Gli studenti del ‘Salvemini’ uccisi dallo Stato

27 anni fa un aereo militare dell’aeronautica italiana si schiantava su una scuola uccidendo 12 studenti e ferendone 88, ma il fatto non costituisce reato.


Gli studenti del ‘Salvemini’ uccisi dallo Stato

A casa io gioco
A scuola io faccio
A casa è il mio fuoco
A scuola è l'abbraccio.
A casa c'è Mamma
A scuola Maestra
A casa TV
A scuola finestra.
A casa io sono
A scuola divento
A casa c'è il sole
A scuola c'è il vento.
A casa io chiedo
A scuola rispondo
A casa c'è il nido
A scuola c'è il mondo.
Prima filastrocca di casa e di scuola' di Bruno Tognolini [1]

In effetti, a cosa si pensa, se non a queste considerazioni – semplici, ovvie e complesse allo stesso tempo –, quando si affidano i propri figli ad un'istituzione cardine come la scuola? La scuola pubblica non dovrebbe forse essere luogo sicuro per eccellenza, persino in condizioni geopolitiche precarie, per la tutela e la protezione, a qualsiasi costo, degli alunni? Non dovrebbe forse essere un nido in cui crescere e sviluppare ali per volare in autonomia sul futuro, lontani dalla cupezza di avvenimenti tragici che dovrebbero appartenere unicamente al passato, alla seppur doverosa memoria storica, resi però incapaci di turbare la beltà della giovinezza degli studenti, gli adulti di domani?

La scuola dovrebbe rappresentare un vivaio di ideali e progetti per l'avvenire e perciò, a tal fine, consentire la costruzione di un ponte tra passato e futuro coltivando la memoria, quella reale nella sua tragicità, scevra da silenzi, omissioni, depistaggi e vacue celebrazioni istituzionali. Quanti fatti storici si sono susseguiti su una sorta di falsariga crudele e drammatica, quante stragi giacciono nel dimenticatoio di un Paese che tace per incapacità, per pressapochismo, per vergogna o, ancora peggio, per indicibili connivenze? Quante madri, esemplari col loro fardello di dolore tramutato in esempio universale, sono esse stesse vittime di crimini impuniti e di stragi sulle quali lo Stato pare aver messo la firma, in un modo o in un altro?

In un ipotetico calendario laico degli eventi storici che le scuole pubbliche dovrebbero impegnarsi a creare, comprensivo delle “pagine più brutte della storia nazionale”, per usare le parole di Simonetta Saliera, Presidente dell'Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna, sarebbe impossibile non inserire la strage dell'Istituto Salvemini: si può anche solo lontanamente immaginare, in un contesto democratico che si definisce solido e non belligerante ed in tempo di pace, che un aereo militare si abbatta come un fulmine a ciel sereno su una scuola, causando la morte di dodici ragazzi ed il ferimento, con conseguenze gravi e permanenti, di altri ottantotto?

Grazie ad iniziative culturali organizzate da privati cittadini, quali la rassegna cinematografica portata avanti dalla Biblioteca Autogestita Zarmu di Cagliari dall'emblematico titolo “Il resoconto, la memoria, la lotta: raccontare, raccontarsi, conservare la memoria”, si possono riscoprire pagine di storia celate sotto il nerofumo del tempo che scorre inesorabile, complice di chi vorrebbe accelerare il processo di rimozione collettiva. Grazie al contributo di coraggiosi cronisti, documentaristi ed all'impegno dei cittadini, si possono apprezzare docu-inchieste quali “I ragazzi del Salvemini-Casalecchio di Reno (6-12-1990)”, di Giuliano Bugani ed Emilio Guizzetti, prodotto dall'Associazione culturale Ondanomala nell'anno 2006 [2].

Nel monologo scritto da Bugani e recitato dall'attrice Federica Tabori, l'espressione metaforica dei fatti e del dolore che, incessantemente, ne consegue: “Per i propri figli, ogni genitore ha una prospettiva (…). Io ho un figlio piccolo (…), i miei amici dicono che (…), un giorno, questo Paese sarà un fiore che rinascerà per quelli come lui: molti, invece, pensano che tutto stia peggiorando. In questo momento mi sembra di vedere cose che nessuno percepisce: ma, allora, cosa dirò a mio figlio?”.

