Trump, la Siria e le forze reali dell’imperialismo USA

I bombardamenti ci ricordano che l'imperialismo conduce la politica estera americana.


Trump, la Siria e le forze reali dell’imperialismo USA Credits: https://www.flickr.com/photos/jbartok/

Gli eventi di politica internazionale di questo mese di aprile hanno determinato difficoltà di interpretazione del reale corso di politica estera che la nuova amministrazione Trump intende seguire.

Come accade spesso di fronte alla complessità, la tentazione, che notiamo prevalere tra molti commentatori e analisti, è quella di rifarsi a delle facili etichettature, come, nel caso specifico, il riferimento all’imprevedibilità quale tratto saliente della personalità del nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Diverse possono essere invece le conclusioni per chi prova ad analizzare effettivamente la dinamica delle forze e dei centri di potere che in questa fase si stanno fronteggiando nel determinare le scelte di politica internazionale degli Stati Uniti e di influenzare così il corso degli eventi.

È certamente vero, come alcuni analisti ricordano, che le democrazie rappresentative occidentali sono fondate su un ciclo politico molto breve che, soprattutto in un’epoca di crisi e di grandi trasformazioni reali come quella che stiamo vivendo, rende di fatto il personale politico dirigente inadatto e non interessato a perseguire le soluzioni di lungo periodo ma soltanto un tornaconto elettorale più immediato. Ed in effetti questa chiave di lettura si potrebbe applicare a Trump ed alla sua cerchia di potere. Il fattore mediatico poi è sempre più centrale nelle scelte politiche dei governanti occidentale, sempre per le stesse ragioni politico-elettorali.

Queste considerazioni potrebbero portarci a concludere che viviamo in un’epoca di imprevedibilità in cui i politici al potere prendono le decisioni in base ad interessi egoistici e di breve periodo e che quindi può accadere di tutto, anche delle catastrofi inaspettate, incluso il rischio di una terza guerra mondiale.

Una narrativa del genere, che non a caso in questi giorni viene abbastanza accreditata nel dibattito mediatico mainstream, soprattutto qui negli Stati Uniti, ha un duplice effetto: identificare il personale politico come intrinsecamente incapace perché effetto di un sistema di selezione poco razionale, insinuando che forse sarebbe meglio avere come governanti degli specialisti, degli esperti, dei tecnici. E qui chiaramente traspare quell’ideologia tecnocratica tanto cara alle stesse classi dirigenti, che in Europa conosciamo sin dai tempi di Maastricht. Un’ideologia tecnocratica che spoglia ogni questione del fattore politico nel tentativo di renderla oggettiva, quasi naturale. È la logica trasposizione, sul piano politico, dell’ideologia neoliberista dominante sul piano economico.

Un altro effetto, più pratico e immediato, di questa narrativa è quello di trascurare, o meglio oscurare, ogni tentativo di analisi sulle forze e sulle dinamiche reali che stanno dietro al potere politico-istituzionale strettamente inteso e che hanno la capacità, al momento giusto, di determinare le scelte ed indirizzare il corso degli eventi.

Un’analisi orientata in tale direzione ed applicata al caso della Siria e dell’intervento militare USA contro Assad, a seguito dell’incidente, fin qui né chiarito e tantomeno indagato, dell’uso delle armi chimiche, dovrebbe, ad esempio mettere in relazione questi eventi con i recenti cambiamenti negli equilibri di potere all’interno dell’amministrazione Trump.

Un primo elemento di analisi è la nomina del Generale Herbert R. McMaster a consigliere della sicurezza nazionale, dopo le dimissioni forzate del suo predecessore Flynn, considerato molto più allineato alla visione strategica della cerchia dei consiglieri personali di Trump. La nomina di McMaster è peraltro arrivata un po’ a sorpresa visto che sembrava ormai fatta per l’incarico al generale Petraeus, considerato il suo mentore. McMaster ha un curriculum militare di tutto rispetto: ha guidato operazioni belliche sul campo sia nella prima (Kuwait, 1990-91) che nella seconda guerra del golfo (Iraq, 2005-06), poi in Afghanistan. Un profondo conoscitore dei teatri militari sui quali continua a giocarsi la partita più importante per la futura sopravvivenza dell’imperialismo USA e, naturalmente, fermo sostenitore dell’intervento in Siria contro Assad, posizione analoga a quella del Segretario alla Difesa, il Generale Mattis.

Ma il fatto che appare politicamente più significativo è stata la coincidenza tra la nomina di McMaster e le dimissioni rassegnate da Stephen Bannon, stratega della prima ora di Trump, sia in politica interna che estera, e per il quale era stata persino creata una carica ad hoc affinché potesse sedere a pieno titolo nei tavoli sui quali si prendono le decisioni che contano, tra cui quella dell’intervento militare contro la Siria di Assad, alla quale era sempre stato contrario. Fino a quel momento, e già dalla campagna elettorale, la posizione di Trump aveva sempre coinciso con quella di Bannon.

