Caso Verbano. Quel maledetto giorno di 35 anni fa

La fine di Valerio, un giovane di soli diciotto anni, é ancora uno dei più inquietanti misteri degli oscuri anni di piombo. Di quella fine anni '70, in cui si poteva morire per l’appartenenza ad un gruppo politico, ad un partito, a un’ideologia. E si scatenò allora una delle più terribili faide della seconda metà del '900. Valerio aveva la “colpa” di essere curioso, meticoloso nella raccolta di dati e appassionato di fotografia.


Caso Verbano. Quel maledetto giorno di 35 anni fa

La tragica fine di Valerio, morto per un dossier sulla destra eversiva. La tragedia sotto gli occhi dei genitori, il 22 febbraio 1980. Le rivendicazioni dei Nar e le indagini. La fine del giudice Amato. Le faide degli anni di piombo, fra gruppi di estrema destra e di sinistra, nella capitale. Il coraggio di Carla Verbano e la sua tenacia per ottenere giustizia. Il rito alla lapide in via monte Bianco. 

di Alba Vastano

“Avevo un figlio, Valerio, che riempiva la nostra vita e me lo hanno ammazzato. È caduto sul divano in quell’angolo, aveva la testa dove adesso c’è quel gattino di pezza. Sono stati i fascisti, forse per vendetta, perché Valerio faceva parte di Autonomia, o forse per paura. Valerio era un loro nemico giurato, stava raccogliendo un dossier sui fascisti del quartiere, chissà? Ma da quel giorno viviamo con uno scopo, scoprire la verità su nostro figlio. Dare un nome ai tre assassini che ce l’hanno ucciso davanti agli occhi. Se la sua morte rimarrà un mistero, mio figlio sarebbe ucciso per la seconda volta”. Le parole di Carla Verbano, scomparsa nel giugno del 2012, sono ancora scolpite nella mente di chi questa oscura vicenda l’ha vissuta accanto a lei, “mamma coraggio”. Così la chiamavano i tanti amici, perlopiù giovani, affascinati dal coraggio di questa piccola donna, con una tempra d’acciaio e il desiderio  inesaudito di giustizia  Così come citato nel suo libro “Sia folgorante la fine”. Non  é stato cosi. Se n’è andata, vittima del male peggiore con il nome del suo Valerio fra le labbra. Chiedendo, gridando che giustizia finalmente venisse fatta. Che la vita di suo figlio scippata nel modo più atroce da mano fascista e assassina, venisse riscattata con la scoperta della verità e dei colpevoli. Ha lasciato una consegna importante, un’eredità irrinunciabile a chi della lotta antifascista ne fa un ideale di vita. La lotta contro l’illegalità, contro le mafie, contro i poteri forti si fa tutti i giorni per costruire una società migliore. Affinché  prevalga la verità e la giustizia. Affinché i diritti siano uguali per tutti. Affinché chi può farlo non nasconda, ma sveli e punisca i colpevoli di questi efferati delitti.

La fine di Valerio, un giovane di soli diciotto anni, é ancora uno dei più inquietanti misteri degli oscuri anni di piombo. Di quella fine anni '70, in cui si poteva morire per l’appartenenza ad un gruppo politico, ad un partito, a un’ideologia. E si scatenò allora una delle più terribili faide della seconda metà del '900. Valerio aveva la “colpa” di essere curioso, meticoloso nella raccolta di dati e appassionato di fotografia. Studente del liceo scientifico Archimede (frequentato soprattutto da giovani della sinistra, a differenza del Giulio Cesare), militava in Autonomia operaia, e apparteneva a una famiglia che del Pci  e della bandiera rossa ne faceva vessillo e stile di vita. Il padre Sardo, iscritto al Pci (sezione di Montesacro) e Carla, la madre, che negli anni 2000 si candidò nelle liste di Rifondazione. Valerio aveva una “fissa”: raccogliere e catalogare più dati possibili dei suoi nemici politici, appartenenti ad organizzazioni di stampo fascista. Il giovane si stava occupando anche di documentare gli sfratti nei quartieri popolari. Con un teleobiettivo catalogava, schedava e documentava moltissimi fatti e nomi di persone appartenenti all’ambiente eversivo della destra romana. Raccoglieva tutti i dati in un fascicolo, il dossier Nar (nuclei armati rivoluzionari). Valerio, per quel dossier, firmò la sua condanna a morte.

