Dove va Rifondazione? Imperialismo, Unione Europea e sinistra italiana

Ospitiamo questo contributo di Bruno Steri al dibattito interno del Partito della Rifondazione Comunista.


Dove va Rifondazione? Imperialismo, Unione Europea e sinistra italiana

Ospitiamo questo contributo di Bruno Steri al dibattito interno del Partito della Rifondazione Comunista, che offre una riflessione critica sulle posizioni politiche da assumere di fronte all’attuale scenario politico internazionale, sul futuro dell’Unione Europea e sugli ultimi eventi in seno alla sinistra italiana.È fondamentale salvaguardare l’identità di un soggetto politico comunista che rischia di scomparire per sempre dal panorama politico italiano.

di Bruno Steri

C’è un’evidente frizione tra la prima parte della relazione introduttiva di Paolo Ferrero al recente Comitato Politico Nazionale, in cui si trovano considerazioni analitiche condivisibili, e l’ultima parte dedicata all’immediato che fare: c’è una significativa divaricazione tra valutazioni politiche generali e comportamenti concreti. 

Ferrero ha ad esempio accennato al peggioramento del clima internazionale, caratterizzato da un preoccupante “ritorno della guerra fredda”.  Condivido tale giudizio. Assistiamo da tempo a ripetuti strappi determinati dall’attivismo aggressivo della Nato e ispirati dalle mire egemoniche degli Stati Uniti. In questo quadro, è stato evocato dal segretario il pesante capitolo dell’ambiguo ruolo giocato dalla coalizione anti-Isis, con Paesi  Nato come la Turchia che hanno concretamente supportato, in termini di armi letali, la barbarie oscurantista del Califfato. A fronte di tale criminale ambiguità (alimentata dall’interno dell’establishment Usa) e con essa in drammatico contrasto, c’è stata - tra altre sciagure - l’esplosione in volo di un aereo di linea russo con 250 vittime civili: attentato di cui l’Isis ha rivendicato la paternità. Si può capire quale sia il carico di tensione nelle relazioni internazionali che simili episodi provocano. Non va dimenticato che l’anno prossimo si svolgeranno le elezioni presidenziali statunitensi, evento destinato a condizionare il futuro prossimo del mondo. E, sinceramente,  non è che ci sia da star tranquilli: stando a quel che riferiscono le cronache sulle intenzioni dei diversi candidati e sugli umori prevalenti in quel grande e potente Paese, si potrebbe giungere perfino a rimpiangere Barack Obama…  Bene ha quindi fatto Ferrero a richiamare questi temi: purtroppo però questi stessi temi sono poi derubricati dal percorso di avvicinamento al nuovo soggetto della sinistra. E’ comprensibile che nell’ambito del nascente partito socialdemocratico (la Sinistra Italiana) non sia il caso di porre il tema dell’imperialismo; e che convenga enfatizzare ciò che unisce. Tuttavia è  difficile pensare che l’obbligo del silenzio - un silenzio davvero assordante - su simili questioni non faccia problema. 

Se poi passiamo al tema dell’Europa, ripreso, prima che dal sottoscritto, da molti compagni, le cose si fanno ancora più complicate: qui la contraddizione è addirittura “in seno al popolo”. Su questo la Sinistra Europea è evidentemente spaccata: la presa di posizione di quattro autorevolissimi suoi esponenti (tra cui l’italiano Stefano Fassina) rappresenta un fatto politico di assoluto rilievo. E, a mio giudizio, assai opportuno. Ma, rispondendo positivamente all’urgenza di mettere con i piedi per terra un “Piano B” che punti al superamento della moneta unica,  si apre nella suddetta famiglia politica una contraddizione non da poco. Anche su questo Rifondazione appare silente, ferma alla giaculatoria “con Tsipras da qui all’eternità”. Così non è possibile restare: l’Europa non è un tema tra altri; è un tema che sovradetermina  gli altri. Non sarebbe qui necessario ricordare che è impossibile trattare una qualsiasi questione di carattere interno senza tirare in ballo l’Unione Europea. Da temi generali quali il lavoro (il Jobs Act è stato concepito sulla scia delle prescrizioni di Bruxelles e Berlino) alle più diverse tematiche locali: se le strade di Roma sono piene di buche non sarà solo per l’inefficienza del sindaco uscente, ma anche per gli effetti di un Patto di stabilità che strangola le amministrazioni locali.  Non appassiona entrare nella querelle attorno al giudizio su Alexis Tsipras. Non è questo il punto. Interessa piuttosto capire quale lezione trarre dalla vicenda greca.  Questa  – ma anche quella portoghese – impongono oggi un salto di qualità nell’orientamento da tenere in merito. Il sottoscritto ha dovuto progressivamente aggiornare le proprie opinioni. L’epilogo della vicenda greca va considerato un punto di non ritorno: una fase, quella caratterizzata dallo schema “Sì all’euro, No a Maastricht”, si è chiusa; ora occorre fare i conti con l’ennesima riprova dell’irriformabilità di questa Europa. Recentemente, nell’ambito di un’iniziativa promossa dall’Associazione “ricostruirepc”, l’economista comunista Vladimiro Giacchè ha messo in fila in termini per me conclusivi i dati di tale irriformabilità. Tuttavia si possono usare le parole - anch’esse pesanti come pietre - dello stesso Fassina e di Lafontaine, secondo i quali questa Europa è una gabbia entro cui la sinistra muore.  

