offuscato le menti dei nostri governanti che dimenticano di proposito quanto l’Italia spenda per la propria difesa militare (in barba all’art. 11 della nostra Costituzione): 80 milioni di euro al giorno secondo i dati del Sipri pubblicati lo scorso aprile. Altri dati che ci arrivano da più fonti sono decisamente preoccupanti. Negli ultimi 20 anni i governi dell’UE sono stati costretti a pagare più di 3,5 miliardi di euro in risarcimenti alle imprese private da corti di arbitrato internazionale. Ma questi sono dati relativi solo a 14 dei 127 processi che gli Stati membri hanno dovuto subire. Nonostante questo, la Commissione Europea insiste nel non voler cancellare l’ISDS nel TTIP ma di volerlo rendere più soft.

Secondo i dati pubblicati nel sito www.rinnovabili.it il Trattato sulla Carta dell’Energia è diventato l’accordo che ha scatenato il maggior numero di cause sorpassando addirittura il Nafta, il patto di libero scambio tra Canada, Stati Uniti e Messico. Tra i casi ISDS già conclusi e i casi ancora aperti si tocca la bella cifra di 608 con ben 101 governi inquisiti in tutto il mondo. E dei 356 casi chiusi, in più della metà dei processi gli Stati sono stati costretti a chinare la testa di fronte alle richieste di risarcimento danni di investitori privati. Tuttavia, “nel tritacarne dell’ISDS non finiscono solo provvedimenti censurabili come i colpi di scure sulle energie pulite – si legge in un comunicato di Stop TTIP Italia – . Anzi, spesso le aziende impugnano normative in difesa dell’ambiente, dei lavoratori o dei servizi pubblici. Possono farlo sfruttando definizioni volutamente vaghe di principi come “il trattamento giusto ed equo” inserite nei trattati internazionali sul commercio e gli investimenti”. Per tutti questi motivi, ha dichiarato Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia, continueremo a fare pressione sui parlamentari europei “perché le preoccupazioni di un numero sempre crescente di cittadini europei e degli oltre 54.000 italiani che hanno firmato la petizione STOP TTIP (https://stop-ttip.org/firma/) prevalgano e fermino il negoziato”.

Intanto la mobilitazione continua. Il 7 e 8 luglio all’Europarlamento si riparlerà di TTIP e dei suoi effetti sul futuro dei cittadini e delle cittadine europei.Non sarà un voto sul trattato, ancora da concludere, ma sui confini che il Parlamento europeo dovrà dare alla Commissione europea durante il processo negoziale. Sono le famose “linee rosse” non superabili. Chi vuole essere protagonista di questa battaglia troverà sul sito: http://stop-ttip-italia.net/il-7-e-8-luglio-il-ttip-torna-a-strasburgo-ecco-cosa-puoi-fare-tu/ una serie di azioni da fare (“ecco cosa puoi fare tu”).

Nulla è dato per scontato, e in questi ultimi giorni potremmo contribuire effettivamente a un cambiamento negli equilibri interni dei gruppi europarlamentari.

05/07/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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