Considerazioni su Potere al popolo dopo la votazione sugli statuti

Il progetto politico mantiene la sua validità ma rimane il rischio di perdere, per l’ennesima (forse l’ultima?) volta, una grande occasione.


Considerazioni su Potere al popolo dopo la votazione sugli statuti

In questo ultimo anno, complici le iniziative fiorite e sfiorite al Brancaccio, si è dibattuto molto sul problema di quale dovesse essere il progetto politico dell’immediato futuro per la sinistra di classe e per i comunisti in particolare. Era necessario ragionare e discutere per chiarire ciò che si dovesse fare, al fine di invertire l’andamento della lotta di classe - ormai agìta quasi sostanzialmente solo dal capitale - di ricompattare la classe dei lavoratori salariati e subordinati (gli sfruttati) e dei loro possibili alleati sociali, per cominciare a cambiare e risalire la china.

Si era fatta strada tra molti compagni l’idea che dovessimo pensare ad una ipotesi politica che individuasse in un “movimento politico organizzato” il soggetto politico unitario che, sulla base di un programma minimo, di fase, agisse e si muovesse sulla scena politica della lotta di classe nel nostro paese; movimento politico dove i comunisti avrebbero potuto nuovamente riprendere il legame con la classe e riattivare nel contempo il loro patrimonio teorico politico. Né quindi un nuovo partito ideologico dei comunisti, né l’ennesimo tentativo di “intergruppi” sotto l’etichetta delle “sinistre unite”, né una federazione associativa di vari e diversi movimenti perlopiù monotematici. L’avvio di un percorso unitario con la nuova proposta di Potere al Popolo! sembrava rispondere non solo a queste esigenze, ma rappresentava una concreta articolazione di tale progetto politico. Il Manifesto fondativo di PaP era lì a dimostrarlo e anche le principali organizzazioni comuniste avevano dato il loro fattivo assenso.

Ciò che però è successo in PaP in questi ultimi tempi impone, oggettivamente, di entrare nuovamente nel merito della questione, non tanto delle posizioni che si sono confrontate, ma degli elementi e aspetti peculiari del progetto politico che, a nostro avviso, avrebbero dovuto e dovrebbero sostanziare PaP e che sotto traccia hanno condizionato in modo negativo il confronto.

Considerazioni su ciò che è successo in PaP

Nel momento in cui si era giunti alla fase di votazione sulle due ipotesi di Statuti con un metodo di votazione che utilizzasse la piattaforma informatica, si è manifestata una rottura profonda all’interno del Coordinamento Nazionale Provvisorio di PaP tra la maggioranza che sosteneva il 1° Statuto e la minoranza che sosteneva il secondo (rottura che si è concretizzata nel ritiro del 2° Statuto e nell’invito all’astensione). Questo è stato l’esito di una progressiva e dura contrapposizione che era maturata su vari punti e questioni nei mesi precedenti. Proprio sulla ricostruzione dei “fatti” con le relative “verità” politiche e sulla individuazione dei “colpevoli”, si è scatenata un’ulteriore grave lacerazione tra militanti e attivisti e un conseguente generale senso di disorientamento e “scazzamento”, soprattutto tra coloro che non necessariamente si “identificavano” nell’uno o nell’altro delle due componenti che si contrapponevano (sommariamente e schematicamente: ex OPG, Eurostop e altri da un lato e Rifondazione Comunista e altri dall’altro).

Proprio in queste ricostruzioni è possibile cogliere già da subito i limiti con cui ci si è approcciati alla questione. Come in un remake di Rashomon di A. Kurosawa, ognuno cita i “fatti”, ai quali però ognuno affibbia “verità” diverse quali esiti di diversi contesti e punti di vista. I “colpevoli” (come le verità) possono a questo punto essere diversi, rimane solo la contrapposizione, spesso anche solo personalistica, tra “buoni” e “cattivi” (intercambiabili tra loro), la manna per coloro che si scontrano semplicisticamente e sguaiatamente in Facebook, la sfiga per chi tenta di ragionare politicamente. Pur a gradi diversi, appare evidente, in tali “ricostruzioni” l’assenza di un discorso politico che potesse illuminare le contraddizioni, in particolare l’incapacità di ricondurre le divergenze ai diversi progetti politico-organizzativi impliciti negli statuti, alle diverse concezioni di come PaP potesse, quale movimento politico e sociale organizzato, essere un soggetto politico unitario, nuovo nel panorama della sinistra italiana.