Alle ore 10.36 del 6 dicembre 1990, a pochi giorni dal Natale, in un piccolo paese alle porte di Bologna, un monomotore biposto militare Aermacchi MB-326 si schiantò contro la succursale dell'Istituto Tecnico “Gaetano Salvemini” di Casalecchio di Reno centrando in pieno l'aula della classe 2^A, presso la quale si stava svolgendo la lezione di tedesco tenuta dalla professoressa Cristina Germani. Ai comandi del velivolo il tenente Bruno Viviani, 24 anni – una manciata in più rispetto alle vittime mietute anche a causa della sua negligenza – e circa 800 ore di volo alle spalle.

L'aviogetto da addestramento entrò in avaria a causa di una “piantata motore”, come ricorda Andrea Fornasari, avvocato delle parti civili, nel corso del documentario I ragazzi del Salvemini: traducendo dal gergo tecnico, la causa fu una grave avaria che fece venir meno la forza propulsiva del motore. Nonostante quanto stava accadendo, e pur comprendendone la portata e le possibili conseguenze, il pilota Viviani, a seguito della ripresa del volo attraverso il dispositivo relight (riaccensione in volo tramite un circuito alternativo di alimentazione, con diminuita potenza del motore), scelse di dirigersi verso Bologna, presso un aeroporto civile che non era idoneo all'atterraggio di mezzi militari e che, oltretutto, non conosceva, anziché verso Ferrara.

Le trascrizioni dei dialoghi intercorsi tra il tenente Viviani, il personale del radar militare di Padova e, successivamente, con i Vigili del Fuoco di Villafranca, fanno rabbrividire lo spettatore che comincia ad intuire la gravità del fatto che sta per accadere. Il colonnello Brega ed il tenente colonnello Corsini, quel 6 dicembre 1990, effettuarono un volo di addestramento su un altro MB-326, atterrando presso l'aeroporto di Verona – Villafranca ben tre minuti dopo il decollo di Viviani. Successivamente, a seguito dell'espletamento delle operazioni post-volo, Brega seppe dei problemi riportati da un altro Aermacchi in movimento: si mise così in comunicazione col pilota Viviani il quale, secondo le dichiarazioni dello stesso Brega, “parlava tranquillamente”. Tuttavia, quest'ultimo dichiara di non avere avuto contezza di tutte le comunicazioni intercorse tra Viviani e Corsini, né dell'uso continuativo, da parte del pilota in questione, del pulsante di relight.

È difficile arrivare anche solo a concepire le fasi dell'avvenimento, il loro svolgimento, il fatto che si sia partiti da un volo di addestramento decollato dall'aeroporto di Verona – Villafranca alle ore 8.40 per poi giungere alla decisione del pilota di lanciarsi col paracadute atterrando in una zona di periferia, vicino alle sponde del fiume Reno, una volta capito che non si sarebbe altrimenti potuto salvare dalla rotta mortale imboccata dal velivolo da lui guidato.

Quando scorrono le immagini della tragedia, dell'enorme cratere fumante al centro dell'edificio scolastico, dei volti anneriti dalle nubi di cenere, dei cumuli di detriti, della disperata corsa contro il tempo di soccorritori impreparati di fronte ad una sciagura di simili proporzioni, si può capire perché la strage del Salvemini sia stata ribattezzata dalla stampa l'11 settembre di Bologna come ciò che inizialmente, anche secondo Federica Regazzi, una delle superstiti, “sembrava fosse stato un attentato”. Ancora oggi, a distanza di ventisette anni, rivedendo le immagini e le testimonianze dell'epoca anche grazie a docu-inchieste come quella di Bugani e Guizzetti, non ci si capacita di come le “scelte tecnicamente corrette di Viviani”, secondo quanto dichiarato da Mario Zito, avvocato dello Stato che difese i militari coinvolti, possano aver portato quel velivolo a divenire una mina vagante abbandonata a sé stessa, che perdeva vistosamente quota tanto da compiere evoluzioni in aria tali da destare l'attenzione dei testimoni oculari e di alcuni operatori i quali ripresero, inconsapevolmente, gli attimi precedenti allo schianto.