L’omicidio- 22 febbraio 1980

Una famiglia normale, in un condominio borghese. Quello di Via monte Bianco 114. Al quarto piano scala B, sta per  avvenire quello che i media ricorderanno per anni come una tragedia  complessa e misteriosa, priva di trasparenza e colma di occultamenti delle prove e di omissioni. Sardo e Carla sono appena tornati a casa. Sono le 13 e in quella casa il tempo batte ancora il ritmo della normalità. Forse c’é una tavola pronta. I due sono in attesa di pranzare con Valerio che a quell’ora torna da scuola. Un campanello, ma non è il giovane. In casa Verbano irrompono tre individui, hanno il passamontagna, sono armati. Legano e imbavagliano i due genitori, li costringono nella camera da letto e attendono che entri Valerio. All’arrivo del ragazzo, lo aggrediscono. Valerio é esperto in arti marziali. Ne nasce una colluttazione. Il giovane prova a difendersi, ma la lotta é impari. Partono due colpi, il secondo lo raggiunge alla schiena. È quello mortale.  Cosa volessero da Valerio é presumibile. Il dossier. E umiliarlo con un interrogatorio in  modalità “Guantanamo”. Fra i reperti, lasciati nella fuga dagli assassini, infatti, oltre ad un passamontagna, é stato trovato un guinzaglio per cani. Forse gli assassini lo avrebbero utilizzato proprio su Valerio per umiliarlo e costringerlo a rivelare delle verità scomode, se non fosse nata la colluttazione e avvenuta la tragedia.

Le rivendicazioni dei Nar

La morte di Valerio ha subito forte risonanza, sia per la militanza politica del giovane, sia per la brutalità dell’assassinio. I gruppi di Autonomia reagiscono violentemente e danno luogo a una manifestazione di protesta all’interno del cimitero del Verano, dove viene sepolto il giovane. Interviene la polizia che seda la rivolta con i lacrimogeni. È subito palese che l’omicidio é a firma dell’estrema destra, del gruppo dei Nar. Le prime indagini però non approdano a nulla. Quel passamontagna ritrovato dalla polizia in casa Verbano e poi fatto sparire, con la prova del dna avrebbe avvicinato  gli inquirenti alla verità. Inizia un depistaggio sulle indagini. Da parte dei gruppi di estrema destra vengono diffusi dei volantini con il nome “Gruppo proletario organizzato armato” che ventilavano l’assurda ipotesi che Valerio fosse un delatore. E infine arriva la rivendicazione, quella vera, con un ultimo volantino del gruppo dei “Nar, comandi Thor, Balder e Tir”, dove Thor rappresenta un  nibelungo che colpisce con un martello, oggetto che  riconduce allo scontro che aveva avuto Valerio con un gruppo di neofascisti, fra cui tal Nanni de Angelis. Il volantino é di chiara matrice fascista. Vi é scritto che hanno già colpito con il loro martello in vari quartieri della città e che altri martelli sono pronti per liberare la strada dai piccoli vermi di Autonomia, del Pdup e del  movimento studentesco. In nome della rivoluzione fascista.

I Nar -I nuclei armati rivoluzionari si differenziavano dalle Brigate rosse in quanto privi di  un gruppo centralizzato. Condividevano una comune ideologia a cui si ispiravano, ma ognuno compiva  azioni in autonomia. Condividevano anche a armi e covi. Valerio Fioravanti, uno dei massimi esponenti dei Nar, andò poi a trovare Carla nella sua abitazione, negando di essere uno degli esecutori dell’omicidio di Valerio. Vi andò con sua moglie, l'ex terrorista Francesca Mambro e con la loro bambina, Arianna. "Li ho invitati a casa e sono venuti. Speravo sapessero qualcosa dei tre killer che hanno ucciso Valerio” (ndr, dichiarazione di Carla Verbano apparsa sul “Corriere della sera” il 21 febbraio 2009, in un articolo di  Alessandro Capponi), “Un incontro difficile, certo, ma per amore di mio figlio farei questo e altro. Li ho accolti in casa, ma purtroppo, non mi hanno aiutato. Hanno detto solo che forse era gente della banda della Magliana. Diciamo che l'incontro mi rimarrà nella memoria soprattutto perché li ho visti parlare di quegli anni tanto drammatici, degli omicidi e di quell'orrore, davanti alla loro bambina di otto anni. Il papà e la piccola dopo un po' sono andati via, e Francesca mi ha detto di non preoccuparmi, che la bambina è al corrente di tutto”. Fioravanti fece diffondere un volantino, in cui dichiarava che il vero nemico era lo Stato parlamentare, democratico e borghese e che azioni come l’omicidio del “compagnetto” (riferendosi alla giovane età) Valerio non dovevano più avvenire. “Bisogna stabilire un’intesa tattico-strategica con il fronte dell’ultra sinistra per avviare una rivoluzione contro lo Stato” si legge nel volantino. Nascono di seguito una serie di formazioni promosse dalla destra eversiva che vengono chiamate “lo spontaneismo armato della destra” che propongono, all’area eversiva della sinistra, un’alleanza tattica. Nasce il gruppo “Terza posizione” con l’intenzione di superare l’idea di essere su fronti opposti. Né capitalisti, né comunisti quindi, ma di tendenza populiste o peronista. Tendenza mai raccolta dagli interlocutori di sinistra.

