Massacro a Rio de Janeiro

La recente operazione di polizia nella favela di Jacarezinho smaschera la politica securitaria del governo statale e nazionale, volta ad identificare gli abitanti delle favelas come potenziali trafficanti da eliminare.


Massacro a Rio de Janeiro

L’operazione di polizia del giovedì della scorsa settimana da parte della polizia militare di Rio de Janeiro nella favela di Jacarezinho, è stata la seconda più letale nello storia dello Stato e tra le più grandi nella storia del paese, arrivando a 28 vittime che potrebbero ulteriormente aumentare perché almeno 11 corpi non sono stati identificati. Tale massacro dimostra che la politica di “sicurezza pubblica” proposta dallo Stato di Rio de Janeiro non è cambiata, nonostante l’emergenza della pandemia in atto: blitz nelle favelas con sparatorie giustificate dall’apparente ricerca di armi e droga, che spesso si concludono con un nulla di fatto, lasciando per terra però la vita di molti innocenti. Oltretutto va fatto notare come tale azione sia stata fatta in violazione di una decisione del Supremo tribunale brasiliano, che proibiva operazioni di questo tipo, salvo casi di “assoluta emergenza” e dopo aver ottenuto il consenso della magistratura dello Stato di riferimento, che invece è stata avvisata nella mattina di giovedì, quando l’operazione era già cominciata.

Tale decisione aveva ottenuto lo scorso anno notevoli risultati, riducendo di oltre il 70% il numero delle sparatorie e del 50% il numero di feriti. Ma la situazione è cambiata a partire da novembre e solo nel 2021 il numero di massacri di questo tipo è giunto a 30, con almeno 130 morti. A metà del mese di aprile si era tenuta una riunione tra familiari delle vittime e vertici della polizia, proprio per trovare soluzioni meno violente, ma a quanto pare non sembra aver ottenuto i risultati sperati.

Nel caso specifico citato l’operazione è cominciata intorno alle 7 del mattino e ha visto poliziotti incappucciati entrare nella favela e che pare abbiano intensificato il fuoco dopo che uno di loro è stato ferito. La sparatoria è stata così intensa da colpire due passeggeri che aspettavano la metrò e da obbligare le persone a rimanere in casa per evitare i proiettili vaganti e a far chiudere temporaneamente i centri di vaccinazione contro il Covid. Le testimonianze degli abitanti sono terribili: si va da chi sostiene che la polizia gli abbia rivoltato, ovviamente senza mandato, la casa da cima a fondo, e chi sostiene che sia stato torturato e ucciso un membro del nucleo familiare, come testimonierebbero i residui del cervello presenti sul pavimento.

Nessuna motivazione è stata finora data dalla polizia sulla ferocia di tale operazione, che sembra sia stata organizzata come una “vendetta” contro l’uccisione di un poliziotto nella zona avvenuta nei giorni precedenti. E tutto ciò nonostante le denunce fatte dall’ordine degli avvocati e da alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani, che giustamente facevano osservare la brutalità dell’operazione e la totale assenza di prove per legittimarla. Per tutta risposta i poliziotti si sono trincerati dietro il fatto che gli uccisi fossero tutti dei “criminali” e che era necessario farla finita con la politica della vittimizzazione dei trafficanti.

Una linea questa sposata anche dal governo del paese, che tra Bolsonaro e Mourao non ha mancato di far osservare che ad essere uccisi fossero stati solo “banditi” e che per questo motivo non meritassero nessuna pena, dimostrando ancora una volta quale sia il loro concetto di sicurezza.

Quest’episodio rappresenta per molti in Brasile, soprattutto tra coloro che sono mobilitati nei movimenti popolari l’ennesima dimostrazione di quale sia la natura dell’approccio securitario molto in voga nel paese: uccisione di innocenti (presentati indistintamente come trafficanti o banditi) e elogio ai loro uccisori, spesso premiati e considerati come “eroi”. Eppure la lunga gestione dei governi del Pt avrebbe potuto cercare di riformare la polizia, dividendo chiaramente i compiti tra polizia ed esercito ed evitando che i poliziotti fossero addestrati come se dovessero intervenire in una guerra, ma evidentemente si è preferito dichiarare che tutto andasse bene oppure non si è avuto la forza di farlo. E neanche nei confronti del problema della droga i governi lulisti sono stati in grado di adottare una politica che superasse il citato approccio securitario, che produce da un lato sovraffolamento delle carceri e dall’altro le stragi quotidiane di cui non sempre si ha notizia.

14/05/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Matteo Bifone

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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