Siria, il gioco di ombre

Il ruolo ambiguo della Turchia nella caduta dell’Isis


Siria, il gioco di ombre

Dal palazzo del Topkapi il sultano poteva dominare i suoi Vilayet [1] e tra essi c’erano le città di Raqqa e di Mosul. Nei torbidi che si stanno scatenando nel contesto delle guerre civili siriana e irachena e nella caduta dell’Isis, Recep Tayyip Erdogan, il nuovo sultano di Ankara, sta cercando di rientrare in possesso di ciò che apparteneva ai suoi predecessori ottomani. Questa è una delle poche dinamiche chiare che si evidenziano nella situazione siriana. L’altra è che a Damasco (come previsto su questo giornale in un precedente articolo (https://www.lacittafutura.it/editoriali/la-turchia-invade-la-siria-e-minaccia-la-rivoluzione-del-rojava.html) si è verificato un ripensamento sull’invasione turca del nord del paese avvenuta a fine agosto e denominata “Scudo dell’Eufrate”.

In effetti il regime autoritario di Ankara non da segni di voler sloggiare dai territori recentemente occupati o che comunque vedono la presenza militare turca o di forze vicine a essa (tra Iraq e Siria si pensa che siano schierati 10mila soldati turchi). Anzi: forze filoturche si muovono da Jarabulus verso Al Bab, centro cruciale nel nord della Siria e molto ambito anche dalle Forze Democratiche Siriane di cui fanno parte i compagni curdi delle YPG-YPJ. Questi ultimi da tempo cercano in questo modo di creare un collegamento tra i tre cantoni della Rojava: Cizre, Kobane e Afrin.

Conseguentemente, Assad si è riavvicinato ai curdi con i quali dall’inizio della guerra civile nel 2011 ha un rapporto piuttosto articolato, di alti e bassi, ma non di ostilità frontale, se si escludono gli scontri avvenuti ad Hasaka il 16 agosto scorso. Le YPG, ad esempio, stanno partecipando in questo momento alla cruciale battaglia di Aleppo e tengono il fronte occidentale della seconda città siriana.

Fino a poco tempo fa, la politica ambigua di Erdogan stava dando i suoi frutti: la lotta contro lo Stato Islamico era in realtà più o meno un passaggio di consegne tra i tagliagole del Califfo Al Baghdadi e l’esercito del sultano di Ankara. Il rovesciamento delle alleanze dagli Usa alla Russia (ma rimanendo nel recinto armato della Nato) e il ruolo di gendarme dei flussi migratori nei confronti dell’UE stava consentendo ampi margini di manovra al governo di Ankara che sul piano interno sfruttava (e sfrutta ancora) il golpe di quest’estate per giustificare una durissima repressione contro la popolazione curda, l’opposizione politica e la stampa libera.

Ora il meccanismo si è inceppato. Forse l’avidità di potere e di conquista del regime turco sta preoccupando i suoi vicini (Damasco, l’Iran e l’Iraq) e di certo i cambiamenti repentini di alleanze internazionali non rassicurano né gli Stati Uniti, né la Russia. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Usa, inoltre, aumenta il numero della variabili in gioco. Anche qui però una costante a ben vedere permane: il nemico di Ankara in ogni coalizione possibile è sempre costituito dai curdi e dal loro movimento di liberazione.

Certo, l’esercito turco, espressione di una potenza sunnita, rassicura le popolazioni correligionarie del nord dell’Iraq, oltre che la minoranza turcomanna in quel paese. La popolazione di Mosul accerchiata da forze di cui fanno parte milizie sciite forse si sente più garantita dalla vicinanza delle truppe di Ankara. E lo stesso effetto in qualche misura può verificarsi ad Aleppo, dove si avvicina rapidamente la fine della capacità di resistenza degli integralisti di Ahrar al-Asham finanziati dalla Turchia e di Jabhat Fatah al-Sham, l’ex Al Nusra, già affiliata ad Al Qaeda. Ma in tutti questi casi, il combinato disposto della potenza militare turca e della ben evidente volontà di egemonia “ottomana” del governo di Ankara non giocano un ruolo di moderazione del settarismo religioso ed etnico in tutta l’area.

Nel frattempo, infatti, il buco del nero del Califfato si sta sfaldando e risucchia per forza d’inerzia la Turchia, inducendola a esercitare e reclamare questa sua presenza. Una funzione di consolidamento del settarismo che si può definire reazionaria (appunto la stessa dell’Isis) e che trova il suo insormontabile ostacolo (anche dal punto di vista geografico, prima che politico) nell’esperienza di autogoverno democratico e di ispirazione socialista della Rojava.

Tra le immense sofferenze dei popoli siriano e iracheno, tra le strumentalizzazioni delle potenze straniere, tra la barbarie del fanatismo islamista, l’unica stella polare rimane la rivoluzione avvenuta in quella piccola regione del nord della Siria.

Ora la cacciata del terrorismo integralista dalle rovine di Aleppo est, aprirà una nuova partita in Siria. Di questa non potrà non far parte l’esperienza liberatrice dei popoli della Rojava.


[1] Province del vecchio Impero Ottomano.

Sitografia:

sull’assedio di Aleppo:

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-11-28/se-aleppo-cade-svolta-guerra-siria--130836.shtml?uuid=AD5rtG3B

sugli sviluppi dell’invasione turca del nord della Siria:

http://nena-news.it/siria-che-fine-ha-fatto-scudo-delleufrate/

https://www.retekurdistan.it/2016/11/29/cosa-sta-succedendo-sui-fronti-di-bab-e-manbij-chi-sta-pianificando-cosa/

sulla presenza militare turca in Iraq:

http://www.analisidifesa.it/2016/10/in-iraq-aumenta-il-rischio-di-confronto-tra-baghdad-e-ankara/

03/12/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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