Alcuni ragazzi sopravvissuti videro sopraggiungere l'aereo militare, altri cercarono di scappare tra le urla disperate dei professori che intimavano loro di mettersi in salvo, dodici di loro, tutti quindicenni della 2^A, persero la vita, 72 tra alunni e insegnanti riportarono invalidità permanenti in misura variabile tra il 2 e l'85%, 84 furono ricoverati per intossicazione, ustioni e fratture.

Dopo lo schianto, il combustibile fuoriuscito dall'Aermacchi MB-326 prese fuoco, incendiando l'edificio; mentre dai piani superiori i superstiti, vedendosi interdetta qualsiasi via di fuga, si gettarono da ciò che restava delle finestre dell'edificio, i primi soccorsi vennero prestati dal gruppo Bologna Soccorso che, da lì a breve, sarebbe diventato il primo nucleo d'emergenza del 118. Furono proprio loro, insieme ai Vigili del Fuoco coordinati da Learco Zanasi, ad estrarre i primi corpi, i loro poveri resti straziati, così come i superstiti, estratti ad uno ad uno dal cratere fumante, dalle macerie e dalle finestre con le tapparelle divelte, strappati al fuoco e al fumo dalle braccia di soccorritori con un gesto ancestrale come quello di un parto ma, paradossalmente, in un luogo di vita che si tramutò in luogo di morte.

Nel ricordare quegli istanti gli occhi di Giorgio Calcinelli, Vigile del Fuoco allora in servizio sul luogo dello sciagurato impatto, divengono vitrei, velati di dolore come quelli di Walter Vitali, all'epoca assessore al bilancio del Comune di Casalecchio di Reno ed oggi senatore, il quale parla della catastrofe come di un “ricordo indelebile” e di Raffaele Donini che, nel 1990, era al primo giorno di lavoro come collaboratore locale de l'Unità. La sorte parve beffarsi del giovane cronista trovatosi casualmente di fronte, per sua stessa ammissione, ad uno “scenario incredibile” e dei giovanissimi allievi che, quel tragico giorno, seguivano le lezioni per la prima volta nella succursale della loro scuola.

L'amara ed impietosa contabilità della morte travolse le famiglie di Deborah, Laura, Sara, Laura, Tiziana, Antonella, Alessandra, Dario, Elisabetta, Elena, Alessandra e Carmen: per l'impatto emotivo fortissimo del documentario le fotografie delle loro vite innocenti e serene, proiettate con gioia verso il futuro, restano nel cuore di chiunque le veda, incise nella memoria, mentre scorrono come eterno monito sui titoli di coda.

Le testimonianze delle 'vittime sopravvissute', così come scritto sul sito della Associazione Vittime del Salvemini mostrano, con una discrezione ed una sensibilità mirabili, l'indicibile dolore, dignitoso e composto, dei genitori dei ragazzi deceduti. Tra queste, la narrazione dei momenti immediatamente successivi alla strage da parte di Roberto Alutto, padre di Deborah, che venne indirizzato, insieme agli altri genitori, verso l'Ospedale Maggiore di Bologna nel quale era stato organizzato un Centro di informazioni. Vittoria Gennari, madre di Alessandra, ricorda la telefonata che ricevette dall'Istituto di Medicina Legale del medesimo ospedale, durante la quale si richiedeva la presenza di qualche familiare per un riconoscimento; ricorda con dolorosa lucidità l'inconsapevolezza dei momenti in cui domandava al telefono come stesse sua figlia e come si sentì rispondere, con una freddezza sconcertante, “signora, cosa vuole che le diciamo, se viene, lo vedrà da sola”. Il riconoscimento delle salme avvenne in una sala all'interno della quale, secondo quanto testimoniato nella docu-inchiesta da Vittoria Gennari, “c'erano per terra dei sacchi neri, come quelli della spazzatura''. L'operatore che la fece avvicinare verso uno di quei sacchi, lo scoprì rivelando alla madre della vittima i poveri resti di un corpo carbonizzato: era “come un gomitolo di lana, come legno bruciato”.

