Buonismo astratto e spietatezza concreta (I parte)

L'articolo analizza alcuni motivi di quell'ideologia che ci viene trasmessa quotidianamente dai mass media, ispirata al “buonismo”, che immagina di poter risolvere i tragici problemi del mondo contemporaneo con l'appello alla “buona volontà” e ai “buoni sentimenti”.  


Buonismo astratto e spietatezza concreta (I parte)

 

L'articolo analizza alcuni motivi di quell'ideologia che ci viene trasmessa quotidianamente dai mass media, ispirata al “buonismo”, che immagina di poter risolvere i tragici problemi del mondo contemporaneo con l'appello alla “buona volontà” e ai “buoni sentimenti”. Tale prospettiva sarebbe radicata nell'interclassismo proprio della piccola borghesia che, sperando di smussare le ineliminabili contraddizioni presenti nell'ordine mondiale, non coglie e occulta la spietatezza delle relazioni politico-economiche internazionali. 

di Alessandra Ciattini

Contraddizione

A mio parere, una delle contraddizioni più eclatanti dell'ideologia dominante – quella che pervade i mass media e che è propagandata da quel piccolo e vorace gruppo di “intellettuali” interrogati costantemente sulle questioni dirimenti del mondo attuale - è rappresentata dall'adesione al relativismo culturale che, se preso sul serio implica che non possiamo in nessun modo stabilire qual’ il giudizio veritiero su un certo problema [1]; adesione accompagnata contraddittoriamente dalla convinzione che sia possibile distinguere l'”ideologico” dal non “ideologico”, ossia che, una volta identificato un problema, sia possibile individuare la strada – l'unica opportuna e certamente la più auspicabile – per affrontarlo e risolverlo, senza attardarsi nell'analisi delle grandi opzioni etico- politiche [2], all'interno delle quali – anche se occultate e messe tra parentesi – gli stessi problemi vengono formulati, per dare ad essi una risposta con la finalità di promuovere certi specifici interessi radicati in determinati settori sociali. 

Ciò che ai su menzionati “intellettuali” dà fastidio in modo particolare è il fatto che l'”ideologico”, caratterizzante ovviamente sempre e unicamente il pensiero altrui [3], è espressione di certe condizioni sociali e proprio per questo rappresenta gli interessi di coloro che si trovano a vivere in esse e che magari sono desiderosi di trasformarle. Dal loro punto di vista, la soluzione autentica ai problemi deve essere proposta ed elaborata, distaccandosi il più possibile da tali interessi, che contaminano e sporcano l'opera disinteressata del pensiero, che a loro dire dovrebbe mirare ad una risposta pragmatica che soddisferebbe il benessere generale non compreso dagli “ideologici”, proprio perché strettamente avvinti al loro particolare tornaconto [4].

Dinanzi a questo ragionamento sorgono una serie di interrogativi, tra i quali – mi sembra – tre debbono essere messi in risalto. In primo luogo, chi attribuisce al sedicente pragmatico la capacità di sfuggire all'ideologia, ossia la virtù di non lasciarsi condizionare dai tanto deprecati interessi? Non è che in realtà anch'egli è “ideologico”- sia pure con contenuti diversi -, ma sta cercando di rendere invisibile la sua ideologia, occultando così gli interessi di cui è fautore e dai quali del resto è pagato per portare a termine questa operazione? Non sono forse gli interessi, intesi non in senso non grettamente materialistico, ma come scelta di un'opzione etico-politica in contrasto con un'altra di segno opposto, che ci spingono a formulare i problemi e a delineare la risposta ad essi più adeguata in vista di assicurare una vita degna a coloro cui ci sentiamo omogenei culturalmente e socialmente? 

In questa prospettiva, la scelta politica, spogliata di ogni contenuto etico profondo, diventa un'opzione che scaturisce unicamente dai “buoni sentimenti” e della “buona volontà”, immediatamente condannata se palesa il suo vincolo con la collocazione economica e sociale dei suoi sostenitori. Insomma, essa esplicita quel vacuo moralismo umanista, bersaglio costante del pensiero marxista e elemento caratterizzante certa riflessione post-marxista contemporanea (v. Eagleton, 2007: 256), la quale si auto-compiace del suo “radicalismo”. Si tratta ovviamente di un “discorso” assai vecchio, sempre usato per esempio dalla Chiesa cattolica – oggi più che mai dal gesuita e populista Bergoglio -, che attende il cambiamento e la trasformazione, di cui gli uomini sarebbero bisognosi, dalla “rivoluzione interiore” e dal piccolo contributo quotidiano che ognuno di noi può spontaneamente dare se illuminato dall'”amore cristiano” e dall'immedesimazione nell'altro [5]. Naturalmente, giacché i nostri comportamenti e i nostri atteggiamenti non appaiono come i funghi sotto il bagliore improvviso dei raggi solari, possiamo chiedere ai nostri “buonisti” in quali condizioni sociali ed economiche si genererebbe tale “rivoluzione interiore” e cosa deve cambiare affinché l'uomo non sia più usato e abusato come un mero strumento dall'altro uomo. 

