Palestinesi in Libano, sofferenza permanente

Dal 2000 il comitato “Per non dimenticare il massacro di Sabra e Chatila” visita i campi profughi palestinesi in Libano per sostenere il diritto al ritorno


Palestinesi in Libano, sofferenza permanente

Sono più di 450mila i palestinesi in Libano, vivono in 12 campi profughi distribuiti sul territorio libanese, da nord a sud passando per Beirut. Una lunga e drammatica storia che li accompagna sin dal 1948, anno della Nakba palestinese, anno della creazione dello stato di Israele sul loro territorio, costretti sotto la minaccia delle armi e il terrore dei massacri, compiuti dalle bande terroristiche sioniste in diverse villaggi palestinesi. I rifugiati palestinesi, oltre in Libano, si trovano anche in Giordania, Siria e nella stessa Palestina. Diversamente da altri rifugiati, per i palestinesi fu istituita nel 1949 l'UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees), mentre per gli altri rifugiati nel mondo c'è l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNCHR). Differenza che indica, come è avverato nel tempo, che la questione dei rifugiati palestinesi sarà lunga.

Sono anni che accompagno le delegazioni del comitato “Per non dimenticare il massacro di Sabra e Chatila” per ricordare le vittime della strage e le cause della loro lunga diaspora; in Libano, e in altri paesi che ospitano i rifugiati palestinesi, colpisce la differenza di trattamento. Mentre in Siria i rifugiati palestinesi hanno gli stessi diritti dei cittadini siriani per quanto riguarda il lavoro e la proprietà, in Giordania hanno il diritto al voto in quanto sono considerati cittadini giordani come nei territori occupati essi hanno a pieno titolo tutti i diritti, in Libano, invece, i profughi palestinesi vivono in condizioni sociali ed economiche difficili perché sono privati dei diritti umani e civili fondamentali, come, ad esempio, il diritto alla proprietà e al lavoro.

Il punto che accumuna tutti è di essere rifugiati e di vivere nei campi, stretti – da più di 68 anni - in una superficie che non supera 2 kmq, senza alcuna considerazione della crescita demografica né delle infrastrutture, causando un affollamento abitativo e condizione sanitarie insopportabili. In tutti i campi del Libano si nota subito la ragnatela di cavi elettrici intrecciati con i tubi dell’acqua e dei cavi della “rete” telefonica che penzolano sulla testa di chi cammina nei vicoli strettissimi e dove è possibile circolare solo a piedi.

Chatila è l’esempio del degrado umano. Un chilometro quadrato per 20mila abitanti senza piano urbanistico che, per necessità, si è sviluppato in verticale, palazzi di quattro, cinque piani, dove i piani più alti quasi si toccano. Questi grattacieli della miseria tolgono la luce del sole alle stradine e ai piani più bassi. Ciononostante gli abitanti hanno accolto a braccia aperte i loro fratelli palestinesi e siriani, costretti alla fuga dalla guerra in Siria. Ma il Libano e le agenzie dell'Onu distinguono i nuovi rifugiati secondo la cittadinanza: i palestinesi vanno all'Unrwa, i siriani vanno sotto la protezione del UNCHR. I primi non hanno diritto agli aiuti internazionali mentre i secondi hanno quasi tutto.

Le fonti ufficiali libanesi parlano di due milioni di rifugiati arrivati dalla Siria. In un paese che conta 4 milioni di abitanti e, colmo delle sue contraddizione interne, la situazione potrebbe deteriorare in uno stato di emergenza molto grave. La disoccupazione giovanile arriva al 40%, quella dei rifugiati palestinesi tocca il 60% con effetti sociali molto pericolosi. I vari governi libanesi hanno fatto poco o niente per alleviare la situazione dei palestinesi, la legge ancora vieta loro 72 professioni e mestieri costringendoli al lavoro nero senza contributi e senza diritti, con il pretesto che i palestinesi sono ospiti e devono tornare nella loro patria. Così facendo le autorità libanesi si lavano le mani dalla responsabilità di migliorare le condizioni di vita dei rifugiati palestinesi.

In questo contesto, dal 2000 e senza interruzione, il comitato “Per non dimenticare il massacro di Sabra e Chatila” visita i campi profughi palestinesi in Libano per denunciare questa situazione e per ricordare che il campo è diventato il simbolo del diritto al ritorno. Ma anche per stare vicino ai famigliari delle vittime del massacro spiegandogli che in occidente c'è un parte sociale solidale, diversa dai governanti che hanno sempre girate le spalle alle sofferenze del popolo palestinese.

Em Ali, la mamma di Ali, è una signora libanese che vive a Chatila ed è stata sposata – in tempi diversi – con due palestinesi; il primo marito fu ucciso durante la guerra civile libanese, il secondo durante l’invasione israeliana del 1982, entrambi erano combattenti. Em Ali è una figura simbolica del massacro di Sabra e Chatila, testimone diretta, ha perso 21 dei suoi famigliari durante i terribili tre giorni del massacro. Un tuffo nel passato mai passato, né per lei né per i palestinesi. Un gruppo della delegazione italiana è andato a trovarla a casa sua accompagnato da un'assistente sociale di Beit Atfal Assomoud (la Casa Dei Bambini Della Resistenza, l’associazione partner del nostro comitato, BAS). Em Ali ci ha ricevuti con molta cordialità, insistendo affinché ci sedessimo tutti, con l’unica figlia, sopravvissuta al massacro, ha raccontato la storia straziante del ritrovamento di alcuni parenti macellati con le asce dai falangisti libanesi, della tumulazione nella fossa comune. Il racconto, tra un pianto inconsolabile e inarrestabile, come se fosse successo ieri e non 34 anni fa. Ci ha mostrato le foto dei suoi cari, piccoli e grandi, chiedendoci “Perché... perché sono morti? perché ancora non hanno avuto giustizia?”. Una domanda che non ha trovato e non trova risposta, ma il suo eco ci ha devastati l’anima e la mente.

15/10/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Bassam Saleh

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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