La stessa arida indifferenza mostrata dal giornalista che, quella maledetta mattina, si presentò a casa Patrizi chiedendo alla signora Mirella una foto della sorella Elisabetta, mentre la famiglia era ancora ignara della sorte della giovane. Un incurante distacco contrapposto alla nobiltà d'animo che traspare dalle parole della signora Gennari la quale, così incolpevole e fragile dinnanzi ad un dolore incomprensibile ed abissale, si rimprovera – lei, che decise di effettuare il riconoscimento di sua figlia perché, nelle sue parole, “aveva bisogno di me”– di non aver avuto il coraggio di toccare “la persona che era lì, sia che fosse mia figlia, sia che fosse un'altra ragazza, comunque era una nostra figlia (…). Avrei dovuto toccarla, accarezzarla, fare qualcosa ma non sono riuscita a toccarla, e questa è l'angustia che mi porto ancora oggi nel cuore e [che ] porterò sempre perché, comunque sia, credo che una madre debba andare fino in fondo”.

La ricostruzione tutt'altro che facile operata dai videomaker, riuscita grazie all'imprescindibile contributo della Associazione Vittime del Salvemini 6 dicembre 1990 presieduta da Roberto Alutto, ci guida attraverso l'inferno della ricostruzione dei fatti, dell'inchiesta e dei processi, sino alla sentenza finale della Cassazione.

Il ruolo dello Stato nel corso dell'indagine e dei tre gradi di giudizio fu a dir poco paradossale. Si possono quindi comprendere le parole al vetriolo adoperate in un articolo di Michele Smargiassi [3] per La Repubblica di Bologna, secondo cui “quell'aereo non era un terremoto, un fulmine divino, quell'aereo apparteneva a qualcuno: era dello Stato. Anzi, era lo Stato, perché la Repubblica Italiana decise che, di fronte ai giudici, solo quell'aereo ovvero chi lo governava da vicino e da lontano doveva essere assistito al processo dall'Avvocatura dello Stato, mentre il Salvemini, scuola statale, no”.

Anche secondo le parole di Gianni Devani, vicepreside dell'Istituto Salvemini nel 1990, intervenuto nel corso del documentario sulla strage dei ragazzi, “solo l'accertamento delle responsabilità avrebbe potuto evitare tragedie similari oppure individuare comportamenti diversi di fronte a situazioni analoghe che potessero impedire il ripetersi di situazioni come quella del Salvemini (…), con lo Stato che prese le parti del Ministero della Difesa e diffidò la scuola dal costituirsi parte civile”. I dirigenti d'istituto, in questa assurda situazione di scontro tra lo Stato militare e quello dei diritti civili, furono perfino indagati per inosservanza delle norme di sicurezza.

Nei giorni successivi alla strage vennero subito avanzate le ipotesi di malore del pilota – il quale però, in tutta sicurezza, ebbe ben ventidue minuti a disposizione per decidere, assieme ai controllori di volo, dove far atterrare l'Aermacchi in avaria in modo tale da non salvaguardare solo la propria vita – o di un guasto meccanico: quest'ultimo divenne, in fase processuale, un'attenuante generica in quanto, anche secondo le parole di Viviani, “c'era stata un'altra situazione di stallo del velivolo, rilevata già prima del passaggio su Ferrara”. Fu quindi sollevata l'obiezione in seguito alla quale il pilota, presa coscienza di quanto stava accadendo, avrebbe dovuto tentare un atterraggio di fortuna su Ferrara, anziché planare su un centro densamente abitato – Bologna e zone limitrofe – con un aviogetto obsoleto risalente al 1974.

Il processo di primo grado venne istituito nei confronti del pilota, il tenente Bruno Viviani, del Comandante del 3° Stormo, il colonnello Eugenio Brega e dell'Ufficiale della torre di controllo dell'aeroporto di Verona-Villafranca, il tenente colonnello Roberto Corsini (questi ultimi imputati in quanto avrebbero dovuto sovraintendere da terra alle manovre di Viviani, cooperando con lo stesso ed indirizzandolo meglio sul da farsi nella condizione di emergenza nella quale si trovava). I tre imputati furono condannati in primo grado, il 28 febbraio 1995, a due anni e sei mesi di reclusione per disastro aviatorio, omicidio colposo plurimo, lesioni ed al pagamento dei danni per responsabilità colpose, mentre al Ministero della Difesa furono imputati i danni per responsabilità civile, nonostante la sua strenua difesa dei tre imputati e dell'Aeronautica Militare contro la 'Associazione Vittime del Salvemini' che, di contro, non ebbe il medesimo patrocinio da parte del Ministero della Pubblica Istruzione.

