Beni comuni da difendere per la tutela del pianeta e dei diritti umani

Difendere i beni comuni significa spezzare il legame che unisce lo stato al mercato.


Beni comuni da difendere per la tutela del pianeta e dei diritti umani

Difendere i beni comuni significa guardare all’umanità in una prospettiva complessa e vitale; significa impegnarsi per spezzare il legame che unisce lo stato al mercato. Contro la mercificazione che appiattisce, per riconquistare gli spazi comunitari di relazione e partecipazione.

di Laura Nanni

Da dove cominciare ?

Nella realtà, se ci guardiamo intorno, il percorso è già cominciato. Fervono le attività di tante tribù transnazionali che si oppongono al duopolio Stato/Mercato, dove lo stato è assoggettato alle coordinate imposte dall’economia di mercato.

Si tratta di tutelare e affermare la natura comune di beni sui quali pende il rischio dell’espropriazione delle comunità a favore di qualche gigante del mercato, privato o multinazionale che sia, con il beneplacito dei governi, che trasforma un common in una fonte di arricchimento a scapito dell’utilizzo condiviso e del bene dei cittadini.

Credo che sia fondamentale, per costruire un’opposizione all’economia imperante, distruttivamente capitalista, che sta portando ai limiti della vivibilità per tutte le specie viventi il nostro pianeta, diventare consapevoli e diffondere una cultura della responsabilità sociale.

Il fatto evidente è che la voracità del mercato ha stravolto non solo i rapporti umani, ma anche l’equilibrio dell’ecosistema. Difendere i beni comuni significa guardare alla terra su cui viviamo e all’umanità in una prospettiva complessa e vitale; significa impegnarsi affinché possa cambiare il paradigma di fondo e spezzare il legame che unisce lo stato al mercato.

Occorre far crescere e diffondere una cultura dei Beni comuni perché questi beni sono della collettività, riguardano tutti e sono a rischio: acqua, terre, foreste, biodiversità, opere creative, informazione, software libero, spazi pubblici, culture, ma anche le conquiste di quei servizi che fanno parte di ciò che noi consideriamo parte dello stato sociale così come si è costituito in secoli di lotte delle classi considerate subalterne contro chi deteneva il potere.

Ogni bene comune ha sue peculiarità e possiamo definirlo solo in base alle sue caratteristiche quale sia il modo di tutelarlo.

Ho trovato l’esempio del sistema GNU/LINUX del 1991 (1) come sistema operativo nato da una produzione collaborativa e aperto all’utilizzo, una comunità di hacker sparsi per il mondo che si era auto-organizzata, senza alcun compenso, per creare un bene comune e affermando così il principio di utilizzo creativo e collaborativo dell’infrastruttura internet. Questa è un’esperienza che ha dato il via ad altre pratiche ed innovazioni, come i social network, Wikipedia e così via.

Possiamo prendere ad esempio il movimento NO TAV, il Movimento per l’acqua, Occupy Wall Street, NO MUOS, NO TRIV e tanti altri.

Il principio è che la ricchezza vera e propria sta nel patrimonio comunitario e nelle trame sociali : RISORSA+ COMUNITA+PROTOCOLLI SOCIALI.

Si usa la parola commoning per indicare una gestione secondo i valori e le pratiche sociali adatti.

Da dove viene questa pratica dell’espropriazione dei beni comuni?

Dalla imposizione delle ENCLOSURE, quando, dal medioevo in avanti, si cominciano a recintare terre di utilizzo comune per farne un uso privato per l’arricchimento personale.

Le corporation sradicano le risorse dal loro contesto naturale, è un furto organizzato di risorse naturali a scapito di beni collettivi.

Assistiamo all’enclosure di spazi e infrastrutture urbane, centri commerciali, parcheggi che prendono il posto di cinema e di parchi.

Il branding acquista spazi pubblici così come una volta era impensabile che potesse accadere. A Madrid uscendo dalla metro Porta del sol, mi sono trovata immersa in un immenso spot pubblicitario Vod****. Sono le famose sponsorizzazioni che colonizzano l’immaginario.

Questo è un altro punto importante: la colonizzazione dell’immaginario, che svuota la nostra identità sociale e anche personale. La mercificazione appiattisce, elimina le caratteristiche distintive per lasciare spazio al dominio del consumismo e dell’omologazione a modelli imposti e privi di significato, senza legami con valori e appartenenze sociali e culturali.

L’ enclosure è il modo in cui si priva di vitalità la cultura democratica, togliendo l’accesso a quegli spazi utilizzati da sempre come spazi comunitari di relazione e partecipazione.

Molto c’è da dire, da osservare e su cui riflettere quando ci guardiamo intorno. A volte ho quella sensazione che si prova quando a piedi nudi sulla sabbia bagnata, le onde ritirandosi portano via la sabbia sotto i piedi: ci stanno portando via qualcosa di vitale, qualcosa che ci appartiene in quanto abitanti di questo pianeta.

E penso agli orsi bianchi sotto le cui zampe si sta sciogliendo il ghiaccio a causa del surriscaldamento del clima.

Il tempo di agire è ora.

(1) D. Bollier La rinascita dei commons Stampa alternativa 2015

26/12/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Laura Nanni

Roma, docente di Storia e Filosofia nel liceo. Fondatrice, progetta nell’ A.P.S. Art'Incantiere. Specializzata in politica internazionale e filosofia del Novecento, è impegnata nel campo della migrazione e dell’integrazione sociale. Artista performer. Commissione PPOO a Cori‐LT; Forum delle donne del PRC; Stati Generali delle Donne.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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