Starmer tra servilismo atlantico e disfatta politica: il Labour perde il paese mentre obbedisce a Washington

Mentre apre le basi britanniche agli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, Keir Starmer accelera la subalternità di Londra a Washington. Intanto il Labour crolla nei territori popolari: a Gorton and Denton precipita al terzo posto, travolto da una crisi politica profonda.


Starmer tra servilismo atlantico e disfatta politica: il Labour perde il paese mentre obbedisce a Washington

A quasi due anni dall’inizio del suo mandato, possiamo affermare che il tratto forse più impressionante della leadership di Keir Starmer è la combinazione tra arroganza interna e subalternità esterna. In patria, il primo ministro britannico continua a presentarsi come uomo della stabilità, della responsabilità e del “buon governo”. Sul piano internazionale, però, la sua postura appare sempre più quella di un dirigente che non guida una potenza dotata di autonomia strategica, ma amministra diligentemente gli interessi di un alleato più forte, adattando la politica britannica alle esigenze di Washington. La vicenda dell’Iran lo dimostra con chiarezza brutale. Dopo un iniziale rifiuto, Starmer ha consentito agli Stati Uniti di usare basi britanniche come RAF Fairford e Diego Garcia per operazioni definite dal governo come “specifiche e limitate” e di carattere “difensivo”, con l’obiettivo di colpire missili iraniani “alla fonte”, nei depositi o nei lanciatori. La giustificazione ufficiale è stata quella della “difesa collettiva” di alleati e cittadini britannici. Ma proprio questa formulazione rivela tutta la debolezza, e tutta l’ambiguità, della posizione di Londra.

Oltretutto, non si tratta di una scelta lineare o trasparente, bensì di una torsione politico-giuridica compiuta sotto pressione. Inizialmente, infatti, quando Washington aveva chiesto l’uso di Fairford e Diego Garcia, Starmer si era rivolto ai legali del governo, che avevano sconsigliato la partecipazione britannica. Sempre secondo tale ricostruzione, l’esecutivo di Londra aveva inizialmente concluso che i raid statunitensi e israeliani contro l’Iran non rientravano nella definizione giuridica di autodifesa prevista dalla Carta delle Nazioni Unite. Solo in seguito, di fronte agli sviluppi regionali e agli attacchi di ritorsione iraniani contro paesi alleati, Downing Street ha cambiato linea, cercando di far passare come legale ciò che fino a poco prima non considerava tale. Il risultato è una costruzione sofistica, non una posizione di principio. Più che il governo di uno Stato sovrano, sembra il lavoro di un ufficio legale impegnato a produrre una copertura ex post per una decisione politica già presa sotto la spinta israelo-statunitense.

La contraddizione è resa ancora più evidente dalle valutazioni riportate dagli stessi media britannici e internazionali. Il Guardian ha scritto che la Gran Bretagna è stata rapidamente trascinata nella guerra mediorientale e che Starmer ha concluso che un coinvolgimento fosse ormai inevitabile, arrivando a stabilire che quella che prima era “una guerra illegale” fosse divenuta, “in qualche misura”, legale. Una formulazione di questo tipo dovrebbe da sola provocare uno scandalo politico. Se una guerra era giudicata illegale in partenza, la sua trasformazione semantica in operazione tollerabile non cancella il nodo centrale: il Regno Unito ha finito con il mettere a disposizione il proprio territorio e le proprie infrastrutture militari per un’azione offensiva statunitense contro un altro Stato. Come ha affermato l’analista Sean Bell su Al Jazeera, il diritto internazionale non distingue tra chi compie direttamente un atto di guerra e chi lo sostiene: in questo senso, entrambi sono ugualmente complici.

È proprio qui che emerge il carattere politicamente servile della condotta di Starmer. Il premier non si è limitato a coordinarsi con l’alleato statunitense. Ha piegato la posizione britannica alle esigenze strategiche di Washington, cercando poi di rivestire questa subordinazione con il lessico della prudenza istituzionale. Ma l’impressione generale è che Londra non abbia deciso la linea: l’abbia subita. Ancora il Guardian ha ricostruito che Starmer, il mese precedente, aveva rifiutato una richiesta di Donald Trump per usare le basi britanniche nell’attacco USA-Israele contro l’Iran, e che Trump si era dichiarato “molto deluso” da quella scelta, interpretandola come frutto di preoccupazioni sulla legalità dell’operazione. Pochi giorni dopo, tuttavia, il primo ministro britannico ha cambiato rotta. È difficile non vedere, in questa sequenza, il profilo di un capo di governo che prova una resistenza iniziale solo per poi riallinearsi appena la pressione aumenta e il contesto si fa più teso.