Il giudizio di secondo grado emesso dalla Corte d'Appello di Bologna il 22 gennaio 1997 ribaltò incredibilmente la sentenza di primo grado assolvendo i militari a causa della “imprevedibilità dell'evento ed ineluttabilità del danno”. Sulla stessa falsariga anche la sentenza finale, emessa dalla 4^ Sezione della Corte di Cassazione di Roma il 26 gennaio 1998, che rigettò gli ultimi ricorsi dei familiari delle vittime e confermò l'assoluzione per tutte le parti coinvolte in quanto “il tragico ed inevitabile incidente (...)” è un “fatto che non costituisce reato”.

Nonostante la strage fosse stata di fatto negata, lo sdegno fu moderato tanto quanto le reazioni istituzionali degli alti vertici dello Stato: sono da ricordare, a tal proposito, come fatto nel documentario 'I ragazzi del Salvemini', le affermazioni dell'ex Ministro Cristofori, secondo il quale “i mass media fanno clamori per cose che possono avvenire” e quelle dell'avvocato dello Stato Zito, secondo cui “la sentenza è trasparente, massimata, esatta percezione di ciò che successe”. Le reazioni a caldo delle parti civili possono essere riassunte nelle parole contenute in una lettera, indirizzata alla rivista Alfazeta, con le quali sottolinearono la presenza di una “tredicesima vittima, la gente e gli stessi opinionisti colpiti dalla scarsità di informazioni che i loro stessi colleghi forniscono. Tredicesima vittima è la dignità calpestata dal peso o in nome di una divisa. La tredicesima vittima è chi cade in questa rete e sta al gioco”, compreso “il Ministero della Pubblica Istruzione [che non trovò] nella morte di dodici studenti, avvenuta mentre facevano lezione, una motivazione per chiedere di essere rappresentato da quell'organo di servizio dello Stato che è l'Avvocatura”.

Sono passati vent'anni da quando lo Stato, a seguito della vergognosa sentenza d'appello, voltava le spalle alle vittime del Salvemini ed all'associazione nata in loro memoria, tentando di ricondurre l'inchiesta entro i ranghi interni all'Aeronautica Militare; oltre vent'anni da quando il pilota Viviani non rispondeva agli appelli per un incontro da parte di una delle superstiti della strage e la RAI, tempo dopo, negava di aver dipinto una sorta di suo alter ego – il pilota triste – nello sceneggiato televisivo ‘L'uomo del vento’. Anni durante i quali veniva alla luce a Casalecchio di Reno, nella stessa Via del Fanciullino che era sede della succursale del Salvemini, la Casa della Solidarietà Aleksander Dubcek.

Il progetto nato dalla tragedia, ribattezzato Centro per le vittime di reato e calamità, nasce per dare voce a “migliaia e migliaia di famiglie [che] sono state più o meno toccate dall'angoscia che tale evento ha determinato ed i tanti che ne sono stati solo sfiorati, ben consapevoli del casuale confine tra la loro sorte e quella delle vittime, [e che] hanno spontaneamente trasformato in solidarietà paura e dolore”, così come riportato nel sito ufficiale dello stesso.