Possiamo a ragione pensare che la mancata approfondita consapevolezza, e conseguente esplicitazione, delle divergenze abbia favorito la “conta” sul contenitore più che sul contenuto, sulla forma statutaria dell’organizzazione più che sul contenuto progettuale che ne sta a monte, lasciando però inalterata la contrapposizione tra le due ipotesi che in PaP, nei loro aspetti peculiari si validavano a vicenda: da un lato contro l’ingerenza da intergruppo di Rifondazione comunista in nome di autonomia, sovranità e identità di PaP; dall’altro contro la trasformazione di PaP da movimento unitario a organizzazione partitica. In tal senso si può parlare di fallimento per i gruppi dirigenti che hanno gestito questa fase.

I limiti di comprensione del Movimento Politico Organizzato (MPO)

Come dicevamo inizialmente, in questa fase storica di forte arretramento nel rapporto di classe a livello sociale, politico e teorico-ideologico, che spesso eufemisticamente definiamo “non rivoluzionaria”, il progetto politico per quei pochissimi comunisti rimasti, divisi, senza un sostanziale rapporto con le “avanguardie” di classe che ancora “resistono” e senza una reale presenza nella classe, il progetto politico atto ad invertire la tendenza di questi ultimi decenni è quello che sappia coniugare contemporaneamente tre aspetti fondamentali e decisivi: (1) la difesa, riorganizzazione e resistenza della classe e degli strati popolari ad essa accomunati, in una fase storica di piena vittoria del fronte sociale avversario, con l’obiettivo di modificare i rapporti di forza e di accumulare forze politico-sociali per porre e intraprendere un cambiamento sociale; (2) lo (ri)stabilire uno stretto legame, se non, in prospettiva, identità, tra i comunisti e le “avanguardie di classe”, ovvero coloro che contro il capitale e la sua ideologia liberista si pongono, in termini di organizzazione e lotta, nel perseguimento del primo aspetto e obiettivo che citavamo; (3) la riattivazione del patrimonio teorico-conoscitivo del marxismo nel rapporto con tutte le problematiche poste dal processo rivoluzionario, da questa fase non rivoluzionaria a quella futura di una fase di transizione socialista.

Il progetto politico del MPO basato su un Programma Minimo rispondeva a questi criteri. Così lo delineavamo, più di un anno fa, ancor prima che PaP si formasse: “il progetto politico dei comunisti in questa fase, pone la necessità di ricostruire l’unità della classe di tutti i lavoratori salariati e subalterni al capitale e i settori popolari suoi potenziali alleati attorno ad un “programma minimo” che (in riferimento strategico ad una prima fase di transizione dopo la rottura rivoluzionaria) deve assumerein questa fase un carattere popolare, democratico e di resistenza sociale di massa; un programma che siacapace, agendo sugli elementi di crisi del capitale e sulle contraddizioni e divisioni del fronte avversario, nonsolo di ricompattare il potenziale blocco sociale anticapitalistico, ma anche di strappare quegli obiettivi chedi volta in volta si rendano praticabili in base ai reali rapporti di forza. È proprio sulla base di tale impostazione tattica, tesa a concretizzare un processo di acummulazione delle forze, che possiamo delineare le forme e le discriminanti che, sul piano politico della lotta di classe, assumono il “fronte”, la sua struttura, e il suo programma: quello di un movimento politico organizzato (e non quella di un partito teoricamente e ideologicamente comunista), un soggetto politico unitario connotato politicamente (dalle discriminanti anticapitaliste, antiliberiste, democratiche ecc.), “largo”, espressione diretta della classe e delle sue “avanguardie”, un organismo di “fronte” che sappia essere coagulo e organizzazione dal basso dei diversi movimenti e lotte che, appunto sulla base del programma minimo e della sua articolazione, devono sorgere nel paese ai vari livelli, da quello economico sindacale (fondamentale), a quello politico e democratico, fino a quello culturale e strutturarsi come organismi di massa e di base (come provarono a essere per un certo periodo oltre ai consigli di fabbrica anche i consigli di zona).