Ma se le vicende di McMaster e Bannon hanno avuto ampio risalto mediatico, non molti hanno collegato questi eventi alla permanenza in carica del genero di Trump, marito di sua figlia Ivanka, Jared Kushner. Circostanza questa che appare particolarmente significativa: Jared Kushner era considerato inizialmente e fino a poche settimane fa, un seguace di Bannon. Tuttavia la vicenda siriana ha fatto invece emergere una vera e propria lotta di potere che non è soltanto tra due individui, ma tra due visioni e quindi, di converso, tra due differenti aree di riferimento. Bannon ha continuato, fino alle dimissioni, a voler impersonare lo stratega duro e puro dello schieramento anti-establishment, con connotazioni di estrema destra (da intendersi sempre in salsa americana e non quindi totalmente sovrapponibile al cliché di destra estrema europea). Kushner, genero di Trump, di origine ebraica, già ben introdotto negli ambienti newyorkesi che contano (alta finanza di Wall Street in primo luogo), iniziava a sostenere una linea più gradita a certi ambienti, inclusi i circoli strategici più influenti nella capitale. Da notare che Kushner è un convinto sostenitore del legame forte con l'Israele di Netanyahu, ponendosi quindi in avversione all’antisemitismo strisciante di Bannon, il quale sembra che lo abbia definito un globalista liberal democratico.

Il rafforzamento del potere di Kushner e la nomina di McMaster, all'interno della cerchia ristretta dei personaggi veramente influenti sulle scelte di Trump, sono due chiari segnali del consolidamento del legame tra questa amministrazione e due importanti, fondamentali, centri di potere: l'apparato militar-industriale, che con Mc Master e Mattis si è conquistato due pedine fondamentali, e alcuni settori del grande capitale finanziario di orientamento globalista che, insieme al Segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, vedono in Kushner un altro loro punto di riferimento dentro l’amministrazione. L'orientamento filoisraeliano di Kushner è certamente un'altra importante chiave di lettura. Anche Israele può essere annoverato tra i beneficiari di questa svolta nella politica estera della nuova amministrazione. Ma d'altronde Trump ha sempre rassicurato sulle sue intenzioni di non voler mettere in discussione il legame speciale con Israele.

Un altro elemento da considerare, nella scelta apparentemente sorprendente dell'amministrazione Trump, è il fattore mediatico. I media mainstream hanno da subito sposato e sostenuto la denuncia dell'Ambasciatrice USA all'ONU, Nikki Haley, una figura emergente dell'apparato repubblicano che, come avevamo già evidenziato in un nostro precedente articolo, per precedente esperienza e orientamento, nonostante la nomina, non è da considerarsi allineata a Trump, mentre è ben introdotta nell'establishment del partito ed è riconosciuta a livello mediatico. Con questa mossa Trump ha ottenuto quindi per la prima volta un esplicito consenso da parte del grande circo mediatico, raccogliendo elogi ed approvazioni da importanti commentatori e analisti che fin qui si erano dimostrati suoi critici feroci.

Spostandoci dal piano interno a quello internazionale, possiamo evidenziare alcuni ulteriori elementi che possono spiegare le recenti mosse di Trump sulla questione siriana. In primo luogo si è trattato di mandare un messaggio chiaro alla Russia (e alla Cina). È da ritenere che la linea imperialista di Trump preveda una tattica di "bastone e carota" nei confronti delle due principali potenze ritenute avversarie (o meglio, nemiche). Con la Russia era necessario determinare uno strappo ed inviare un messaggio forte, una dimostrazione di muscoli e potenza per far capire che gli USA non rinunciano alla loro pretesa di potenza imperialista egemone.

Allo stesso tempo, trattandosi, per il momento, di un intervento limitato (un blitz devastante in termini umani e di impatto emotivo, ma limitato in termini puramente e freddamente diplomatico-militari) questo permette il recupero di un approccio negoziale verso la Russia. La visita di Tillerson a Mosca nei giorni successivi al bombardamento in Siria, pur in un contesto di improvviso raffreddamento, e nel riserbo rigoroso delle dichiarazioni ufficiali, sembra aver avuto questo obiettivo.

D'altronde, il riferimento a Tillerson, Segretario di Stato oggi e Presidente della Exxon Mobil ieri, ci deve far ricordare dell'importanza del fattore petrolifero e dell'influenza che nella politica americana continuano ad esercitare la grandi compagnie petrolifere transnazionali (ma con bandiera USA). La Siria rappresenta, nel disegno imperialista statunitense in atto ormai da oltre un ventennio, un tassello fondamentale per mantenere il controllo dello scacchiere medio-orientale e quindi continuare a garantire a queste compagnie (si badi bene, più a queste compagnie che non all'economia domestica statunitense oggi sempre più indipendente dall'approvvigionamento energetico dall'estero) il controllo dello sfruttamento delle risorse di quell'area e della loro distribuzione (gasdotti e oleodotti) internazionale.