Il “buonismo” e le sue radici sociali 

Dal momento che a mio parere – nonostante quello che pensano i suoi sostenitori - anche quest'atteggiamento è ben radicato in una specifica condizione sociale, cercherò di indicare alcuni collegamenti con certi temi politici, di cui non mi attribuisco certo la scoperta. E in questa prospettiva – nonostante l'interpretazione del pensiero di Marx si fa oggi sempre più complessa e articolata – farò riferimento ad una nota pagina de Il 18 Brumaio d Luigi Buonaparte (1977), in cui egli si sofferma sull'ideologia democratica della piccola borghesia, quella classe intermedia da cui provengono in maggior misura quegli “intellettuali” che ci annoiano con il loro insipido buonismo. Scrive Marx che, per la sua posizione all'interno della società, la piccola borghesia “si immagina di essere superiore, in generale ai contrasti di classe”; inoltre – continua Marx -, anche se i democratici sanno di avere loro dinanzi un classe privilegiata, sono convinti di costituire con tutto il resto della nazione il popolo (corsivo nel testo). Per questa ragione essi pensano di rappresentare il diritto del popolo e di difenderne l'interesse; “non hanno dunque bisogno, prima di impegnare una lotta, di saggiare gli interessi e le posizioni delle diverse classi. Non hanno bisogno di ponderare troppo accuratamente i propri mezzi. Non hanno che da lanciare il segnale, perché il popolo, con tutte le sue risorse, si scagli sugli oppressori” (Marx, 1977: 104; corsivi nel testo). 

Se l'accostamento da me proposto ha un senso, l'ideologia, qui definita “buonista”, in quanto attende la palingenesi politica e morale dall'instaurazione dei “buoni sentimenti”, è frutto dell'interclassismo della piccola borghesia, che non coglie la spietatezza delle relazioni di classe e/o che spera di smussarle proponendosi come intermediaria e come rappresentante degli interessi generali (quelli del popolo non adeguatamente analizzato nei suoi segmenti costitutivi e anche conflittuali).
Da queste rapide considerazioni mi pare si possa ricavare come l'ideologia “buonista” manchi di realismo e costituisca per questo un'arma spuntata, ma al tempo stesso si mostra straordinariamente efficace su di un altro versante; essa indica, infatti, una prospettiva tranquillizzante in un contesto in cui il nostro senso di impotenza si accresce a dismisura: possiamo cambiare le cose con un piccolo sforzo quotidiano e convincere con la buona volontà e la pazienza che ogni forma di conflitto è deleteria e può essere appianata per il bene di tutti, senza mai specificare né in cosa consista tale bene né chi siano mai in senso sociale e politico questi benedetti tutti (se non il generico popolo o sempre più spesso la gente). 

Ma torniamo ancora a Marx per comprendere più a fondo, nei limiti della mia lettura, i capisaldi di questa ideologia piccolo-borghese o, se vogliamo, “buonista”. In un'altra pagina del 18 Brumaio scrive che la piccola borghesia ritiene che “le condizioni particolari della sua liberazione siano le condizioni generali, entro le quali la società moderna può essere salvata e la lotta di classe evitata” (1977: 99; corsivi nel testo). Si potrebbe dire che, sempre per l'incapacità di comprendere la natura complessa e conflittuale dell'intero organismo sociale, scambia il suo orizzonte pratico e quotidiano per la scena generale nella quale si sta svolgendo di fatto una battaglia cruenta, terribile e spietata, come quella che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, e che qualcuno ha definito “competizione globale”. Ma proprio per non gettare lo sguardo su tale battaglia, preferisce restare ancorata al suo orizzonte ristretto e controllabile e immaginare che lo svolgimento complessivo del processo storico possa al fine dipanarsi secondo quella logica, a cui le sembra auspicabile ispirarsi per realizzare la sua emancipazione secondo quelle finalità che le sono confacenti. In sostanza, è convinta che la ricetta adeguata a risolvere i mali del mondo consista nell'iniettare una buona dose di moralismo, ispirato a “buoni principi” per tutti evidenti e ragionevoli, nel corpo martoriato e lacerato di un organismo sociale in preda ad una crisi sistemica e irreversibile, la cui struttura portante non è in grado di mettere in questione. 