Questo servilismo appare ancora più umiliante se si osserva il rapporto tra Starmer e Trump sul dossier di Diego Garcia. Il 18 febbraio, Trump aveva attaccato pubblicamente il premier britannico per l’accordo del 2025 sulla cessione della sovranità delle isole Chagos a Mauritius, sostenendo che il capo del governo di Londra stesse commettendo “un grande errore” e insistendo sul fatto che la base Diego Garcia potesse rivelarsi decisiva in future operazioni militari contro l’Iran. In base all’accordo del 2025, tuttavia, il Regno Unito avrebbe trasferito la sovranità dell’arcipelago delle Chagos a Mauritius mantenendo però il controllo della base strategica di Diego Garcia con un affitto di 99 anni. La cosa significativa, ad ogni modo, non è tanto la disputa diplomatica in sé, quanto la dinamica politica: Trump rimprovera Starmer, lo tratta come un interlocutore debole e inaffidabile, e poco dopo Starmer finisce comunque per offrire all’apparato militare statunitense proprio quella piattaforma strategica che Washington considera decisiva. In altre parole, il premier britannico viene prima umiliato e poi ricondotto all’obbedienza.

Tutto questo sarebbe già gravissimo sul piano internazionale. Ma diventa esplosivo se lo si collega alla crisi interna del Labour. Mentre si allinea alla macchina bellica statunitense, Starmer continua a perdere credibilità e consenso proprio in quei segmenti popolari che un tempo costituivano l’ossatura del laburismo. La suppletiva di Gorton and Denton, tenutasi lo scorso 26 febbraio, ha avuto in questo senso un valore politico devastante. Il Green Party, con la candidata Hannah Spencer, ha infatti vinto con il 40,7% dei voti e un margine di 4.402 preferenze. Il partito di estrema destra Reform UK si è piazzato secondo con il 28,7%, mentre il Labour è precipitato addirittura al terzo posto con il 25,4%. Si è trattato della prima sconfitta laburista a Gorton dal 1931; un colpo durissimo per Starmer, definito da vari osservatori “sismico” e storico.

Gorton and Denton, del resto, non è un collegio periferico in senso politico: è una circoscrizione urbana della Greater Manchester, la quindicesima più deprivata d’Inghilterra, dove il 45% dei bambini del collegio vive sotto la soglia della povertà. È precisamente il tipo di territorio in cui un partito che ancora si definisce di sinistra avrebbe dovuto incarnare la promessa di protezione sociale, investimento pubblico, giustizia redistributiva e rappresentanza dei ceti subalterni. Invece, sotto Starmer, il partito appare a molti elettori come una forza amministrativa senz’anima, sempre pronta a rassicurare l’establishment, a disciplinare il conflitto sociale e a prendere le distanze da qualunque posizione che possa sembrare troppo radicale, troppo antimilitarista o troppo critica verso l’ordine atlantico. Quando un partito nato per rappresentare il lavoro organizzato smette di parlare il linguaggio della pace e della redistribuzione, lascia inevitabilmente spazio ad altri: ai Verdi su un versante progressista, a Reform UK su quello reazionario.

A nostro modo di vedere, la vicenda iraniana e la sconfitta elettorale si saldano in un unico quadro. La politica estera di Starmer, infatti, è perfettamente coerente con la sua politica interna: atlantismo rigido fuori, disciplinamento neoliberale dentro. Quando consente agli Stati Uniti di usare basi britanniche in una guerra che il suo stesso governo non considerava inizialmente coperta dalla legittima difesa, Starmer non tradisce soltanto il diritto internazionale o la prudenza strategica; tradisce anche l’idea che il Regno Unito debba avere una politica estera indipendente, sottratta all’automatismo della fedeltà a Washington. E quando, parallelamente, il Labour si allontana dai territori popolari e viene travolto in un collegio simbolico, si vede con chiarezza il prezzo di questa scelta: subordinazione esterna e decomposizione interna.

Tuttavia, un Labour che si presenta come garante rispettabile dell’ordine esistente finisce per non convincere né i dominanti né i dominati. I primi, quando serve, preferiscono comunque l’originale conservatore o la brutalità esplicita di Trump e Farage. I secondi vedono nel partito di Starmer una macchina politica fredda, troppo impegnata a mostrarsi “affidabile” agli occhi dei mercati, della NATO e degli alleati nordamericani per ascoltare la sofferenza sociale reale. In questo senso, Gorton and Denton è un avvertimento che va oltre il dato locale, in quanto segnala la possibile erosione accelerata del consenso laburista in aree operaie, multietniche e impoverite, proprio mentre il governo si compromette con una linea internazionale sempre più pericolosa.

Per queste ragioni, riteniamo che occorra affermare con nettezza che la crisi di Starmer e del Partito Laburista non è un incidente di percorso, ma il prodotto coerente di un progetto politico fallimentare: un leader che si fa dettare tempi, strumenti e limiti da Washington non rafforza il Regno Unito; un partito che giustifica la complicità in una guerra contestata sul piano giuridico e, allo stesso tempo, perde il rapporto con i ceti popolari. Starmer ha voluto dimostrare di essere l’uomo affidabile dell’establishment atlantico. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: sul piano internazionale appare come un subordinato; sul piano interno, come il capo di un partito che non sa più perché esiste.

06/03/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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