Basta fermarsi qui. Non è necessario soffermarsi su ulteriori elementi per noi assai indigesti che, sul piano dei “fondamentali”, lastricano la strada del nuovo soggetto della sinistra (vedi in particolare la caratterizzazione “ulivista”, tesa alla riesumazione di un “nuovo” centrosinistra). Lo hanno già fatto altri compagni, con limpidi argomenti. Si rassicuri il compagno Domenico Moro, il quale ha sottolineato come la globalizzazione dei rapporti mercantili e il conseguente sfarinamento del blocco sociale del Pd, renda conto della mutazione centrista di questo partito e, nel contempo, apra un terreno fertile per la costruzione di un soggetto di sinistra. Cosa che, a suo dire, non può esser trascurata da Rifondazione.  La tesi è in generale condivisibile; ma non è questo a far problema. Va bene guardare con favore alla nascita di una forza socialdemocratica che contrasti la deriva del Pd; e non si contesta qui minimamente l’opportunità di verificare a sinistra la possibilità di un’unità d’azione. Ma appunto: c’è una grande differenza tra la promozione di un’ alleanza politica o anche di una coalizione elettorale, caratterizzate da specifici contenuti, e la costruzione di un unico soggetto politico, di un partito entro cui finirebbe per estinguersi quel che resta della nostra identità.  

C’è un ultimo argomento, anch’esso fondamentale e che non riguarda solo le questioni di contenuto. Lo hanno toccato altri compagni: prende le mosse da un’acuta osservazione di Gesso.  Siamo poi così sicuri che lavoratori, giovani precari, donne, il Sud stiano tutti con l’attenzione puntata su quel che accade al teatro Quirino? E che il faticoso corpo a corpo a ridosso del nuovo soggetto della sinistra, ingaggiato dal gruppo dirigente di Rifondazione con le dette pesanti contraddizioni di contenuto, valga la fatica (e il prezzo da pagare)? Non ci si riferisce all’altalena dei sondaggi: ricercando spasmodicamente un consenso elettoralmente decente, troppe volte abbiamo preso lucciole per lanterne. E’ necessario fare un ragionamento più di fondo. Tutti noi siamo consapevoli delle difficoltà che oggi incontra una forza dichiaratamente comunista, del fatto che i comunisti si trovano nella condizione di dover rilegittimare la propria presenza sulla scena politica (non solo del nostro Paese). Detto questo, si può essere tuttavia così sicuri che il brand “sinistra” (mi scuso per la terminologia) sia meno logoro di quello comunista? Io penso di no. Verrebbe da chiedere a Domenico Moro di dare dei robusti pizzicotti sulla faccia di chi si fosse in questi anni addormentato. Si è infatti prodotto, in particolare nel nostro Paese, un vero e proprio tracollo del sistema politico, istituzionale e  morale: il disastro Roma ne è il drammatico emblema. La cosiddetta  sinistra, al pari della destra, è situata nell’epicentro di tale disfacimento. E così viene oggi diffusamente percepita. Lo scenario politico è strutturalmente cambiato, oggi c’è attorno a noi un altro mondo. Dice niente il fatto che la metà dei cittadini italiani non vota più, che il M5S continua ad avanzare con percentuali più vicine al 30 che al 20 per cento, che nelle ultime elezioni in Toscana il Pd ha perso 400 mila voti e che la nostra lista di sinistra non solo non ne ha intercettato nemmeno uno ma anzi è andata indietro?  In un tale contesto, è sufficiente limitarsi ad aspettare il classico Godot, cioè la prossima fuoriuscita di dirigenti dal Pd? Io penso che non sia più sufficiente.  Abbiamo sentito Ferrero assicurare che non vanno chiuse le porte alla nostra sinistra. Giusto. Ma forse sarebbe meglio fare noi, il partito comunista, quel che fanno altri alla nostra sinistra, anziché continuare a lasciare che la nostra identità, elezione dopo elezione, continui a impallidire fino ad essere irriconoscibile ai più.     

14/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Bruno Steri

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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