Mettendo insieme tutti questi tasselli del nuovo "puzzle" delle relazioni internazionali nell'era Trump, forse si comincia a delineare meglio lo scenario che potrebbe prendere forma.

Una delle prime conseguenze di questo scenario è sicuramente un ulteriore ridimensionamento del ruolo dell’ONU e degli ultimi residui ancora esistenti di diplomazia multilaterale. Il fatto che la crisi si sia manifestata proprio in ambito ONU è significativo. Il ruolo attribuito all'Ambasciatrice Halley e' stato quello di far sentire la voce degli USA in quel contesto. Un processo rapido e veloce, dove un solo paese accusatore si è eretto anche a giudice ed arbitro, enunciando la sentenza e riducendo il Consiglio di Sicurezza ad una semplice giuria di osservatori, senza ritenere necessario neanche proporre l'adozione di una risoluzione di copertura prima di lanciare l'intervento militare. In questo senso si registra un ulteriore strappo che non si era verificato neanche ai tempi dell'accusa di Colin Powell al regime di Saddam Hussein, davanti al consiglio di sicurezza, che mirava, a livello puramente formale, ad ottenere una copertura ONU all'intervento militare. È questa la rappresentazione evidente della visione imperialista degli USA, pienamente sposata dall'amministrazione Trump, che ritiene ormai superato e superfluo il ruolo dell'ONU, utile tuttalpiù a fare gran cassa e a rabbonire l'opinione pubblica internazionale benpensante e politically correct.

In tale contesto non ha avuto il minimo spazio neanche l'ipotesi di un'inchiesta internazionale che appuri cosa sia realmente accaduto, e chi sia il vero responsabile degli attacchi chimici. Non più necessaria visto che la sentenza è stata già emessa dai padroni e gendarmi del pianeta, ai quali tutti, volenti o nolenti, devono piegarsi.

La crisi con la Corea del Nord, immediatamente successiva all’intervento in Siria ed ancora in atto, presenta incredibili analogie con la vicenda siriana, in un altro delicato scacchiere, l’Estremo Oriente. Qui è la Cina il principale avversario e la posta in gioco è l’egemonia politico-economica su una regione che ormai rappresenta il vero baricentro dell’economia mondiale, almeno in termini di produzione industriale. Le modalità sono le stesse: “bastone” e esibizione muscolare contro il tirannello Kim Jong-un, per mandare un messaggio chiaro a Pechino, salvo poi offrire la “carota” della disponibilità al negoziato.

Sul piano istituzionale interno l'intervento ha determinato un ulteriore strappo alle regole costituzionali, non prevedendo neanche un passaggio in Congresso, nonostante la solida maggioranza repubblicana ed un consenso diffuso da parte del centro e della destra del partito democratico. La stessa Hillary Clinton ha dovuto ammettere (chissà con quale risentimento) che la reazione decisa da Trump era inevitabile. Molto poche sono state le voci di politici americani che hanno denunciato la violazione del dettato costituzionale in termini di rapporti tra Presidenza e Congresso, cioè tra governo e parlamento. Bernie Sanders è tra questi pochi, ma per la verità lo ha fatto timidamente e nel poco spazio che i media gli hanno concesso. La prevalenza del potere esecutivo sugli altri poteri è ormai incontrastata ed incontrastabile.

Queste conseguenze sul piano interno ed internazionale sono evidenti e ci dimostrano almeno una cosa: che al di là dell'apparente imprevedibilità e quasi "follia" del personaggio Trump, volutamente costruito come tale, ci sono ben altri fattori che determinano le scelte di un'amministrazione che si pone quindi definitivamente in continuità con la strategia imperialista degli USA del post-guerra fredda: da potenza egemone del blocco occidentale a potenza egemone mondiale. Ed è questo l'unico ruolo che permette ad uno stato nazionale di mantenere tutte le sue prerogative, proprio perchè funge da punto di riferimento e garanzia per importanti settori del grande capitale transnazionale.

Magari non a tutti piacerà lo stile del personaggio, il suo linguaggio, i suoi atteggiamenti istrionici, i suoi proclami populistici, molto demagogici e poco reali, ma di sicuro tanti oggi, tra questi signori "agenti del capitale", si sentono rassicurati dalla piega che stanno assumendo le vicende siriana e nord-coreana, rinfrancati dal continuare a poter fare affidamento su un gendarme mondiale che garantisca loro l'accumulazione di profitti a scapito dello sfruttamento, dell'impoverimento, dell'imbarbarimento di intere popolazioni fino alla spietata carneficina della guerra.

Fonti:

22/04/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Zosimo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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