Elisabetta, una delle vittime alle quali è stata crudelmente tolta la possibilità di compiere gli anni, scriveva entusiasta nel suo diario “tra pochi giorni compirò sedici anni, che bello, che bello!”. Le sue parole, scritte in un tema, vennero poi raccolte in un libretto bianco insieme a quelle delle altre vittime; esprimono una maturità tale da sembrare quasi in drammatico contrasto con la bellezza e la solarità delle loro giovinezze improvvisamente strappate. Scriveva Elisabetta: “A me piace la vita in tutti i suoi aspetti, nella sofferenza e nella felicità. I momenti di gioia nella mia vita sono molti, basta un bel voto a scuola, una carezza da parte di mia madre, una giornata di sole per rendere allegro il mio animo. Per quanto riguarda il dolore, devo ammettere che non ho paura: sì, è vero, come tutte le persone preferisco evitarlo, ma quando mi si para innanzi e so di non poterlo fuggire, mi butto a capofitto e lotto con tutte le mie forze. (…) Bisogna che ci poniamo la domanda del perché viviamo e perché moriamo, perché siamo qui su questa terra. Dal canto mio, io ho già trovato una risposta esauriente a questi interrogativi: viviamo perché lo vuole il nostro Signore e moriamo per raggiungere un'altra vita, forse migliore di quella terrena” [4].

I superstiti ed i parenti delle vittime hanno manifestato sin da subito una grandissima forza d'animo, la stessa che ha permesso loro, secondo quanto riportato sul sito della 'Associazione Vittime del Salvemini- 6 dicembre 1990', di “individuare, tutti assieme, lo sbocco positivo da dare alla rielaborazione della tragedia che, al di là dell'intimità del dolore, ha saputo trovare una dimensione collettiva ed una prospettiva di riscatto morale ed ulteriore coesione sociale. L'impegno civile che ha caratterizzato l'intera comunità fin dal primo momento, ha permesso di gestire utilmente le diverse emergenze, da quella sanitaria a quella giudiziaria, da quella didattica a quella sociale. Successivamente, il percorso ha seguito tre filoni di impegno: la ricostruzione dell'edificio rinato come 'Casa della Solidarietà', la rivendicazione della massima sicurezza rispetto ai rischi aviatori, militari in particolare, l'intento di mettere la figura della 'vittima' al centro dell'attenzione sociale. (…) Di fronte all'entità di tali tragedie, infatti, il rischio è quello della disgregazione, della chiusura in sé stessi, del vittimismo; nel caso di Casalecchio, come nel caso di tante altre tragedie italiane, la coesione sociale ha saputo individuare e perseguire, al contrario, percorsi di sviluppo ed emancipazione sociale (…) [così come] l'impegno sui temi della sicurezza dei voli, culminato nel convegno internazionale con i maggiori responsabili civili e militari del settore [e] l'attenzione al tema della 'vittima' in genere, quale portatrice di un particolare status sociale meritevole sì di tutela, ma in un quadro di diritti riconosciuti e rispettati”.

La “cultura della vittima”, a proposito della quale dibatte fruttuosamente l'associazione dei superstiti e familiari della strage, ci permette di capire come, sempre secondo le parole tratte dal sito in questione, “il confronto con l'esperienza di altre tragedie, fra le tante che in Italia si sono verificate, dimostra che al di là delle cause che le hanno determinate, comune per tutte è il disagio vissuto dalle vittime sopravvissute e dai loro familiari. Si tratti di strage terroristica, come l'attentato alla stazione di Bologna, di criminalità terroristica organizzata, come la rete dei delitti della 'Banda della Uno Bianca', di probabile situazione bellica internazionale, come la strage di Ustica, della miriade di delitti e attentati mafiosi, (…), o della colposa caduta di un aereo militare in esercitazione, l'esperienza di chi si è trovato casualmente vittima dell'evento è drammaticamente uguale: dalla morbosa attenzione dei media finché i riflettori restano accesi, al progressivo disinteresse di stampa e istituzioni fino alla fastidiosa tolleranza verso chi si aspetta doverose assunzioni di responsabilità da parte di tutti”.

Alla luce di quanto accaduto a Casalecchio e della documentazione esistente in proposito, appare quantomai doveroso chiedersi fin dove possa arrivare la Ragion di Stato al cospetto delle famiglie delle vittime, del soccorritore che si trova di fronte ad eventi imprevedibili e gravissimi senza un'efficace coordinazione dei soccorsi (fondamentale, come ricordato dal capitano Gregorio De Falco a proposito di un'altra strage oscura, quella della Moby Prince), alle colpe di chi li ha causati, alle conseguenze a breve e lungo termine di scelte troppo spesso avventate e fallaci.

