Questa è davvero la riforma di JP Morgan

Da JP Morgan a Juncker passando per Obama: tutte le ingerenze sul referendum costituzionale


Questa è davvero la riforma di JP Morgan Credits: https://www.flickr.com/photos/thomashawk/

Questa è la riforma di JP Morgan. A dirlo in giro si rischia di passare per ingenui o di essere additati come “complottisti”. Ma è davvero la riforma di JP Morgan.

JP Morgan contro la Costituzione

Il 28 Maggio 2013 la banca d’affari JP Morgan ha pubblicato un report dal titolo “L’aggiustamento dell’area euro, siamo a metà strada” [1]. Gli autori del report consideravano positive le riforme economiche attuate dai paesi appartenenti all’Unione Monetaria ma mettevano in guardia da quella che, secondo loro, era la vera radice dei problemi europei: l’assetto politico dei paesi periferici.

All’epoca fece scalpore l’attacco alle “costituzione antifasciste” di Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, costituzioni nate con la fuoriuscita dai regimi fascisti di Franco, Salazar, Mussolini e dei colonnelli, che secondo la banca imbrigliavano la crescita economica. Intendiamoci: JP Morgan aveva assolutamente ragione, dal suo punto di vista. Per non essendoci mai stato il socialismo in nessuno di questi paesi, le costituzioni erano state scritte per limitare in qualche maniera i poteri che avevano sostenuto i regimi fascisti. Nel linguaggio della finanza internazionale, questo si chiama “impedire lo sviluppo economico”.

Ma cosa diceva esattamente la lettera? Poche righe, chiarissime: “I sistemi politici nella periferia presentano molte di queste caratteristiche: governi deboli, stato centrale debole rispetto alle regioni, protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori, sistema di costruzione del consenso che genera clientelismo e il diritto a protestare contro cambiamenti sgraditi allo status quo politico”.

La riforma di JP Morgan

Non è difficile vedere come la riforma di Boschi e Renzi risponda – quasi – punto per punto alle critiche di JP Morgan. Considerando solo i cambiamenti tecnici, la riforma rafforza il ruolo del governo sul parlamento e rafforza lo stato centrale sulle regioni. Oltre ai provvedimenti tecnici, quello che non può passare inosservato è che le ragioni avanzate dalla riforma sono esattamente quelle di JP Morgan: quante volte ci hanno detto negli ultimi anni che “si deve cambiare”, detto come un obbligo assoluto? Esattamente questo obbligo di cambiare è l’ultimo punto sollevato dalla banca d’affari: non ci deve più essere il diritto di resistenza contro i cambiamenti, che si tratti della riforma costituzionale, dell’ennesima riforma del lavoro o dell’ennesima riforma dell’istruzione.

A questo proposito, è interessante notare un punto della retorica renziana: quello per cui la Costituzione sarebbe rimasta invariata dalla sua entrata in vigore a oggi. Lo stesso Renzi evita di ricordare che nel 2012 è stato riformato l’articolo 81 inserendo il pareggio di bilancio come principio generale, ricevendo opposizione praticamente solo dalla sinistra extraparlamentare. Una riforma imposta dall’Unione Europea con chiarissime ricadute negative sui cittadini, quindi una riforma da relegare ai margini del discorso per poter continuare a sbandierare la retorica del cambiamento.

Ingerenza senza fine

Come in ogni referendum o elezione in cui sia in gioco l’aderenza al progetto europeo, è già cominciata la sfilata dei leader mondiali per convincere gli elettori a votare Sì. L’ambasciatore statunitense nel nostro paese ha rotto gli indugi sostenendo che la vittoria del No causerebbe instabilità e gli investimenti esteri andrebbero in qualche altro paese. Poi la cancelliera tedesca Angela Merkel che, oltre ad appoggiare le riforme costituzionali, tiene a precisare di apprezzare molto anche il Jobs Act. Poi il presidente americano uscente Barack Obama in persone che, durante la visita di Renzi a Washington, concede all’alleato una dichiarazione su come il Sì alle riforme – “giuste e coraggiose” - aiuterebbe l’Italia. Infine, Wolfgang Schauble – il ministro delle finanze capo dei falchi tedeschi – ha messo in guardia gli italiani dalle conseguenza del No.