Quindi un movimento politico organizzato e centralizzato su un progetto di cambiamento politico, che si dovrà dotare di strutture consiliari, territoriali, democratiche (una testa un voto), fino ad essere un soggetto politico unitario che agisce anche sul piano istituzionale e elettorale (con un nome e un simbolo che ne evidenzi i caratteri di “fronte unitario proletario e popolare” nella prospettiva socialista). Strutture/comitati dove la classe possa auto-organizzarsi e riconoscersi e che possano esercitare, sia come soggetto complessivo unitario sia nelle sue articolazioni locali, minimi rapporti di forza e di controllo popolare in contrapposizione all’avversario di classe, (in principal modo la grande borghesia sovranazionale, ma anche i suoi contraddittori e subalterni alleati del medio e piccolo capitale), al suo stato, al suo governo e alle sue politiche liberiste, antipopolari e antidemocratiche.” [1].

Questi aspetti peculiari del progetto politico sembrano essere di fatto messi in discussione e quindi è necessario approfondire meglio: perché “movimento” e non partito, perché a livello “politico” e non ideologico, perché “organizzato” con strutture autonome, permanenti e democratiche, perché di un “programma minimo” di difesa e resistenza delle condizioni, politiche ed economiche, di vita e di lavoro della nostra classe di riferimento e del popolo in generale.

Proprio quest’ultimo elemento, il programma minimo, è quello che in sostanza è determinante nel caratterizzare tutto il progetto politico e in particolare il MPO. Infatti è il livello politico-democratico e la collocazione interna al perimetro del quadro borghese posto dal programma minimo, implicito nella fase non rivoluzionaria in cui siamo annegati in Italia e in tutto il contesto euroccidentale, che non permette obbiettivi rivoluzionari e tanto meno da transizione socialista, ad imporre i caratteri anche politici e organizzativi del MPO. Il livello politico democratico a cui si pone lo scontro di classe con il Programma Minimo determina che il MPO, benché abbia come orizzonte strategico una società dove non sia l’interesse del capitale e della borghesia a decidere dei destini del resto della società, ma bensì il contrario, quindi una società con connotati socialisti, non possa avere e assumere i caratteri di un movimento/organizzazione “comunista”. Essere politicamente contro lo stravolgimento reazionario della Costituzione, contro la Buona scuola, la legge Fornero, per la complessiva difesa del salario sociale di classe e dei lavoratori subordinati, non implica necessariamente essere comunista, anche se lo è invece per un comunista che vede in questi obiettivi e in queste lotte l’articolazione e il concretamento tattico del progetto politico, a tal punto che tutti i comunisti in prima persona debbono farsi carico di ciò.

Il rimarcare gli aspetti identitari comunisti, quale discriminanti nel definire la prospettiva (e conseguentemente “l’adesione”) al MPO, magari in contrapposizione a precedenti organizzazioni comuniste, è palesemente fuorviante rispetto al progetto politico così come lo abbiamo delineato, oltre che ad essere foriero di fraintendimenti anche tra i compagni e i militanti. Se il MPO, e in questo caso PaP, può essere un tramite per un futuro “Partito Comunista” lo è solo nella misura in cui, come dicevamo, è in grado di ristabilire il rapporto con la classe e riattivare, nell’analisi della fase e nell’elaborazione del suo programma, il patrimonio teorico conoscitivo, di trasformazione rivoluzionaria del marxismo. Peraltro l’aspetto di movimento organizzato, largo e inclusivo, in cui si concretizza il progetto politico non è secondario né surrogabile con una organizzazione politica partitica.

L’aspetto di movimento organizzato è rispondente alle diverse e articolate modalità con cui la classe e i settori popolari sono e saranno in grado di organizzare e gestire la lotta e lo scontro sociale. Il movimento politico, quale espressione politica della riaggregazione a livello sociale del movimento di classe, del fronte della classe lavoratrice e delle classi popolari, deve dotarsi di strutture di base di tipo consiliare, perciò stesso democratiche, strutture che hanno il compito di promuovere e indirizzare la lotta di classe, a tutti i livelli e i luoghi dove sia possibile, strutture dove i settori più avanzati delle classi popolari possano confrontarsi ed autoorganizzarsi e dove la partecipazione dei singoli compagni è di tipo individuale, non quindi come “delegati” di qualsiasi altro partito, organizzazione, movimento o sindacato. Non vi possono essere “quote riservate” a chicchessia, a qualsiasi livello; quello che dovrà essere riservato è la ricchezza di contributo, di analisi, di esperienza e patrimonio che ognuno, dalla propria “diversità” e “storia” è in grado di portare e principalmente i comunisti fra questi (in tal senso il problema dell’unità e del consenso e delle “forme” che lo possono garantire non è secondario).