Lo Stato non dovrebbe forse rifuggire il mercimonio processuale della funzione pubblica, soprattutto dinnanzi al concorso di colpe così palese da parte di alti vertici, siano essi civili o militari? In che modo le stragi come quella della scuola Salvemini e del Cermis cambiano le prospettive umane, sociali, culturali, politiche e militari? Perché le inchieste ed i processi si arenano colpevolmente o giungono a sentenze che non assicurano verità e giustizia? Quali interessi, anche statali, vengono anteposti ad altri grazie all'operato di organi tra i quali l'Avvocatura di Stato? Perché, nonostante ventisette anni fa la strage del Salvemini avesse fatto sviluppare un dibattito sull'opportunità di impedire ai velivoli militari il sorvolo dei centri abitati ricchi di obiettivi sensibili -sfociato in una proposta di legge mai approvata- le esercitazioni militari continuano a svolgersi e, talvolta, a mettere a repentaglio la sicurezza dei civili, come recentemente denunciato in un'interrogazione parlamentare sul jet della Marina Militare francese che ha sfiorato una nave Grimaldi? [5]

In attesa dell'assunzione di responsabilità da parte dello Stato e di coloro i quali, essendo alle sue dipendenze, si sono macchiati di colpe gravissime, ci si dovrebbe interrogare sulla necessità della stessa passando attravero la rinuncia, da parte degli organi di Stato, di considerazioni tanto orpellose quanto inutili ed il dovere – se non direttamente di evitare che eventi del genere si verifichino, approvando la legge sopra citata – di tutelare gli interessi pubblici superando il gattopardismo istituzionale del tutto cambia affinché niente cambi.

Solo in questo modo si potrebbe riconoscere, come sottolineato dalla 'Associazione Vittime del Salvemini', “la figura della 'vittima' [in modo tale che] ottenga un equo riconoscimento culturale ed istituzionale, [diventando] portatrice di un dovuto rispetto sociale e di diritti certi e inalienabili”. E se, come riportato nel sito dell'Associazione, “la rivendicazione del riconoscimento del proprio stato e della tutela dei propri diritti viene interpretata come 'vittimismo' cui si contrappone, spesso, un malcelato senso di sopportazione che confonde il confine tra Diritto e Assistenzialismo, tra Giustizia e Concessione”, si può capire il senso profondo del monologo di chiusura del documentario di Bugani e Guizzetti: ''Noi tutti siamo morti la mattina del 6 dicembre 1990, ma non incolpare nessuno, perché hanno detto che nessuno ha colpa di tutto questo (…).E chiuderò questa storia prima che tu ti accorga che è stata scritta per ingannarci.Ora che la conosci, puoi decidere se accettarla, rifiutarla o dimenticarla. Ma io so che resterà per sempre”.


Note

[1] Filastrocca tratta da ''Rime d'occasione'', inedite. Scritta per la rivista ''Scuola dell'infanzia'', Giunti, settembre 2010

[2] ''I ragazzi del Salvemini – Casalecchio di Reno (6-12-1990)'', di Giuliano Bugani ed Emilio Guizzetti, Rossella Caterina Lippi (aiuto regista) e Massimiliano Valentini (backstage fotografico), Italia 2006. Disponibile anche in versione cartacea con DVD, Bacchilega Editore, Collana documenti di Storia e Attualità, 2007.

[3] Citazione tratta dall'articolo “Casalecchio, 25 anni fa la strage del Salvemini. La lotteria del dolore, il ricordo del cronista. Sul prato tra facce nerofumo, lacrime e abbracci durante i soccorsi. E poi all'ospedale quel tabellone luminoso che emetteva la sua sentenza ai genitori in attesa. Infine al processo, dove lo Stato scelse di stare dalla parte dei militari e non di una scuola statale”, di Michele Smargiassi, tratto da La Repubblica edizione di Bologna, sezione cronache, 3 dicembre 2015

[4] Ibidem

[5] Notizia tratta dall'articolo “Paura in alto mare. La manovra del Top gun diventa un caso politico” di Gianni Bazzoni, da La Nuova Sardegna, 28 agosto 2016

16/09/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Eliana Catte

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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