Juncker contro la Vallonia

Proprio nei giorni in cui cominciavano ad arrivare le prime ingerenze sulla nostra Costituzione, si svolgeva parallelamente la vicenda del rifiuto del Belgio di firmate il CETA, il trattato di libero scambio tra Canada e Unione Europea. Per la precisione, il rifiuto veniva dalla regione della Vallonia, la regione tradizionalmente socialdemocratica in cui negli ultimi mesi ci sono state grandi mobilitazioni sindacali e che sta anche registrando una grossa crescita organizzativa e di consensi dei comunisti del Partito dei Lavoratori. Il rifiuto del governo vallone socialdemocratico è durato pochi giorni, il tempo impiegato dal governo belga per elaborare un accordo appena appena più digeribile. In ogni caso, in quei pochi giorni il presidente della Commissione Europea Juncker è riuscito a minacciare il presidente della Vallonia e – in conferenza stampa - a intimare al Belgio di cambiare la propria Costituzione per togliere ai suoi parlamenti regionali il potere di ratificare i trattati internazionali [2].

Quest’ultimo è solo un esempio di come la questione del rapporto tra regioni e stato centrale si manifesti in molti paesi europei, con le regioni che in qualche maniera cercano di resistere alle riforme marcate UE. Basti pensare poi al processo di indipendenza della Catalogna allo stato spagnolo, un indipendentismo diviso tra il “secessionismo dei ricchi” e un sentimento popolare che vorrebbe liberarsi dall’imposizione dell’austerità. Oppure al referendum sull’indipendenza scozzese, con una fortissima spinta anti austerità. Su scala ridotta, si può citare il conflitto tra le regioni italiane e lo stato centrale sulla questione delle trivellazioni in mare.

Abbiamo visto quindi come la questione delle regioni si ripresenti in diversi paesi europei, peraltro non solo della periferia europea. Lo stesso potremmo dire per altre riforme evocate da JP Morgan: le riforme del lavoro, molto simili in Italia, Francia e Belgio. L’accentramento dei poteri sul governo a discapito del parlamento, in corso informalmente in quasi tutti i paesi.

Né con JP Morgan, né coi complottisti

C’è bisogno di essere complottisti per vedere che i leader del “mondo occidentale” stanno facendo di tutto per sostenere la riforma di Renzi? C’è bisogno di essere complottisti per pensare che JP Morgan e i leader del “mondo occidentale” non vogliono questa riforma per il bene del popolo italiano ma proprio per avere un governo più forte che faccia passare riforme anti popolari?

Se fossimo complottisti, ci immagineremmo Renzi (o Monti, o chi sostituirà Renzi) impegnato a ricevere ordini cifrati con un qualche strano codice massonico. Nulla di tutto questo, è tutto scritto nero su bianco in documenti pubblici accessibili con una rapida ricerca sui motori di ricerca.

Se fossimo complottisti, soprattutto, crederemmo che il motore della storia siano i complotti stessi. Invece sappiamo perfettamente che questo è solo l’ultimo passaggio di una lotta di classe svolta in pieno solo. Una lotta di classe in cui sono le classi dominanti a vincere e a dettare le regole del gioco sul piano europeo. Chi cerca di delegittimare le posizioni del No, cerca ovviamente di mischiare il No consapevole a quello più confusionario e magari disposto ad ascoltare i complottisti. Eppure coloro che fanno questa operazione non tengono conto di un dato di fatto: JP Morgan è la sesta banca mondiale, la prima banca statunitense, per influenzare le scelte dell’Unione Europea e dei suoi stati membri non ha nessun bisogno di complotti, gli basta essere uno dei più potenti attori economici al mondo.

Allora, la posizione ingenua e un po’ fuori dalla realtà non è quella di chi dice che la riforma è scritta da JP Morgan e che i centri del potere stanno ingerendo nel referendum italiano. La posizione ingenua e un po’ fuori dal mondo è quella di chi pensa che la riforma sia stata scritta in pochi mesi


Note:

[1] http://www.europe-solidarity.eu/documents/ES1_euro-area-adjustment.pdf

[2] http://www.brusselstimes.com/belgium/6812/free-trade-transatlantic-treaties-benoit-lutgen-invites-mr-juncker-to-wake-up

http://deredactie.be/cm/vrtnieuws.english/News/1.2807536#

12/11/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Paolo Rizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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