Il dossier

(dalla testimonianza di un amico di Valerio)

“Eravamo organizzati come un piccolo servizio segreto, estremamente efficiente. Ci avvicinavamo ai luoghi di ritrovo dell’estrema destra. Scattavamo foto e cercavamo di identificarli. In un  quaderno catalogavamo il tutto. L’esigenza nasceva dalla sensazione che avevamo che in Italia si potesse verificare un colpo di stato da parte della destra.Dovevamo prepararci per contrastarlo. Avevamo l’esempio del Cile e dell’Argentina. I dati ci sarebbero serviti se questo fosse accaduto”

Valerio, con tutti quei dati, aveva composto un copioso fascicolo completo di svariate fotografie. C’era l’identità di tanti personaggi della destra eversiva romana. In particolare dei quartieri: Trieste, Salario,Talenti, Montesacro. Venne arrestato il 20 aprile del 1979 per fabbricazione e detenzione di materiale incendiario e quel dossier fu rinvenuto dalla polizia, in seguito a perquisizione nell’appartamento di Via monte Bianco. Il dossier scomparve nei depositi giudiziari. La famiglia, nell’ottobre del 1980, ne chiese la restituzione. Respinta dal giudice istruttore perché “materiale soggetto a segreto istruttorio”. La  distruzione del dossier, per ordine della Corte d’appello, avverrà il 7 luglio del 1987. Stralci in copia riapparvero nel 2000 ed entrarono a far parte degli atti alla riapertura dell’inchiesta sull’omicidio. 397 fogli, scritti a mano da Valerio, in cui sono scritti 900 nomi di attivisti della destra eversiva, corredati da indirizzi e numeri telefonici. Compaiono anche i nomi di Teodoro Buontempo e Francesco Storace.  Quest’ultimo descritto così: “porta gli occhiali Lozza da vista, segretario Fdg Acca Larentia, cicciottello”. Ci sono anche i nomi di leader di organizzazioni neofasciste dell’epoca, come Signorelli, Delle Chiaie e Alibrandi. E di attivisti di destra come Angelo Mancia, assassinato pochi giorni dopo Valerio, forse per vendicarne l’omicidio.

Le indagini e la fine del giudice Amato

Le primissime testimonianze, subito dopo il delitto, verranno fornite da un vicino di casa che riferì agli inquirenti di aver visto tre uomini in fuga dal palazzo di Via Monte Bianco. Dalla descrizione dell’uomo viene costruito l’identikit, ma l’uomo ritratta, forse per paura di ritorsioni o perché minacciato. Sardo, il padre del giovane, inizia a ricostruire la vicenda e a raccogliere in un memoriale tutti i dati che potrebbero portare ad una svolta nel rintracciare i colpevoli. Ma le vere indagini vengono affidate al giudice Claudio D’Angelo. La vicenda di Valerio s’intreccia misteriosamente anche con la fine del giudice Amato, un magistrato della procura di Roma. A lui era stato affidato, precedentemente alla morte di Valerio, l’incarico di indagare sulla destra eversiva della capitale. Amato però venne lasciato solo ad indagare su un’inchiesta complessa e pericolosa. Per affrontare quel gravoso impegno sarebbe servito un pool di almeno quattro magistrati per la divisione di incarichi e responsabilità. Il giudice Amato fa del suo meglio e studia ben 600  fascicoli relativi al mondo della destra eversiva della capitale. Studia anche il fascicolo Verbano e dispone una serie di arresti fra i gruppi neofascisti. Verrà ucciso il 23 giugno 1980, alla fermata dell’autobus in viale Ionio. Era solo e senza scorta. Oggi, in quella strada, vi è una lapide in sua memoria.

Il rito alla lapide in Via Monte Bianco

Ogni anno tanti giovani, amici di Carla e tantissime persone che credono negli ideali di giustizia e nella lotta antifascista, si riuniscono intorno alla lapide di Valerio, in Via monte Bianco, per poi proseguire con un corteo nelle strade limitrofe del quartiere. Si fermano in  via Isole Curzolane ove c’é la sede della palestra intitolata al giovane. Spesso in questi 35 anni quella lapide è stata profanata dalla solita iniqua mano, ma nessuno é riuscito ancora a cancellare la memoria di un giovane che ha perso la vita per gli ideali antifascisti.  Quest’anno la commemorazione si svolge in due giorni: il 21 e il 22 febbraio. Incontro  alla lapide e corteo il 21, e “Un fiore per Carla e Valerio” il 22. Perché nessuno debba più morire per un ideale giusto, per costruire una società migliore. Perché un’idea così nobile, come quella di Carla che nel nome di suo figlio ha dedicato la sua vita a tanti giovani e ha creduto fino alla fine in una giustizia che non le ha dato risposta alcuna, non può morire. 

“Vorrei sapere, prima di morire chi ha ucciso  mio figlio. Vorrei che i colpevoli bussassero alla mia porta e mi dicessero il perché. Io li aspetto…”  (Carla Verbano)

 

20/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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