Primo esempio 

A questo punto mi sembra doveroso soffermarmi su un primo topos dell'ideologia “buonista” per analizzarne i meccanismi e per mostrare come essa trascuri di concentrare il suo sguardo sulla logica spietata che governa i fenomeni, che pure a suo dire tanto la angosciano, guardandosi bene così dal denunciarla e quindi ovviamente di combatterla.
In questo senso, mi sembrano molto significativi i vari servizi televisivi, soprattutto quelli di Rainews24, dedicati agli arrivi giornalieri attraverso il Mediterraneo di quelli che sono definiti migranti e non più emigranti (o immigranti), i quali nel loro tragico viaggio verso una meta, che non promette loro nulla di buono, sono decimati, giacché buona parte di loro muore o per le condizioni del tragitto, o per naufragio, o per la crudeltà dei “trafficanti d'uomini”. Generalmente il servizio trasuda sentimenti di solidarietà, addirittura in alcuni casi manifesta un senso di vergogna per la mancanza della “cultura dell'accoglienza”, per l'incapacità di comprendere l'”Altro”, che caratterizzerebbero ampi strati dell'opinione pubblica, se non esponenti politici importanti (come la stessa Merkel). Nulla si dice, tuttavia, sulle cause di queste migrazioni che, se analizziamo il fenomeno dal punto di vista mondiale, riguarderebbero circa 700 milioni di individui e non solo provenienti dai paesi poveri e diretti verso quelli ricchi [6]. Nulla si dice dei secoli di affamamento e sfruttamento di interi continenti da parte delle grandi potenze (in primis quelle europee), si tacciono le “guerre umanitarie”, gli interventi destabilizzanti miranti ad indebolire certi organismi statuali per controllarne le risorse e la posizione strategica, le politiche neo-liberali che hanno impoverito paesi già stremati e introdotto nel nostro continente lo Stato del Malessere e del Disagio sociale [7]. 

Come ha scritto Roland Barthes in significativo libro, in queste costruzioni mitologiche, che dominano le comunicazioni di massa e in cui un sistema semiologico viene presentato come un sistema fattuale: “...la storia evapora; è come una domestica ideale: prepara, porta dispone, il padrone arriva e lei scompare misteriosamente...” (Miti d'oggi, 1974: 231). Questo procedimento, in cui viene omessa una parte rilevante della storia e con essa la spiegazione del fenomeno osservato, ci invita a constatare certi fatti e quindi, in un certo senso, a farceli considerare naturali, inevitabili, cancellando così tutte le responsabilità, se non quelle del fantomatico Uomo in generale, che non potrà per questo mai esser giudicato, ma sicuramente fatto oggetto di una qualche predica retorica e al contempo moralistica (nel senso prima indicato). E qui non si risparmiano le parole, accalorate e impetuose, tanto non implicano nessuna presa di posizione chiara né un qualche intervento realistico.

Con questa operazione, condotta consapevolmente o inconsapevolmente, si occulta la spietatezza tutta concreta delle relazioni politico-economiche internazionali, nel senso che produce conseguenze drammatiche visibili e verificabili, avvolgendo di una densa nebbia le cause, le ragioni e i responsabili [8] di tali fenomeni sconvolgenti, dimenticando al contempo che potrebbero prima o poi travolgere anche noi. 

[Segue sul prossimo numero]

 Note

[1] Posizione che nessun relativista, neppure il più conseguente, può di fatto applicare soprattutto nel momento in cui si trova a dover prendere una decisione e a doversi schierare. Se non prende un decisione, stabilendo chi ha ragione e chi ha torto, senza rendersene conto finirà per essere travolto dal processo che ha osservato con scetticismo amletico. Il relativismo si fonda sul presupposto dell'irrazionalità e quindi non giustificabilità dei valori.

[2] Secondo la vulgata postmoderna le cosiddette “metanarrazioni”.

[3] Scrive Terry Eagleton (Ideologia. Storia e critica di un'idea pericolosa, 2007: 13): <<L'ideologia, come l'alitosi, è qualcosa che appartiene sempre agli altri>> 

[4] Tale impostazione nasce dalla supposta contrapposizione tra fatti e valori, che tormenta costantemente la sociologia borghese da Max Weber in poi.

[5] D'altra parte, Gesù non è stato il primo socialista?

[6] Per esempio, sembra essere notevole l'emigrazione dei giovani spagnoli verso alcuni paesi dell'America Latina e del Nord Europa.

[7] Ovviamente qui, facendo riferimento agli inizi del XX secolo, si potrebbe rimandare al concetto totalizzante di “imperialismo”, ma preferisco fare un'altra citazione assai significativa, perché tratta da un autore assai preoccupato dall'avanzata del comunismo dopo la seconda guerra mondiale. Mi riferisco a Arnold Toynbee, che negli anni '50 tenne una serie di conferenze sul tema Il mondo e l'Occidente. Nel testo di queste, pubblicato in un piccolo libro dallo stesso titolo, scrive: “Nell'incontro fra mondo e Occidente, in corso ormai da quattro o cinque secoli, la parte che ha vissuto un'esperienza significativa è stata finora il resto del mondo non l'Occidente. Non è stato l'Occidente a esser colpito dal mondo; è il mondo che è rimasto colpito – e duramente colpito – dall'Occidente...” (1992: 11-12). Naturalmente si potrebbe non essere d'accordo con l'utilizzazione della nozione un po' mistificante di Occidente da parte di Toynbee, anche perché il Giappone, per esempio, ha condiviso la medesima aggressività delle potenze cosiddette occidentali. 

[8] I quali oggi ogni tanto giungono a chiedere perdono dei loro misfatti.

13/08/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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