In tali strutture è possibile e necessario analizzare e discutere di tutte quelle problematiche politiche, tattico-strategiche, correlate alla fase e al suo programma, ed è a questo livello che si pone correttamente, per i comunisti, il problema dell’egemonia e non tanto nelle forme organizzative e statutarie di garanzia della propria organizzazione comunista, al di là sia delle modalità da intergruppi con cui è nato PaP, sia dei limiti di una visione ancora “federativa” del movimento politico-sociale, dove spesso PaP stesso viene inteso un movimento alla stregua di altri. Proprio dalle strutture di base consiliari infatti devono, per delega democratica e quindi revocabile, uscire quei delegati/quadri a cui è preposto, in continuo rapporto biunivoco con le strutture di base consiliare, il compito di formare una struttura “nazionale”, l’aspetto organizzato del movimento, fino a definire i vari organismi che, a loro volta, hanno il compito di “sintesi” e “direzione” del movimento quale soggetto politico unitario, con le sue discriminanti democratiche, anticapitaliste, antiliberiste, e strategicamente socialiste. Solo in questo modo c’è la effettiva e materiale possibilità per tutto il corpo militante del movimento di esercitare la propria “sovranità”, senza cadere nei nefasti limiti di uno spontaneistico e plebiscitario assemblearismo, funzionale spesso ad un partito leaderistico e di opinione, dove spesso il ruolo della “base” è solo quello della ratifica o al massimo della votazione/elezione tra due opzioni diverse calate dall’alto. Come ben sappiamo non basta dire che “la sovranità appartiene al popolo”, ma è necessario capire con “quali forme” e “limiti” la “esercita”.

In questa ipotesi di MPO basato su strutture di tipo consiliare (assemblee territoriali e/o di luoghi di lavoro e studio) non è comprensibile (né condivisibile) come la partecipazione al movimento, nelle strutture consiliari di base, possa avvenire previo una “iscrizione” al movimento o cose similari. Non è il “senso di appartenenza”, tantomeno virtuale, che serve, ma la disponibilità e la fattiva operatività alla lotta. Il pensare addirittura che la propria adesione, partecipazione e decisionalità, sia subordinata all’utilizzo di una “piattaforma informatica”, più che essere una facilitazione democratica inclusiva, appare come una tecnocratica e burocratica operazione escludente (su circa 9.000 adesioni, circa 1.800 non sono state “validate”). In tal senso, per estremizzare, è il movimento politico (PaP) che si mette al servizio, “aderisce” alle lotte politico sociali della classe e delle sue avanguardie e le promuove, e non viceversa. Lo stesso aspetto del mutualismo viene ad essere vanificato e sminuito se, invece che essere riferito alle diverse modalità di autoorganizzazione della classe e di controllo popolare, viene riferito ad una organizzazione di tipo politico-partitica, come per certi versi, anche in PaP, sembra emergere.

Come dicevamo all’inizio, le posizioni che si sono fronteggiate all’interno di PaP si validavano l’un l’altra. Allo stato attuale non è possibile intravvederne una reale ricomposizione e superamento se non vengono affrontati e risolti i limiti di interpretazione del progetto politico che ne stavano alla base. Appare indubitabile che il progetto politico come lo abbiamo ulteriormente delineato mantiene la sua validità, ma questo non allontana il rischio di perdere, per l’ennesima (forse l’ultima?) volta, una grande occasione.


Note

[1] Enzo Gamba - Gianfranco Pala IL PROGRAMMA MINIMO per la classe e i comunisti in una fase non rivoluzionaria Ed. La città del sole 2015; Enzo Gamba Partito, movimento politico organizzato, programma minimo. Sul progetto politico dei comunisti. https://rivistacontraddizione.wordpress.com 2016.

03/11/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Enzo Gamba

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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